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Il monomito, una struttura che funziona da 6.000 anni

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Il re Leone


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Dopo aver introdotto i concetti di soggetto e chiacchierato a proposito dei personaggi, evidenziamo una piccola grande verità: qualsiasi storia, racconto o romanzo che sia, ha bisogno di una struttura solida e ben progettata.

Cos’è in concreto la struttura di un’opera letteraria? Per certi versi si tratta della sequenza di eventi che hai deciso di raccontare in un certo ordine e ricalca e somiglia molto al soggetto. Per capire meglio cosa sia possiamo utilizzare la seguente immagine: il soggetto è lo scheletro dell’opera; i personaggi possiamo paragonarli agli organi vitali – alcuni centrali, altri periferici, ma tutti necessari al corretto funzionamento dell’organismo – storia che si intende raccontare. Completando la similitudine, possiamo dire che la struttura sono i muscoli che permettono a una storia di reggersi in piedi e camminare.

Portando la definizione a un livello più tecnico, la struttura di un’opera è la sua architettura, la pianificazione dei suoi eventi principali e la presentazione di eventi e personaggi in un certo modo. Per dirla in termini cinematografici, la struttura è la storyboard di un’opera.

Ogni opera – e vale non solo per la letteratura – a ben guardare presenta sempre lo stesso schema di base:

  1. Rottura dell’equilibrio iniziale;
  2. Evoluzione;
  3. Climax;
  4. Ripristino dell’equilibrio.

Ogni storia comincia con un evento che stravolge l’equilibrio iniziale: in Cappuccetto Rosso, giusto per dirne una, la rottura della situazione di partenza è data dalla mamma che manda la bambina a portare il cestino alla nonna malata. Segue l’evoluzione della vicenda, il bosco, il primo incontro col lupo, ecc.. Arriviamo al climax – cioè il momento clou della storia – che nel nostro esempio è quando il lupo divora Cappuccetto. Infine, l’equilibrio è ripristinato con l’intervento del cacciatore.

Ricorda però che il ripristino finale può portare sia alla restaurazione della situazione iniziale, sia alla nascita di un nuovo equilibrio. Ad esempio, nell’Iliade l’equilibrio viene rotto da Paride ed Elena, c’è la guerra, il cavallo, ecc. ma alla fine viene a crearsi un nuovo equilibrio, nel quale gli Achei tornano a casa da vincitori e Troia non esiste più.

Ma è vero dunque che tutte le opere più famose hanno un’architettura simile? Prima di rispondere a questa domanda, devo presentarti la risposta, estrema, che qualcuno più qualificato di me ha voluto dare al quesito. Questo qualcuno si chiama Jorge Luis Borges e, immagino, non ha bisogno di presentazioni. Borges sosteneva il seguente punto di vista: quattro sono le storie. Secondo lui, tutta la produzione letteraria dell’umanità si somiglia e tutte le storie raccontate dall’uomo, per quanto differenti le une dalle altre, sono assimilabili in quattro storie o tipologie di storia:

  • L’assedio. È la tipologia di storia più antica e può indicare sia l’assedio militare a una città, pensa all’Iliade, quanto qualcos’altro in senso lato: l’assedio alla virtù di una donna, per esempio, oppure raccontare una partita di calcio, o la colonizzazione di un pianeta sconosciuto;
  • Il ritorno. L’esempio più noto è l’Odissea, ma rientrano in questa categoria anche storie come quelle di Gulliver, o Robinson Crusoe, o la cronaca di una maratona, Borges ha scritto tanto di sport;
  • La ricerca. Esempi celebri: Giasone e gli Argonauti, che andavano alla ricerca del vello d’oro; tutte le storie sui Templari e sul Santo Graal, e via discorrendo;
  • Il sacrificio. Gesù che muore per salvare l’umanità; prima di lui, Osiride, il dio egizio, la cui morte porta alla nascita del dio del sole Horus. Ma anche Emma Bovary, Anna Karenina…

È dunque vero che esistono solo quattro storie? Forse Borges ha avuto intenzioni provocatorie, magari nel suo stile ha voluto buttar giù dal piedistallo una categoria – quella degli scrittori – dove il narcisismo e l’autocelebrazione sono fin troppo evidenti: tutti convinti di aver avuto o scritto l’idea del secolo. In effetti, c’è così tanta differenza fra Giulietta e Romeo, Renzo e Lucia o Belle e la Bestia?

Ora, a parer mio – e sottolineo mio – quella di Borges è un’esagerazione, una forzatura. Tuttavia è vero un punto: bene o male, ogni storia mai narrata dall’uomo verte su quei quattro momenti che ho citato poco fa: rottura dell’equilibrio, evoluzione, climax, ripristino dell’equilibrio. Sono i veri pilastri che reggono il peso dell’intera architettura di ogni storia.

