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Studiare insieme è un rito magico

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Quando la Cultura diventa Medicina

Dissetarsi alla fonte della cultura è, di per sé, un prezioso arricchimento, ma farlo in compagnia di amici che amano nutrirsi e abbeverarsi con lo stesso sapere è un vero e proprio rito magico.

Non è forse magia concedersi la grazia di meravigliarsi a qualunque età?

Non è altrettanto magica la trasformazione che avviene dopo avere appreso qualcosa che ti renderà migliore in qualsiasi campo?

E se il sapere ti permette di conoscerti a fondo, al di là delle cose scontate che pensavi di te, e ti avvicina al tuo cuore, alla tua mente, all’intima sapienza che sorge dagli incontri con le persone che stanno cercando quel che cerchi tu, non diventa forse un rito magico studiare insieme?

In fondo, un rito che cos’è, nella sua accezione più profonda, ripulito dalle vuote superstizioni?

È quella cosa che ferma un’intera collettività, troppo assorta dal proprio individualismo, dalle proprie faccende personali, per catapultarla nel mondo ancora più concreto dei sogni e dell’immaginazione, allo scopo di occuparsi, tutti insieme, mano nella mano, dei bisogni dell’anima.

È un modo per disordinare le cose fisse e scontate, i pregiudizi, le abitudini eseguite con automatismi inconsci, per poi prendere consapevolezza che, dentro di noi, esiste anche un altro mondo, con un nuovo ordine, e che non è affatto scollegato da tutti gli universi interiori che ci vivono accanto i quali possono essere da noi conosciuti solo gettando la maschera di un io troppo intento ad occuparsi di se stesso.

Quando la mente rimane ossessionata dai pensieri fissi autodistruttivi è paragonabile all’apoptosi, quel processo cellulare che, fuoriuscendo dal suo ruolo benefico e salvifico, riproducendosi troppo e in modo squilibrato, si conclude con il cancro o altre forme di malesseri degenerativi.

Così è il corpo e così è la mente, potremmo dire, poiché la cellula – pensiero se si moltiplica e, raggiunto un certo limite, si suicida altruisticamente, lasciando spazio all’innovazione immaginativa e creativa, rigenera e rivitalizza tutte le nostre sensazioni e rigenera tutto il nostro essere.

Ma se, differentemente, il pensiero – malato riproduce esageratamente se stesso senza auto-limitarsi e senza permettere l’evoluzione innovativa delle idee e della creatività, la depressione, le nevrosi e gli attacchi di panico non tarderanno a presentarci l’amaro conto della fissità e della stagnazione.

Metaforicamente parlando, possiamo allora concludere ricordando che studiare rinnova le cellule – pensiero e che farlo insieme, in un ambiente solidale e collaborativo, che sia online o in presenza, permette l’ingresso ad un ulteriore nutrimento per l’anima.

Rammento quel giorno durante il quale assistetti ad un circolo di studio con un vecchio saggio indiano.

Una ragazza gli parlò del suicidio come soluzione al fatto di non piacersi.

Il saggio rispose più o meno così:

È giusto suicidarsi, solo che non è il corpo a cui dovresti togliere la vita. Suicida solo una parte di te. Il tuo modo di pensare e di vedere il mondo.

Devi compiere un attentato nei confronti dei tuoi pensieri autodistruttivi, ti devi liberare di loro per poi fare rinascere la tua mente a vita nuova.

Ricordo che mi sopraggiunse un pensiero dopo quella risposta:

In fondo, il corpo non è colpevole. Perché mai condannarlo a morte insieme al resto?

Meglio davvero un’apoptosi, che dalla scienza viene considerato un suicidio altruista.

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Autore natyan

natyan, presidente dell’Università Popolare Olistica di Monza denominata Studio Gayatri, un’associazione culturale no-profit operativa dal 1995. Appassionato di Filosofie Orientali, fin dal 1984, ha acquisito alla fonte, in India, in Thailandia e in Myanmar, con più di trenta viaggi, le sue conoscenze relative ai percorsi interiori teorici e pratici. Consulente Filosofico e Insegnante delle più svariate discipline meditative d’oriente, con adattamento alla cultura comunicativa occidentale.