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Pulcinella, Fabio Da’ath e Lilith

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Pulcinella


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Lilít nostra seconda parente / Da Dio creata con la creta stessa / Che serví per Adamo. / Lilít dimora in mezzo alla risacca, / Ma emerge a luna nuova / E vola inquieta per le notti di neve / Irrisoluta fra la terra e il cielo. / Vola in volta ed in cerchio, / Fruscia improvvisa contro le finestre / Dove dormono i bimbi appena nati. / Li cerca, e cerca di farli morire: / Perciò sospenderai sui loro letti / Il medaglione con tre parole. / Ma tutto è vano in lei: ogni sua voglia. / Si è congiunta con Adamo, dopo il peccato, / Ma di lei non sono nati / Che spiriti senza corpo né pace. / Sta scritto nel gran libro / Che è donna bella fino alla cintura; / Il resto è fiamma fatua e luce pallida.
Primo Levi – Lilít

Nella mia vita l’esperienza onirica riveste una funzione molto importante. La mente non smette mai di lavorare, quindi, anche nei momenti in cui sono completamente immerso nelle fasi più profonde del sonno e la coscienza sembra vivere uno stato di quiete assoluta, la mia attività cerebrale si riduce solamente di pochissimo rispetto a quella dello stato di veglia.

Credo che i miei sogni possano essere circoscritti nell’alveo dell’ermetismo, perché sono generati da desideri inconsci, manifestano i miei contenuti psichici rimossi e sono forieri di messaggi, che, mediante l’interpretazione, possono essere ben decifrati da chi legge. Sono paragonabili a viandanti che percorrono la strada verso l’inconscio.

La mia attività onirica ha un linguaggio peculiare che si distanzia dai normali parametri spazio – temporali e si esprime attraverso simboli ed immagini dal significato cosmologico. Poiché sogni molto particolari, oltre a spingermi ad interpretarli, tentano di farmi svelare il modo in cui io e la mia storia personale ci congiungiamo con l’eterno patrimonio di saggezza della specie umana.

Quando, con il suo mantello, il buio avvolge la mia coscienza razionale, il cervello come un cavallo allo stato brado, gioendo della sua nuova condizione, si libera delle costrizioni quotidiane e mi traghetta nell’inconscio, lì dove la mia natura, il mio vero Sé, vuol dirigersi per rigenerarsi.

Le visioni della notte appena trascorsa mi conducono, con il mio amico Fabio Da’ath, in un bosco incantato in cui si ritiene si possa incappare in presenze misteriose, che, nascondendosi ovunque, circondano l’avventore di turno.

Un posto particolare, dove ogni albero è un essere vivente che, nonostante non possa muoversi, offre i suoi rami come casa per gli uccelli stanziali e migratori. Chiunque lo visiti, tenendo in debito conto le affermazioni di Giordano Bruno, gode di un ambiente meraviglioso, resta tanto affascinato da considerarlo luogo sacro e rispetta tutti coloro che ci vivono, piante comprese, perché le considera creature divine.

Animali e piante son vivi effetti di natura; la qual natura, come devi sapere, non è altro che Dio nelle cose… Però disse, diverse cose vive rappresentano diversi numi e diversi potestadi: che oltre l’essere assoluto che hanno, ottengono l’essere comunicato a tutte le cose secondo la sua capacità e misura…
Giordano Bruno – Spaccio de la bestia trionfante

Fabio e io, addentrandoci nella foresta, ci imbattiamo in uno specchio d’acqua limpido, dall’orizzonte tanto sconfinato che gli occhi degli umani non sono in grado di vederlo nella sua interezza. Anziché apparire angusto e desolato, come nei giorni di tempesta, si rivela vasto e sereno.

Accorgendoci di una piccola barca, che sembra invitarci ad una tranquilla traversata, vi saliamo, imbracciamo i remi ed iniziamo a vogare verso il centro del lago.

Il paesaggio, apparendoci in tutto il suo splendore, lascia presagire un tranquillo guado. Improvvisamente, però, un vento inaspettato, increspando le acque, genera un’impetuosa corrente, che, impossessandosi del natante, fa inabissare i remi e nulla possiamo per porvi rimedio.

L’imbarcazione inizia ad andare alla deriva e, pur sapendo che rischiamo di non raggiungere la battigia, non abbiamo alcuna voglia d’immergersi nelle fredde acque; tuttavia, non permettendo all’ansia di generare in noi alcun stato di tensione psicologica, ci lasciamo trasportare dagli eventi, sia perché siamo fatalisti, sia perché ci rendiamo conto che ci stiamo dirigendo verso una delle sponde.