Una nuova storia dovrà basarsi sui quattro pilastri appena citati. Oggi però ho deciso di farti osservare la letteratura con altri occhi, ed è per questo che desidero presentarti un modello di struttura inventato da qualcuno 6.000 anni fa e che resiste tutt’oggi.
Una struttura che accomuna le principali opere letterarie della storia, per non dire tutte, e che prende il nome di monomito.

Il primo, grande teorico del monomito è stato un signore americano chiamato Joseph John Campbell (1904-1987), saggista e studioso delle religioni noto per la frase “segui il tuo sogno”. La sua opera più celebre s’intitola L’eroe dai mille volti ed è considerata una pietra miliare della teoria del monomito perché dimostra come le più importanti storie raccontate dall’uomo presentino dei mitemi, elementi strutturali, comuni. L’erede naturale di Campbell oggi è Christopher Vogler, uno sceneggiatore di Hollywood che – fra gli altri – lavora anche per la Disney e ha scritto un saggio sul monomito dal titolo Il viaggio dell’eroe.

Il binomio Campbell-Vogler è il punto di partenza per poter parlare del monomito. I due testi appena citati si trovano anche in rete, e ti consiglio di leggerli. Nel frattempo, tuttavia, proviamo a capire cosa sia questo monomito.

Tutte le più importanti storie mai concepite dalla mente umana si basano su questo tipo di struttura narrativa e, stringi stringi, raccontano il viaggio di un Eroe, o protagonista. Ma attenzione, il viaggio può essere letterale, pensa all’Odissea, oppure introspettivo, cioè l’eroe compie un viaggio dentro se stesso al termine del quale cambia, è un’altra persona. Rimanendo in tema, pensa all’Ulisse di Joyce. Dimmi il titolo di un’opera molto famosa, la prima che ti viene in mente. Quale hai scelto? I promessi sposi? Amleto? Matrix? Il signore degli anelli? Il padrino?  Ricalcano tutti la struttura del monomito: in ciascuna opera, ma proprio tutte, eh, il protagonista compie un’evoluzione, un viaggio fisico o metaforico.

Addirittura Campbell sostiene che le più grandi storie raccontate dalle religioni, da un punto di vista letterario, siano basate su questo modello narrativo. Dalla vita di Buddha ai Vangeli, dalla tradizione vedica indiana ai miti greci, c’è sempre un “eroe” che intraprende un viaggio, fisico o spirituale, affronta delle prove, è messo di fronte alle sue paure più grandi, le supera, risorge. Alcuni dei più antichi esempi di questa struttura risalgono agli egizi, mito di Osiride, o ancora prima, Gilgamesh ed Enuma Elish, epopee sumeriche e assiro – babilonesi vecchie di quasi sei millenni.

Senza soffermarcisi troppo – sono stati scritti libri per spiegare la struttura monomitica di molte opere famose – possiamo notare alcuni aspetti del monomito:

  • Ha una struttura ciclica;
  • Gli eventi accadono in un mondo ordinario e in un mondo speciale;
  • Segue lo schema base dei quattro punti citato a inizio lezione.

Vediamo ora, in breve, di spiegare i vari stadi del monomito:

  1. Mondo ordinario. Vi è un equilibrio iniziale nel quale conosciamo il nostro eroe in uno stato di comfort;
  2. Chiamata all’avventura. L’equilibrio iniziale si spezza e l’eroe è chiamato a intraprendere un viaggio, fisico o interiore;
  3. Rifiuto della chiamata. Molto spesso l’eroe non vuol affrontare il problema, è riluttante ad abbandonare il confortevole mondo ordinario;
  4. Incontro con il Mentore. L’eroe viene convinto da un mentore a intraprendere il cammino cui pare destinato;
  5. Prima soglia. Una volta accettato di intraprendere il viaggio, l’eroe entra nel mondo speciale o stra-ordinario. È l’inizio dell’avventura vera e propria;
  6. Prove, alleati e nemici. La storia entra nel vivo e l’eroe inizia ad affrontare delle prove, incontra personaggi dalla sua parte o che lo avversano;
  7. Avvicinamento alla caverna. L’eroe si avvicina al luogo più pericoloso della storia, si prepara ad affrontare la sua prova più grande e tenebrosa;
  8. Prova centrale. È il climax della storia. L’eroe affronta la prova più difficile, il nemico più forte – può essere egli stesso – o la sua paura più recondita;
  9. Ricompensa. Superata la prova più difficile, l’eroe ottiene una “ricompensa”. Un tesoro, un oggetto, o una nuova conoscenza o consapevolezza;
  10. La via del ritorno. L’eroe intraprende il cammino a ritroso per tornare nel mondo ordinario. Potrà affrontare altre prove;
  11. Resurrezione. Per tornare nel mondo ordinario l’eroe deve simbolicamente morire e rinascere. Un’ultima, grande prova per tornare trasformato, cambiato;
  12. Ritorno con l’Elisir. L’eroe “rinato” torna nel mondo ordinario con un elisir: ricchezze, nuove facoltà o più consapevolezza. Ripristino dell’equilibrio.

