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Un borgo e la sua chiesa: Santa Lucia a Mare

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Santa Lucia - foto Rosy Guastafierro
Santa Lucia - foto Rosy Guastafierro


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Il borgo marinaro di Santa Lucia a Napoli prende il nome dall’omonima chiesa; anticamente, però, i greci lo indicavano come il piccolo emporio portuale di Faliero.

Qui il generale romano Lucio Licinio Lucullo decise di costruire la sua sontuosa villa, Oppidum Lucullianum, dove venivano ospitati o forzatamente rinchiusi gli imperatori come Romolo Augusto.

Il lembo di terra a cui ci stiamo riferendo, a ridosso del mare, l’attuale Pallonetto Santa Lucia, divenne la naturale dimora di tutti i pescatori. La sua favorevole posizione fu motivo di ampliamento verso l’arenile con la costruzione di eleganti palazzi, dimore ambite sia dall’aristocrazia che dai ricchi turisti che sceglievano la città come meta, soprattutto nel periodo del Grand Tour.

L’odierna Basilica, sfiorata dal mare, ha origini molto antiche. Si narra che fu costruita da una nipote dell’imperatore Costantino, la quale, folgorata dalla vita della martire, ne importò il culto nel 330 d.C., come dall’antica lapide affissa sull’ingresso dell’edificio bombardato nel 1943. Giovane nobile siracusana, Lucia decise di rinunciare ai suoi beni e al matrimonio per consacrarsi a Cristo.

Si racconta che durante la persecuzione voluta da Diocleziano contro coloro che avevano scelto di convertirsi alla nuova religione, la giovane scendesse nelle catacombe, dove si rifugiavano i cristiani, per portare loro del cibo. Affinché potesse avere entrambe le mani libere, si poneva sul capo una corolla con candele accese per far luce sul percorso.

Il suo promesso sposo, a causa del rifiuto, la denunciò quale cristiana. Condannata al rogo dal Prefetto Pascasio, non fu lambita dal fuoco e morì il 13 dicembre del 304 trafitta alla gola da un pugnale.

L’iconografia che la ritrae con gli occhi cavati e posti su di un piatto non trova riscontro nella storia, ma si attesta nel tardo Medioevo. Venerata sia dalla Chiesa cattolica che da quella Ortodossa, è divenuta la protettrice della vista, degli elettricisti e degli scalpellini, oltre che dei marinai, poiché illumina l’oscurità notturna per consentire il ritorno delle imbarcazioni in porto.

Ogni anno, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, il suo busto d’argento, ricavato da tutti gli antichi ex voto, esce in spalla dalla cappella dove alloggia per raggiungere la riva, lì viene posta su di una barca illuminata da fiaccole e portata fino a Castel dell’Ovo.

All’alba, il silenzio viene squarciato da una batteria di fuochi: è il segnale con il quale tutti gli abitanti della zona si riversano in strada portando in mano una candela accesa, simbolo dell’iridescenza che da sempre accompagna la santa. Il culto viene officiato ogni ora sino alle 18:30, quando la statua si ritira tra il rumore assordante dei petardi e i giochi pirotecnici che illuminano il percorso.

La tradizione popolare ha in gran conto questa stessa notte, impropriamente definita come la più lunga dell’anno, e vari sono i riti che nelle diverse epoche e nelle differenti culture vengono celebrati per scongiurare la paura atavica delle tenebre.

Mancano pochi giorni al solstizio d’inverno e la notte fredda e insidiosa deve essere rischiarata con ogni mezzo, ci deve essere, se pur fievole, una scintilla, presagio della rinascita intesa sia come Buona Novella che come rinnovamento della Madre Terra.

Il buio ci esorta ad una introspezione profonda, ci induce alla contemplazione di noi stessi, ci incoraggia a confrontarci con il nostro personale inverno. È un preciso invito a lasciare alle spalle quegli aspetti della nostra vita che ci frenano nella rigenerazione spirituale, per dare spazio all’essenziale, ricalcando la natura che si spoglia e riposa, in attesa di poter rinascere con nuova forza e vigore.

Ricordo che, in qualunque giorno della settimana cadesse questa ricorrenza, tutte le donne della mia famiglia, me compresa, dovevano recarsi a casa della nonna che, dopo averci fatto sedere in circolo intorno al tavolo, iniziava a preparare una composizione particolare.

Quattro candele bianche venivano disposte ai vertici di un quadrato immaginario le cui diagonali seguivano le direzioni nord – sud ed est – ovest, mentre una verde, la prima ad essere accesa con un fiammifero di legno, era posta nel centro.

Le candele erano contornate da un cerchio di erbe mediche, quelle raccolte a San Giovanni, intervallate da fresche foglie d’alloro che, con il verde brillante, rendeva speranza. Un secondo anello di sale grosso sigillava la composizione, salis granum.

Con meticolosa precisione, al buio, scandendo antiche invocazioni tramandate a voce, mia nonna faceva prendere luce alla candela centrale, quindi la bianca che segnava l’est, di seguito le altre, seguendo il senso orario.

Ognuna di noi, a cui era stata data una candela bianca, seguiva con attenzione la gestualità della capostipite, in attesa che appunto dal cero centrale arrivasse la fiamma per accendere il proprio, secondo un ordine decrescente per età.

Le altre fiaccole, accese e subito spente, venivano unte di olio d’oliva di ultima premitura e conservate per essere utilizzate nel momento del bisogno. Terminato l’iter si rimaneva mute a fissare le cinque fiamme che scoppiettando lasciavano salire cerchi di fumo sino al soffitto per poi disperdersi.

Molte di noi cedevano il passo al sonno, ma la nonna no, restava sveglia e vigile a controllare che le cinque fiamme restassero accese. La cera doveva consumarsi lentamente, creando strane figure che avrebbero infine rivelato presagi per l’anno seguente.

All’alba, ognuna si ritirava nella propria casa, portando strette al petto le candele della speranza, che la Lux di Lucia aveva reso sacre, mentre l’anziana donna si apprestava a raccogliere il poco rimasto in un panno da scuotere nell’acqua di mare.

Il cero, per noi miracoloso, sarebbe stato acceso solo in momenti veramente critici e particolari, quando si intravvedeva la possibilità di soluzione solo in un intervento superiore, per una malattia improvvisa o per una perdita inaspettata. Averlo in casa era rassicurante, un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi per superare la tempesta.

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Autore Rosy Guastafierro

Rosy Guastafierro, giornalista pubblicista, esperta di economia e comunicazione, imprenditrice nel campo discografico e immobiliare, entra giovanissima nell'Ordine della Stella d'Oriente, nel Capitolo Mediterranean One di Napoli. Ha ricoperto le massime cariche a livello nazionale, compreso quello di Worthy Grand Matron del Gran Capitolo Italiano.