Quando approdiamo, per cercare la strada che ci riporti a casa, ci infiliamo nella macchia e, camminando tra pini, arbusti e cespugli, sbuchiamo su di un impervio ma percorribile sentiero che ci conduce ad una radura in cui c’è una piccola casa di legno.

Consapevoli di essere lontani da tutto, raggiungiamo la baita dall’ampia veranda antistante l’ingresso. Sull’uscio giganteggia un cartello, in legno massello, che riporta la scritta “Casetta del Maresciallo”. Le imposte aperte alle finestre, il fumo di un camino acceso, che fuoriesce dal comignolo, e una sufficiente illuminazione, che si intravede dalle finestre, indicano che è abitata.

Nell’entrare la nostra attenzione è attirata da un grande specchio con cornice d’ottone, che riflette le nostre immagini modificandole, e da una piccola candela, che rischiara quasi tutto il locale. Il bagliore in un angolo della stanza, però, pur disperdendoci nel buio, che non esiste perché non è altro che assenza di luce, lascia intravedere una sagoma. Avvicinandoci, scorgiamo il nostro amico scrittore Primo Levi, seduto su di una comoda sedia.

Egli, accortosi della nostra emozione, nel tempo in cui il girasole ruota il capolino alla ricerca del Sole, esclama:

Buongiorno cari miei, non occorrerebbe parlare perché certi silenzi, soffiando come il vento, fanno volar lontano le foglie d’amore. Sono contento che siate qui mentre scrivo della donna che spesso intrattiene i miei sogni e i miei pensieri. Sto infatti apportando delle modifiche ad un precedente testo in cui mi occupo di Lilith, la prima delle due mogli di Adamo.

Sono qui perché in questo bosco vive colei che, dopo un periodo in cui non se ne parla molto, fa un’importante apparizione nella letteratura ottocentesca. Ella, infatti, nel ‘Faust’ di Goethe, mediante le parole di Mefistofele, si pone al centro della svolta nella notte di Valpurga:

“Faust: ma quella chi è?
Mefistofele: quella è Lilith
Faust: chi?
Mefistofele: La prima moglie di Adamo. Guardati dalla sua bella capigliatura, quell’unico ornamento di cui faccia pompa; che dove ell’abbia allacciato con essa alcun giovane, non lascia andare così di leggieri”.

È la donna che appare, velatamente, tra le righe della Genesi, nella parte in cui si narra della creazione dell’uomo e della donna. È presente nelle credenze popolari ebraiche, nei miti mesopotamici, che risalgono a circa tre millenni a.C., e nell’Alfabeto di Ben-Sira, il testo anonimo del decimo secolo d.C., che la descrive come colei che, oltre a non sottomettersi ad Adamo, prima lo abbandona e poi si rifugia sulle coste del Mar Rosso, dove, accoppiandosi con varie entità demoniache, crea un’infinita di esseri spirituali conosciuti come djinns.

Primo, rendendosi conto del mio pallore, prosegue:

Pulcinella, non temere. Parlo di questi argomenti perché per combattere e sconfiggere il male è necessario conoscerlo. Esso rappresenta il principio antagonista e complementare a quello razionale, a cui l’uomo è palesemente legato, che funge da canone potente e severo nella vita di ognuno. Le mie nozioni sul modello archetipale di Lilith risalgono ad un dialogo intercorso con Tischler, un mio compagno di sventure nel lager di Auschwitz.  

Ricordo bene sia le pessime condizioni meteo di quella giornata, che l’episodio. Durante un diluvio, il Kapo ordina ai prigionieri di interrompere il lavoro e di andare a ripararsi. Accedo ad un tubo del diametro di un metro e mi imbatto in Tischler, introdottosi dall’estremità opposta.

Data la sua cultura e le sue conoscenze penso che si spacci per fabbricante di tavoli solo per sfuggire all’odio che, nel lager, gli addetti alla sorveglianza dei prigionieri, provano nei confronti degli intellettuali.

Considerato che è madrelingua yiddish, idioma giudeo-germanica utilizzato dagli ebrei aschenaziti discendenti delle comunità di quella parlata e cultura, comunichiamo un po’ in italiano un po’ tedesco. Le difficoltà che incontriamo nel comprenderci se in quel momento mi sembrano insormontabili, ora, invece, mi fanno sorridere.

