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Ti guardo da una teca

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Il museo dei cuori infranti

Da quando Alessandro Manzoni ha convinto il mondo, letterario e non, che sono gli umili a fare la storia c’è stata una crescita, in continua ascesa, di “racconti delle persone qualunque”.

Certo Manzoni non poteva prevedere che l’invenzione degli audiovisivi avrebbe comportato la nascita di “Uomini e donne”, il programma della De Filippi, intendo.

Quando questo racconto della vita e delle traversie della “gente” non è stato più solo appannaggio della penna o della stampa, ma sono intervenuti prima il cinema e poi la televisione a curarne con dovizia di particolari la giornata tipo od il grande amore dell’uomo qualunque, e pure ogni sua più remota perversione, sapere solo delle vicende di principi regnanti ed eroi militari è sembrato desiderabile.

Il numero di persone “note” difficilmente distinguibili dalla massa, tende ad essere ogni anno che passa, più vicino allo stesso numero della massa. In parole povere i famosi sono troppi.

Ad assecondare questo fenomeno adesso ci si mettono anche i musei.
Ne prendo ad esempio uno in particolare: “Il museo dei cuori infranti”.
Si trova a Zagabria, in Croazia, ed è collocato in una casetta dismessa in pieno centro storico, quello della parte alta, per coloro che sono pratici della città.

L’inventore del museo ha chiesto a chiunque ne abbia voglia, e siamo già in presenza di un folto numero di donatori, di fare un lascito. Tale lascito consta di un oggetto con tanto di documentazione allegata, che sia stato protagonista inconsapevole e partecipante della vita, ma soprattutto della morte di una relazione.

Al suo interno le sezioni, ovvero le 10 stanze in cui è diviso, propongono una scansione in temi. Si va dagli amori giovanili a quelli per i propri cari, allargando in una stanza il campo anche a mamme e papà, ai divorzi ed ai distacchi temporanei.

L’affluenza è davvero notevole considerato che gli oggetti in mostra sono di una banalità estrema: si tratta infatti di cose di uso quotidiano… con le dovute eccezioni, tipo le scarpe sadomaso e l’ascia conficcata in una parete.

Tutti gli oggetti sono accompagnati da una lettera, od anche qualche frase, che ne racconta il motivo della presenza.

Faccio un esempio: lui e lei si amano ma vivono in paesi lontani.
Lui regala a lei un millepiedi di peluche, multicolore, che ha la sfortuna di vedersi mutilare una zampetta ad ogni incontro, lo scopo non è quello di privare il peluche di tutte le zampette, ma quello di stabilire una “durata” ideale, dopodiché i due si sarebbero sposati. Insomma la mutilazione del peluche sostituisce le righe sul calendario. Arrivati a metà zampette i due si lasciano. Neanche il millepiedi appare contento, a dire la verità. Tanto sacrificio per nulla! Lui dona il millepiedi al museo a testimonianza che “tutto è stato inutile” (sottotitolo “lei è una bip bip bip”). E via così.

Le storie sono tante, alcune incredibili, altre che colpiscono per la quota di rabbia che ancora senti dietro ciascuno di quegli oggetti.
La caratteristica di questo museo, infatti, sta tutta nella costruzione degli stati d’animo dei suoi visitatori. Leggere e partecipare.

Si tratta di sentimenti in mostra: a differenza degli altri contesti museali nei quali alla partecipazione è legata spesso una minima precedente conoscenza dell’argomento di cui si è visitatore, qui si parla di emozioni alla portata di tutti.
Chi non si è sentito una volta nella vita nelle vesti dello sfigato/abbandonato? Reperti offerti da tutto il mondo.

Per conoscere le storie ci sono cataloghi proposti in inglese, francese, spagnolo, tedesco ed italiano per poter seguire, passo passo, l’esposizione degli oggetti nelle teche.

Già questa mancanza di audioguide è una piacevole anomalia: si legge in pace e secondo i tempi necessari a ciascuno, per entrare analogicamente in contatto con un reperto. Man mano che si leggono le storie, l’atmosfera è riempita di risate o sbuffi dalla platea di visitatori, perché la storia è paradossale o comica, o fa male. Così d’un tratto uno ride o fa un gesto di intemperanza, mentre legge o a fine lettura.

Inaspettato e incomprensibile fino a che non si arriva alla teca corrispettiva ed allora il gesto del collega/visitatore appare chiaro.
Ci si sente un po’ alla scuola materna, si fa fatica a non capire subito il perché di alcune reazioni di chi osserva, per esempio, un paio di scarpe. Alcuni oggetti poi tendono ad attrarre più di altri.

La maggior parte delle “opere” esposte infatti non vuole che si dimentichi il torto subito, ma pretende di attestare l’imperitura cattiveria, bassezza, crudeltà che l’ex, il traditore, il “lasciatore” di turno, insomma, è stato capace di mettere in pratica.

I visitatori commentano tra di loro le opere e spesso si tratta di viaggiatori in coppia che si confrontano facendo riferimenti anche alla propria storia e cercando conforto nell’altro… “a noi non capiterà mai, vero?”

Si spazia dall’inizio del secolo all’anno in corso, dalla foto d’epoca all’mp3. Non mancano nel museo reperti multimediali, dalla musica in diffusione ad alcuni video che ricostruiscono qualche vicenda sentimentale: non ci sono sottotitoli o versioni in inglese per i video e dunque la lingua croata è per molti un ostacolo.

Parecchi chiedono se sia possibile comprare un catalogo del museo, ma (ahimè) non ce n’è uno in vendita. Nello spazio destinato ai gadget invece ci sono diari in bianco o compilati con storie strappalacrime, acquistabilissimi.
A voi la scelta: se scrivere di vostro pugno o lasciarvi andare al racconto delle disgrazie altrui.

Certo sarebbe bello pensare anche ad un museo che parli semplicemente di amore (o esiste già?) e metterci dentro, per esempio, che ne so… le interviste che fece Pasolini a mezza Italia a proposito di sesso e amore (Comizi d’amore, 1965) o “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli (1968). Insomma un museo che tratti la vicenda da un punto di squisitamente emozionale, ma con un po’ di artistico dentro.
A Napoli, poi, ci starebbe benissimo.

Tornando al museo croato, comunque, mi pare che si ponga come unico obiettivo quello del racconto: uno incontra l’amore, si scontra con lo scoglio dell’altro e poi ne esce sconfitto.

È un museo per perdenti. Un museo di perdenti.

Forse ce n’era bisogno dal momento che l’unico spazio, oggi, dove si consente a qualcuno il diritto di fallire è ben nascosto nella vita di ciascuno. A documentare il fallimento restano, così, in bella mostra i suoi feticci, esposti sotto i riflettori. Intorno ad essi una teca umana.
Io ho già pronta una bella scatola, ricca di oggetti e fallimenti belli grossi, da inviare… E voi?

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.