L’attacco alle magliette rosse – Nuove frontiere della morale politica

L’attacco alle magliette rosse – Nuove frontiere della morale politica

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maglietta rossa


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Ho pensato un po’ all’eventualità di indossare la maglietta rossa, aderendo simbolicamente all’iniziativa voluta da Libera in ricordo delle piccole vittime dello scorso 7 luglio, affogate in un mare sempre meno amico, sempre meno nostrum, sempre meno umano.

Ci ho pensato sapendo quanto cose del genere vengano strumentalizzate, un po’ da ogni parte. Di solito, infatti, me ne tengo distante. Le generalizzazioni categorizzanti delle azioni fanno meno prigionieri delle parole. Fai una cosa e quella stessa cosa la fa un altro? D’ora in poi tu e l’altro siete accomunati per la vita, amati e odiati a seconda delle prospettive di chi guarda, anche se – poniamo il caso – su mille altre cose la differenza è abissale. In gergo giuridico si parlerebbe di vischiosità di un precedente. In gergo non giuridico, di ottusità o al più di faciloneria.

L’odio politico per relationem, come anche l’amore, rappresenta una delle ineffabili comodità del volgo globale: il tempo amabilmente dedicato a odiare ad personam è ormai un lusso per pochi.

Qui e là ho letto alcune argomentazioni degli “anti-maglietta”. C’è chi ha sciorinato il formulario consueto, quello dei falsi buonisti-sinistroidi-piddioti ecc.  E così che il sottoscritto, a quarantadue anni, si trova ad aver indossato una maglietta non per aver ricordato il sangue bambino dei morti, ma ad aver votato un determinato partito, appoggiato le ONG deviate, aiutato gli immigrati clandestini, con la Boldrini, ad ammazzare qualcuno, a sorseggiare champagne con la Bonino su una delle barchette di Soros.

C’è chi invece l’ha posta sull’apparente contraddizione tra il gesto e la condizione economica degli “indossatori”. Ed è qui che l’odio per relazionem dà il suo meglio, in quella che chiamerò dimensione censitaria della morale. E già, perché se sei ricco non puoi compatire dei morti. Se hai il Rolex, la villa al mare, l’attico, al momento marchio d’infamia per eccellenza: ergo se per caso avete un attico e volete spendere una parola per i più deboli, o rimanete in silenzio, o vendete l’attico, o – meglio – tifate crimine e malavita, altrimenti la falce scintillante della coerenza si abbatterà su di voi. E così che ho capito che per dedicare visivamente un pensiero a qualcuno devi essere sconosciuto, apolitico e in difficoltà economica, grave ma non troppo, pena il pregiudizio di classe.

Abbiamo scelto il rosso come colore che indica uno stop, una pausa, un momento di riflessione dinanzi alla emorragia di umanità in atto

ha detto uno dei portavoce di Libera. Già, perché dovrebbe fermarsi un uomo, dinanzi alla morte. Ammutolire dinanzi alla catastrofe che da troppo tempo va perpetrandosi.
Un rigurgito di prepotente umanità dovrebbe soffocargli, almeno per un giorno, i rimasugli mal digeriti dell’ennesimo banchetto mediatico delle parole. Soprattutto se le vittime sono troppo piccole anche per metterla su con la storia delle responsabilità, delle colpevolezze, delle connivenze.

E, invece, immersa sino al collo nelle categorie della psicopolitica, mezza Italia ha confuso il senso di un gesto con un’afferenza partitica, facendo poi discendere quello da questa. Quasi come se chi votasse, che so, Cinque Stelle o un partito della destra, non potesse esprimere lo stesso sentimento col medesimo gesto, pena il tradimento ideologico, l’epurazione, la fustigazione in piazza.

Ed è vero, verissimo che gesti del genere non assicurano nulla. Un gesto, come una qualsivoglia attività pratica, può essere strumentale, meramente estetico, ipocrita, banale, inutile. Eppure, meglio tutto questo dell’indifferenza. Meglio questo che l’ennesimo battibecco tra vivi, o l’ennesima accusa incipriata di pseudopolitica o pseudofilosofia.

Meglio, per una volta, rimanere comodamente seduti nella propria poltroncina di fortunati benestanti degli eventi, scegliere se indossare o meno una determinata maglietta, e tacere verso chi ha deciso altrimenti.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.