In quello stretto anfratto, mentre facciamo amicizia, apprendiamo che è il compleanno di entrambi e lui, per festeggiare, estrae di tasca una mezza mela e la divide in due. Mentre in silenzio gustiamo il prezioso “sapore acidulo” del pomo, accade una cosa molto strana e non preventivabile. Nel tubo di fronte entra una donna dal viso reso lucido dalla pioggia; ci osserva, sorride, si pettina e si “gratta” sotto la giubba, con una forte e provocatoria indolenza.

Il deportato, mostrando un malcelato disappunto, osservandomi con attenzione e appurato che io ignori chi sia, con espressione decisa, chiede:

“Conosci la vicenda di Lilith, la prima moglie di Adamo?”

Poi, senza darmi la possibilità di replicare, rimarca:

“Caro Primo, ho capito che ne sei all’oscuro, quindi, è opportuno che condivida con te le informazioni che la riguardano. Non esiste una sola versione del suo mito perché, a differenza di Eva, la sua storia non è molto divulgata in forma scritta, da secoli, infatti, la si tramanda, solo oralmente. La prima testimonianza è quella trasposta in lingua persiana, composta verso il decimo secolo d. C., nell’Alfabeto di Ben-Sira, ma non la espongo perché non la conosco nella sua interezza”.  

Osservando, poi, il mio sguardo perplesso, con grande indulgenza, aggiunge:

“So che tu e tutti gli ebrei d’Occidente siete epicurei, «apicorsím», miscredenti”.

Continuando ad osservare lo sconforto che i miei occhi manifestano, sottolinea:

“Se si legge bene la Bibbia, si nota che l’episodio della creazione della donna è narrato due volte e in due modi diversi. Caro mio, non riesci a comprendere bene queste cose perché il vero problema consiste nel fatto che a voialtri insegnano un po’ di ebraico a tredici anni e poi null’altro”.

Dopo queste parole, lo scrittore, con dovizia di particolari, prosegue:

Miei cari Pulcinella e Fabio, un po’ per la scomodità del luogo, un po’ per le sue affermazioni, si instaura una situazione particolare. Diventa sempre più interessante la disputa fra il pio e l’incredulo, il quale, ignorante per definizione, digrigna i denti perché l’antagonista, dimostrandogli il suo errore, lo fa arrabbiare.

Il dibattito è così interessante e forse anche divertente, che, accettando il mio ruolo, con ghigno beffardo, gli rispondo con una marcata e doverosa insolenza:

“Sì, la storia è raccontata due volte, ma la seconda non è altro che il commento della prima”.

Tischler, fraintendendomi, ribatte:

“Primo, ciò che dici è falso, questo è il modo di intendere di chi non penetra sotto la superficie e non legge tra le righe. Ragionando su ciò che compare nel Sacro Libro, ci si accorge che nella prima descrizione, Dio li genera maschio e femmina, quindi, facendo prevalere sia la logica che la ragione, si comprende che li crei uguali e con la stessa polvere. Nel secondo, invece, si riporta che l’Altissimo, prima genera Adamo, poi, pensando che non sia giusto che resti solo, gli toglie una costola e, con essa, dà origine ad una donna, anzi, ad una «Männin», una femmina d’uomo.

Converrai che la seconda narrazione, oltre ad indicare una marcata diseguaglianza tra i due individui di sesso opposto, dimostra che le due donne sono diverse e che la prima non è Eva, bensì, Lilith. Mentre la figura di Eva è fissata per iscritto, ampiamente divulgata, accessibile a tantissima gente ed è letta di più, quindi, giocoforza, è conosciuta da tutti, quella di Lilith, al contrario, essendo tramandata oralmente da poche persone, non è molto celebre”.

Primo, intanto, accortosi che io e Fabio siamo come cuccioli che non distolgono lo sguardo dalla madre, dispensatrice di continuo nutrimento, imitando la luna quando sorride nel cielo terso, nel sorridere lievemente e a fior di labbra, concedendosi una brevissima divagazione, chiosa:

“Ricordo bene che Tischler, parlando in modo irrefrenabile e sommergendomi con fiumi di parole, mette in atto il tentativo di scolpire, in modo indelebile, i suoi concetti nella mia mente”.

La mia innata sincerità mi spinge a dirvi che, a causa del meteo, della situazione e dell’impossibilità di svincolarmi, sono costretto ad ascoltarlo.

