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San Giovanni a Mare: Napoli tra antichi riti e auspici

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San Giovanni a Mare - ph Rosy Guastafierro
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San Giovanni a Mare - ph Rosy Guastafierro
San Giovanni a Mare – ph Rosy Guastafierro

Nei vicoli adiacenti piazza Mercato, vi è una chiesa poco frequentata e altrettanto conosciuta, abbandonata per decenni a cui abbiamo accennato nell’articolo Donna Marianna Dea e Regina indiscussa di Napoli.

Un vecchio cancello ci introduce nella porta laterale dell’unico tempio che rimane, appartenente all’epoca normanna; non è semplice riconoscerlo tanto è soffocato da altri edifici di più recente fattura.

Eretto dai Benedettini in pieno Medioevo, ne conserva tutta l’architettura come unica testimonianza dell’opera romanica riscontrabile nella città. Il XII secolo fu caratterizzato dalle crociate e proprio lì, dove una volta il mare lambiva la terra, esisteva un ospedale, ormai scomparso, con annesso luogo di culto, pronto ad accogliere i cavalieri di Gerusalemme e i pellegrini.

Per accedere alla città era d’uso sostarvi per un periodo non breve, una sorta di quarantena, che serviva a evitare il diffondersi di epidemie. La sua amministrazione veniva interamente espletata dai Cavalieri Templari.

Dedicato a San Giovanni Battista, uno tra i 52 patroni, è stato centro di quel rito a sfondo misterico con richiami esoterico-alchemici, le cui radici sono da ricercare negli antichi culti pagani associati a quelli marini, in cui l’elemento primario era l’acqua, che si espletava proprio nella magica notte del 23 sino all’alba del 24 giugno: la festa di San Giovanni a Mare.

Sull’arenile antistante si radunavano uomini e donne, che in modo incalzante, iniziavano la ‘mpertecata e la ‘ntrezzata, danze tipiche, con canti inneggianti l’antica madre, Partenope, la divina Sirena, accostata a Priapo, il dio fallico, venerato nelle grotte platamonie, che sfociavano in spudorati baccanali, con un’evidente carica erotica, affinché la fecondità fosse propiziata e si perpetuasse la gestazione di Napoli attraverso il matrimonio con il mare.

L’epilogo si manifestava nella promiscuità del bagno notturno di persone completamente nude che, inebriate dal contesto, si abbandonavano a licenziosità con la complicità del buio.

Il Maestro Roberto De Simone, ne ‘La Gatta Cenerentola’, con i suoi versi, ci fa ben comprendere la portata:

E la luna e la luna
Tutt’ ‘e femmene stanno annura.
All’annura e senza panne
Mo’ ch’è ‘a festa e san Giuvanne.
San Giuvanne san Giuvanne
E’ ‘na crapa ca se scanna
E’ nu cuollo senza capa
E’ nu cuollo è nu cuollo,
primma è tuosto e doppo è muollo
Primma è tuosto primma è tuosto

Comm’ abballa ‘o sango nuosto.

Nel 1653 il viceré decise che quanto accadeva in quella notte sfociasse nel sacrilego, per cui abrogò la manifestazione e chiuse la chiesa; il rito, però, anche se in maniera più contenuta e nascosta, non venne mai del tutto abbandonato.

La forte tradizione alchemica parte da un altro grande mito, il sommo Virgilio, che ha tramandato un rituale che apparteneva a quell’arte divinatoria di interpretare le figure che potevano formarsi, ovvero la molibdomanzia. Bisognava sciogliere nelle giuste proporzioni il Piombo e lo Stagno, Saturno e Luna, unirli per poi rovesciarli in un catino contenete la rugiada raccolta con i veli sui campi la notte precedente.

Tradizione vuole che un giovane apprendista della nobile arte, invaghitosi di una popolana, le sveli la formula. Il popolo immediatamente l’assorbe trasformandola in un gioco, ovvero il famigerato scioglimento del chiummo. Le giovani donne in cerca di marito cercavano di capire il mestiere del futuro sposo interpretando le strane forme create da questo composto, paragonabile per peso e colore all’argento.

Alla fortuna in amore, in questa congiuntura astrale, è legata un’altra usanza del Quattrocento partenopeo; proprio nella seconda decade di giugno, le giovinette usavano piantare orzo affinché germogliasse, per poi esporlo alla finestra nel giorno fatidico, nell’attesa che uno spasimante potesse dichiararsi attraverso un dono.

Si racconta che la bellissima Lucrezia d’Alagno, uscendo dalla nostra chiesa, si avvicinasse al re Alfonso d’Aragona, recando la piantina di orzo come da tradizione e attendendo il suo dono. Il sovrano, turbato da tanta avvenenza, le porse un sacchetto colmo di monete d’oro con la sua effige, ma l’avvenente fanciulla, prendendo una sola moneta, affermò che le bastava un solo Alfonso, da quel giorno i due vissero una lunga storia d’amore.

In questo giorno emblematico, dove il passaggio del sole lascia il suo segno, accade che un raggio di sole, filtrando dalla finestra ad arco della cappella del tesoro di San Gennaro, illumini il busto bronzeo del partenopeo Giano Bifronte, fuso dall’orafo argentiere Gennaro Monte, che ha la particolarità di avere due facce, una rivolta verso il Duomo che benedice, l’altra, invece, a vigilare il suo ricchissimo scrigno.

Questo evento naturale è un memento alla ciclicità della vita, scandito anticamente dall’alternanza tra la semina e il raccolto, tra il passato e il futuro, la pacatezza derivante dalla saggezza e l’irrequietezza insita nella gioventù. È il trionfo della luce ma, contemporaneamente, l’inizio dell’inesorabile declino, l’incontro dei quattro elementi che, solo in questo giorno, si fondono per poter rigenerare l’antica scintilla.

 

San Giovanni a Mare - ph Rosy Guastafierro
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Autore Rosy Guastafierro

Rosy Guastafierro, esperta di economia e comunicazione, imprenditrice nel campo discografico e immobiliare, entra giovanissima nell'Ordine della Stella d'Oriente, nel Capitolo Mediterranean One di Napoli. Ha ricoperto le massime cariche a livello nazionale, compreso quello di Worthy Grand Matron del Gran Capitolo Italiano.