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Hopperbacco

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Edward Hopper

Avete tempo fino al 12 febbraio per non perdervi l’occasione di ammirare un Edward Hopper (1882-1967) da vicino. Al Complesso del Vittoriano a Roma, che per chi vive a Napoli è praticamente dietro l’angolo, sono esposte più di 60 opere.

Come riportato sul sito internet:

Dagli acquerelli parigini ai paesaggi e scorci cittadini degli anni ‘50 e ’60, l’esposizione curata da Barbara Haskell – curatrice di dipinti e sculture del Whitney Museum of American Art – in collaborazione con Luca Beatrice, attraverso più di 60 opere, tra cui celebri capolavori come South Carolina Morning (1955), Second Story Sunlight (1960), New York Interior (1921), Le Bistro or The Wine Shop (1909), Summer Interior (1909), interessantissimi studi (come lo studio per Girlie Show del 1941) celebra la mano di Hopper, superbo disegnatore: un percorso che attraversa la sua produzione e tutte le tecniche di un artista considerato oggi un grande classico della pittura del Novecento.

Piuttosto che parlare di chi era Hopper, che in soldoni troverete in svariati modi in rete, mi preme dedicare lo sguardo a quello che i suoi dipinti esprimono, secondo me, in maniera praticamente continua. Guardando dentro i suoi quadri si ha la sensazione di essere sempre sull’orlo di un abisso emotivo. Il momento raffigurato racconta un’attesa che qualcosa accada o subito dopo che è accaduto, come afferma Wim Wnders.

Non sono pochi i registi e gli scrittori del ‘900 che ne hanno imitato le scene e che sono stati conquistati dalla sua pittura e dalla possibilità di riprodurne la luce. I colori e la luce di Hopper sono qualcosa di reale e geometrico, di netto e chiaro, ma solo perché si muovono in contrasto tra loro ed in un gioco di atmosfere buie e chiare che si scambiano di continuo il ruolo. È curioso come moltissimi dei suoi dipinti siano stranoti, dal momento che ritornano come atmosfera ed imitazione in tanta realtà grafica del ‘900, ma senza dichiararne la paternità, come spesso accade nella riproduzione pubblicitaria che, in ogni caso, era stato pure il suo primo lavoro da artista.

Edward Hopper è ostaggio di una moglie a sua volta artista, Josephine, sposata quando entrambi non erano più giovanissimi sebbene si fossero conosciuti presto. Una donna priva di senso dell’umorismo che invece Hopper aveva da vendere, una moglie gelosa dell’intimità con quel marito amico/nemico, una donna che forse ne limita la popolarità.

Hopper celebra la solitudine nella sua pittura a dispetto di quell’atmosfera gaia che i suoi contemporanei americani, non solo pittori, ma pure registi e musicisti, mettevano nell’American life style, quell’incrollabile ottimismo che fa capolino in ogni inquadratura e storia degli anni ‘50 e ‘60 del Novecento.

Dovremmo aspettare Wim Wenders e David Lynch per poter accogliere la meditazione, l’apatia, la solitudine di Hopper che sembra più congeniale, appunto, agli anni ’90. Soltanto Alfred Hitchcock prima ne aveva preso a prestito l’opera, ricreando per il suo “Psyco” la casa del protagonista su modello di un dipinto di Hopper (House by The Railroad, dipinto nel 1925 del MoMA, NY), appollaiandola sulla cima di una collinetta ad un tiro di schioppo dal Motel co-protagonista architettonico del film.

Wim Winders ha declinato in maniera esplicita il suo continuo omaggio all’opera di Hopper nei suoi film; una volta visitata la mostra romana, potrete divertirvi ad indentificare la quantità di scene importate nelle sue pellicole “Non bussare alla mia porta” o “Paris, Texas”, anche per la qualità della luce scelta.
Per Lynch, invece, dovrete ammirare “Velluto Blu”, “Mulholland Drive” e “Una storia vera”, di cui vi do un breve assaggio con il trailer seguente, ma che vi consiglio vivamente di guardare per intero.

“Una Storia vera” è a mio giudizio un film che merita di essere visto perché è un autentico viaggio nell’America che non ci mostrano mai. È tanta la cinematografia che deve qualcosa a Hopper… i rei confessi sono Sam Mendes (“American Beauty”), Jim Jarmush (“Broken Flowers”) e per finire in bellezza Gustav Deutsch del quale vi regalo lo splendido trailer che segue a conferma che i grandi registi hanno una vena di follia che li attraversa.

Solamente un folle genio, infatti, poteva pensare di mettere in un film dodici dipinti che definiscono in sequenza un carattere umano, a tratti universale non solo americano.
Il motivo di questa conquista del cinema a opera di Hopper, secondo Wenders, sta tutta nella raffigurazione delle “ombre delle prime e delle ultime luci della giornata”, unico vero soggetto di Hopper, infatti, secondo Wenders è la luce. Wenders poi, che prima di essere regista è stato a sua volta artista e fotografo, trova che la tela bianca stessa è una provocazione che fa paura perché “o hai troppe cose da metterci, o non ne hai abbastanza”.

Per quanto mi riguarda, invece, la forza di questi dipinti è nella rappresentazione della solitudine umana così superbamente esposta nella sua compostezza, nel suo ordine, nel suo delirio di civiltà. Mi ferisce quasi gli occhi, mi commuove quella donna sola davanti alla sua finestra, l’uscita di una persona su di un patio in pieno sole, un sole che non appartiene al soggetto, che sembra toccarlo senza scaldarlo. Persino quando a sdraiarsi sono un gruppo di amici e non solo una persona, non individuo convivialità, ma ciascuno mi sembra seduto da solo come in una monade leibniziana.

Prima di venire a contatto con tutta la cinematografia che si è ispirata ad Hopper avrei con molta fatica dichiarato queste sensazioni, pensando che, come spesso accade, queste fossero più frutto di un mio “stare” piuttosto che un sentimento indotto dalla pittura di Hopper. Ma se lo dicono Lynch e Wenders, forse, dopotutto, è anche “colpa” sua.
Non vi resta che andare a vedere e decidere se siamo più soli noi o se è più bravo lui a dimostrarci che è così.

Chiaramente questa è solo una delle emozioni che potrete provare in un percorso espositivo ricco come quello creato per quest’occasione.

La cifra poetica della pittura di Hopper, nella dichiarazione di una malinconia tutta umana, si risolve con la bellissima conclusione che Sam Mendes mette in bocca al suo protagonista in “American Beauty”:

Non posso provare che gratitudine per questa mia stupida piccola vita.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.