Ciò nonostante, approfittando di un attimo in cui prende fiato, lo interrompo per citare un bellissimo e profondo passo:

“Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».
Genesi 2,22-23”

Con l’eleganza e la velocità di un ghepardo che insegue la sua preda, per destabilizzarla durante la corsa, impedendomi di continuare, replica:

“Non andare, oltre, perché questo passo della Genesi non fa che consolidare la mia tesi. Ti faccio, notare che la presenza dell’aggettivo dimostrativo nell’espressione «Questa volta», ad inizio frase, lascia spazio a più di un’interpretazione.

Adamo, vuol farci intendere che siamo in presenza di un evento che si contrappone ad uno anteriore? Esiste veramente una volta precedente, oppure si riferisce, semplicemente, al tentativo di Dio di cercargli una compagna tra gli animali? Anche se non sono in grado di fornirti una risposta adeguata, posso condividere con te i miei pensieri.

Nella storia della Creazione, che molti conoscono, l’attore principale, cioè il Signore, utilizzando l’argilla realizza un’unica sagoma molto particolare, un Golem, ossia, una forma – non forma, che, in un unico corpo, congiunge l’uomo e la donna.  

Ciò che accade dopo merita di essere evidenziato, perché descrive bene le peculiarità degli interpreti della vicenda e i loro comportamenti. Si evince palesemente che l’Onnipotente abbia un comportamento ineccepibile, perché prima concepisce Adamo e Lilith congiunti, poi, con un taglio netto, li separa.

Immediatamente preda della smania di ricongiungersi, i due si comportano allo stesso modo. L’ego, prendendo il sopravvento sui entrambi, li induce a comportamenti irrazionali; lui esige che lei giaccia sotto, lei, che non vuole saperne affatto e protesta:

“Perché io sotto? Non siamo forse uguali? Due metà della stessa pasta?”

Adamo, pur cercando di costringerla, non riesce nell’impresa perché la sua forza è pari a quella di lei, e, sperando che il Signore, in virtù della solidarietà maschile, gli dia ragione, gli chiede aiuto. Così accade e Lilith, si ribella: aut nihil aequi, o diritti uguali o niente.

Dato che i due maschi insistono, Lilith bestemmia animatamente, diventa una diavolessa e, come una freccia, spicca il volo che la conduce in fondo agli abissi. Alcuni affermano che ora dimori nelle profondità del Mar Rosso e che, tutte le notti, risalga, giri per il mondo e frusci contro i vetri delle case per entrare e fare danni. Se riuscisse ad introdursi nelle abitazioni, bisognerebbe imprigionarla sotto una scodella capovolta, poiché questo è il solo modo per impedirle di ledere.

Caro Primo, è necessario prestare attenzione perché Lilith, quando trova terreno fertile, se s’infila nel corpo dell’uomo di turno, lo rende spiritato. In questo caso, è necessario che egli sia condotto al cospetto di un notaio o di un tribunale rabbinico, affinché stenda un atto in cui dichiari la volontà di ripudiare la diavolessa”.

Ricordo che ascoltando le sue parole, il mio scetticismo mi induce ad un ghigno rigido, al limite del rictus facciale, che lo innervosisce, non poco e, difatti, Tischler chiede:

“Primo perché ridi? Comprendo bene che non ci credi, ma voglio che tu sappia che mi dispiacerebbe se queste storie andassero perdute, infatti, mi piace ascoltarle e raccontarle e quando le narro, aggiungo qualche particolare, come credo faccia chiunque altro, contribuendo, così, alla nascita dei miti.

Ti racconto un’altra vicenda perché la ritengo degna di essere riferita. Lilith, manifestando un’ingordigia, intesa forse come rifugio mentale, è un’onnivora divoratrice di seme maschile, per cui, senza farsi scoprire, come un cane da punta, si apposta nei luoghi dove pensa che esso possa disperdersi.

Fa quindi suo quello di tutti coloro che, tentati dai bassi istinti, dai sogni o dai vizi, lasciandosi andare, non sono capaci di reggere alle asperità della vita e consentono al proprio sperma di non dirigersi nell’unico luogo consentito dall’etica e dalla morale, ovvero, nella matrice della moglie, della compagna, della donna amata. Calcolare la quantità di liquido che, ogni giorno, ingerisce è veramente arduo e finché ne riceve una buona quantità è sempre incinta.  