Vorrei sottolineare però che un’opera può basarsi sul monomito anche senza riproporre tutti e 12 gli stadi appena descritti, e che il loro ordine può essere mescolato a piacimento.

Appurato che le principali opere si basano sul monomito, dobbiamo porre una domanda: perché il monomito funziona? Per quale motivo la mente umana, da millenni, apprezza e riconosce una narrazione che ricalca sempre lo stesso modello?

Per rispondere son costretto a ricorrere a un’altra grande personalità del passato e spiegare un ulteriore concetto: il pensatore svizzero Carl Gustav Jung e la sua teoria sugli archetipi. Archetipo deriva dal greco ὰρχέτυπος e cioè arché (“originale”) e tipos, (“modello”). Dunque l’archetipo è un modello originale, un’idea primitiva, una forma preesistente.

Se il primo a parlarne fu Filone Alessandrino, un filosofo del I secolo, è a Jung che dobbiamo lo sviluppo di una concezione degli archetipi applicabile ad ambiti quali la mitologia e la narratologia. Jung infatti sostiene che, alla nascita, l’inconscio contenga già in sé delle impostazioni psichiche innate che vengono trasmesse per via ereditaria. Sono dei modelli preesistenti, delle idee che vanno a formare il cosiddetto inconscio collettivo.
Il quale è quindi costituito da un insieme di schemi di base universali e impersonali, che valgono per tutti e da tutti sono riconoscibili. A tali schemi Jung dà il nome di archetipi.

Ebbene, il monomito funziona perché contiene una serie di archetipi che il nostro inconscio identifica senza accorgersene. A livello consapevole non ci rendiamo conto che l’Amleto e il Re Leone raccontano la stessa storia, perché ci focalizziamo sulla trama, sui personaggi, ecc. Tuttavia il subconscio riconosce un modello narrativo che gli è familiare e ci permette di apprezzare quell’opera.

Gli archetipi junghiani sono assai numerosi e questa lezione è già lunga di suo, quindi mi limiterò a presentarti i 7 archetipi principali che troverai in ogni monomito che si rispetti:

  1. Eroe. È il protagonista della storia, colui che compie il viaggio fisico o mentale. Ha un punto debole o una paura recondita sulla quale verte la prova centrale che dovrà sostenere. Subisce la morte-rinascita e torna arricchito, cambiato. È il più attivo dei personaggi di una storia. È l’archetipo dell’Io;
  2. Mentore. Mentore era il nome di un re presente nell’Iliade e nell’Odissea, dove assume il ruolo di… mentore di Telemaco. È la coscienza, la guida spirituale dell’eroe, il suo allenatore, il “vecchio saggio”. È la voce di Dio, il supporto psicologico del protagonista. È il della storia e, come archetipo, rappresenta la figura del Padre;
  3. Ombra. È l’antagonista, l’acerrimo nemico dell’eroe. Si dice che il valore di una storia lo apprezzi dalla qualità del “cattivo”, e questo avviene perché lo scontro fra l’eroe e l’ombra è il motore che muove la storia;
  4. Guardiano della soglia. Non sempre è un nemico, ma è il primo ostacolo che l’eroe dovrà affrontare. Mette alla prova l’eroe per aprirgli l’accesso al mondo speciale ponendolo di fronte alle proprie paure e ai propri limiti;
  5. Messaggero. Può essere un personaggio, oppure un evento. In realtà è una funzione, l’incidente scatenante che dà il via all’avventura: può essere infatti una notizia, una telefonata, un biglietto trovato per caso, ecc.;
  6. Mutaforme. È uno degli elementi di maggior suspense in una storia, un personaggio che non si capisce da che parte stia. Può essere amico o nemico, o cambiar bandiera nel corso della storia;
  7. Imbroglione. La funzione più “leggera” della storia. Spesso assume la forma di un personaggio goliardico, che con i suoi trucchi o contrattempi indirizza la storia senza dimenticare di divertire il lettore.

 Questi sono i principali archetipi grazie ai quali una storia strutturata come monomito ha ottime probabilità di far presa su chi legge. Ricorda che non vale l’equazione personaggio = archetipo, in alcune opere ci sono personaggi che racchiudono in sé due o più archetipi.

È chiaro che se stai scrivendo un romanzo non è indispensabile che vi siano tutti, ma capirai che una storia che non abbia, ad esempio, un conflitto fra protagonista e antagonista ha scarse possibilità di suscitare interesse.

E a proposito, voglio concludere dicendoti questo: non sei obbligato a rispettare il monomito. Ti lascio come sempre piena libertà espressiva, se non vuoi dare alla tua storia un’architettura del genere non c’è problema. Era però mio dovere farti dare una sbirciatina a cosa c’è dietro un modello di narrazione che continua a funzionare e, anche, a fornirti rudimentali strumenti di comprensione della psicologia del lettore.

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