Trattandosi di un essere malefico, partorisce spiritelli maligni, ma senza corpo, incapaci di causare molti danni, nonostante desiderino farne, che, prima fanno ubriacare le persone e poi, correndo di notte lungo i solai delle case, annodano i capelli delle ragazze. Sono figli illegittimi, che si presentano ai funerali del padre, assieme a quelli legittimi. Svolazzano intorno alle candele funebri, come farfalle notturne, stridono e reclamano la loro parte d’eredità.

Primo, soddisfatto, aggiunge:

Caro Pulcinella non puoi immaginare l’espressione del mio compagno di prigionia mentre osserva, anche questa volta, un mio sorriso che lo schernisce. Infatti, dice:

“Tu ridi perché sei un epicureo e, come tutti loro, sei abituato a farlo, poi perché, forse, non sei avvezzo a spargere il tuo seme”.

Il nostro interlocutore, narrando sempre con dovizia di particolari, asserisce:

Amici miei, ricordo bene l’espressione imbronciata di Tischler, quando, guardandomi fisso negli occhi, ribadisce:

“Primo, ascoltami bene, può accadere, ma non ne son convinto, che tu esca di qui, sopravviva e veda qualche rabbino che, con il suo seguito, durante qualche funerale, fa sette giri intorno al feretro per creare una barriera spirituale che non consente ai figli senza corpo del defunto, di dar pena alla salma”.

Levi, dopo queste parole, si rivolge ad entrambi:

Caro Pulcinella, esimio Fabio, come converrete, sia in ciò che Tischler mi informa, sia in ciò che alcuni testi riportano, si percepisce che, sin dagli albori della creazione dell’individuo, l’uguaglianza tra uomo e donna sia carente. La sua esposizione, nella sua interezza, oltre a consolidare la tesi di chi asserisce che ci troviamo di fronte a due donne diverse, dà ragione a coloro che credono che la prima donna non sia Eva, bensì, Lilith.

Si trova traccia del suo mito anche nella letteratura cabalistica dove, oltre a menzionare la leggenda della creatura androgina, sono citate tradizioni in cui è la sposa o l’amante di Samael o di Ashmodai, ossia, due principi o re dei demoni, ed esistono due emanazioni del male, una che funge da madre e una da serva.

Primo, mutando, poi, l’espressione del viso, prosegue:

In alcuni testi è scritto che il ruolo di Lilith, nel regno del male, sia analogo a quello della Shekhinah nel regno di Dio e, leggendo tra le righe, diventa spontaneo pensare che così come la seconda rappresenti la presenza del Signore, quindi del bene, così la prima simbolizzi la presenza del male.  

In sostanza, Lilith è l’altra faccia di Adamo e viceversa; egli, pur essendo in dicotomia con lei, ne rappresenta l’altra faccia della medaglia, cosa che accade anche con Eva, che ad essa di affianca.  

Fabio, ascoltate le parole di Levi, intendendo aggiungere un mattone alla realizzazione di ciò che si sta costruendo, considera:

Cari miei, tenendo conto dei miei studi cabalistici vorrei aggiungere che Lilith, Maria e Eva anziché indicare uno sviluppo fisico, indicano una progressione spirituale dello stato di coscienza dell’anima.

Lilith, archetipo del serpente dell’Eden, raffigura le peculiarità fisiche ed originarie dell’uomo e la sua inesistente sensibilità spirituale e, rappresentando l’immersione dell’anima umana nel fango terrestre, con la sua presenza, simboleggia la massima espressione degli istinti primordiali.

Inoltre, personifica la donna che, assecondando i bassi impulsi del corpo, si oppone all’uomo, ossia, all’anima, e ne brama il sopravvento. Come la legge celeste regola lo sviluppo dell’Adamo primordiale, l’uomo originale, ossia l’Adam Kadmon, così la legge terrestre, che Lilith ampiamente incarna, regola solamente lo sviluppo del corpo fisico. Data la sua ribellione è associata al maligno ed è vista come la compagna dell’angelo ribelle, Lucifero.  

Nell’analizzare, dal punto di vista emblematico, la figura di Maria, chi ha orecchie per ascoltare e occhi per vedere, è in grado di comprendere che Myriam, pur schiacciando la testa del serpente, non ne causa la morte, anzi, lo lascia in vita. Ciò, perché i fattori, che oltre ad influenzare l’esperienza e il cammino materiale dell’uomo sulla terra, gli permettono elevarsi in direzione dello spirito, devono essere “domati”, anziché debellati. In altre parole, Lilith, con la sua presenza, indica all’uomo la via per la rigenerazione.

Eva aderisce al processo di progressione spirituale, sia perché lei e il primo uomo partecipano allo stesso progetto di creazione dell’anima, sia perché, subendo all’atto della nascita un condizionamento animico da parte del marito, acquisisce una coscienza di tipo spirituale.  

L’Adamo primordiale, passando dalla condizione di fango, di materia, a quella di essere umano, riceve in dono sia la vita, che ben comprende, sia l’esperienza spirituale che non è altro che il soffio di Dio. L’individuo inteso come modello ancestrale, celeste, metafisico, conosciuto anche come Adam Kadmon cabalistico, corrisponde, energeticamente, all’Albero della Vita e rappresenta la manifestazione divina sul piano dimensionale antropico.

Dopo queste parole, Fabio, facendo da preludio al mio ritorno allo stato di veglia lascia che io ripensi al discorso di Primo, alla duplice realtà della prima donna nell’ebraismo, all’affinità esistente tra le sue opere, agli aspetti che, nei suoi vari racconti, caratterizzano i miti, alle storie intrise di profondi incontri e scontri di Levi, del reduce dal campo di concentramento, con la sua stessa religione.

Nel permanere ancora nell’alveo del dormiveglia, considero che lo scopo della narrazione dello scrittore torinese non sia moralistico, tutt’altro. Egli, infatti, suole dire che, mediante ciò che mi espone o che scrive, cerca solamente di condensare e trasmettere un ricordo puntuale, uno stato d’animo o anche una trovata che spera induca al ragionamento.

Credo che mediante il racconto del mito di Lilith, veicoli una sua riflessione etica, in via traslata, e che in ciò che riferisce vi siano passaggi sia allegri che tristi, esattamente come i giorni che l’umanità intera sta vivendo, che le sue parole, anziché nascondere messaggi o profezie imprescindibili, siano semplici, ma profondi spunti di riflessione.

Infine, reputo che, nei suoi resoconti, utilizzi spesso quell’unione degli opposti molto cara a tanti studiosi di esoterismo. Ciò si riscontra sia nella storia di Lilith, mediante la figura ibrida, munita di due schiene, sia nella favola alchemica in cui parla del mercurio e del processo abbinato a tale elemento.

Il torpore mi permette di focalizzare la mia attenzione sull’emblema della bellezza, della conoscenza, della libertà, della perfezione e della gioia paradisiaca, ossia, sul simbolismo della mela, che, tagliata in due, nel verso perpendicolare all’asse del peduncolo, evidenzia il tradizionale simbolo del sapere, il pentagramma tanto caro a Pitagora. Così come mi consente di meditare sulle analogie tra le parole di Fabio, su Maria che schiaccia la testa del serpente senza ucciderlo e del rettile che accompagna il mitologema di Lilith, intesa come paradigma dell’aspide.

Animale, che a sua volta, emergendo dalla madre terra, dunque dall’oscurità, dalle tenebre dell’ignoranza, evidenzia un forte legame con la vita, con il suo slancio dal basso verso l’alto, e si dirige in direzione della luce, del lume della conoscenza. L’invertebrato, oltre a ricordarmi che ha la duplice valenza di vita e di morte, mi porta alla mente il brano della Genesi in cui si descrive Eva nell’Eden, che, lasciandosi tentare proprio da lui, raccoglie il frutto proibito e lo offre ad Adamo.

Poco prima di svegliarmi considero che il viso lucido e l’aspetto “luminoso” di Lilith sono dovuti alla dottrina mistica che riconosce al male un’origine trascendente; secondo quest’ottica, infatti, l’oscurità ha origine come emanazione divina ed ella è definita elemento demoniaco. Giocoforza, si è portati a ritenere che il male scaturisca da Dio e che, mediante la sua presenza, si consenta all’uomo di scegliere, tramite il libero arbitrio, se ascendere o discendere.

Destandomi, infine, senza rendermene conto, penso che, quasi ogni notte, i vari stati di sonno mi permettono sì di sognare, ma non di trovare una chiave priva di retorica, né di sviluppare un punto di vista univoco, che mi conceda di acquisire conoscenza.

Le esperienze oniriche, però, mi concedono di ragionare e, dunque, di raccontare il sentire di un’esistenza fatta di attimi, minuti, ore, giorni e azioni, in cui chi mi legge, ha la possibilità di riconoscersi, trovare somiglianze e affinità nei personaggi che incontro nelle mie visioni, perché questi pescano nella realtà della nostra vita.

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

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Domenico Esposito

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.