Un riuscitissimo ‘Buco nell’acqua’ al TRAM!

Un riuscitissimo ‘Buco nell’acqua’ al TRAM!

278
'Buco nell'acqua' - Foto Corrado Rinaldi


Download PDF

L’opera di De Martino apre un attualissimo spaccato sulle ipocrisie e contraddizioni della nostra società

Vi sono dei momenti nella vita di ognuno in cui si riesce a percepire quel leggero scatto che trasforma l’ordinario in particolare.
All’improvviso “qualcosa” squarcia il velo che filtra il nostro sguardo e ci costringe a pensare più lucidamente alle contraddizioni che permeano la nostra vita quotidiana.
In quegli attimi, anche se solo per pochi istanti, le nostre piccole certezze crollano come un castello di carte.
I muri a protezione della nostra routine, eretti più o meno consciamente, mostrano crepe evidenti o semplicemente, ora le notiamo.
La realtà mostra il suo assurdo e l’assurdo assurge a realtà.

Giovedì 18, al Teatro TRAM di Napoli, alla prima dello spettacolo teatrale ‘Buco nell’acqua’, diretto dal bravissimo regista Mirko Di Martino, e interpretato con grande ironia, perizia e tempi teatrali perfetti dagli attori Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Maria De Notaris, ho vissuto uno di questi momenti.

A scena aperta, su una zattera che imbarca acqua, in mezzo al mare, sono in tre. Tre profughi in fuga da un destino infausto.
Il primo è un ingegnere. Ebreo. Il secondo è un imbianchino. Cristiano. Il terzo è un giovane di belle speranze. Musulmano.

La scenografia, scarna nei colori ma suggestiva, ci cattura mimando realisticamente il movimento di una chiatta in balia delle onde.
Ascoltiamo i dialoghi degli uomini in mezzo ad un mare indifferente alle loro sorti, come indifferente è il destino che li ha condotti proprio lì, a condividere quel viaggio.
Brandelli di vite disperate si affacciano sulla scena, in una narrazione che si dipana, a tratti smozzicata, mentre i tre cercano ogni strategia di sopravvivenza.

Racconti di vite distrutte, soprusi inauditi, viaggi condotti al limite della decenza umana sembrano librarsi sulle teste degli spettatori in tutta la loro violenza, talmente inaudita da sembrare assurda.

Per un attimo, la disperazione e la speranza di una nuova vita sembrano affratellare i compagni di sventura, nello scorcio salvifico di una nuova terra promessa, ma poi, come spesso accade nella grande commedia umana, l’egoismo e le inutili divisioni di credo e abitudini prevalgono, fino alla catarsi finale.

Nonostante il tema ingombrante, in questa produzione teatrale si ride molto, anche se a denti stretti.

I tre protagonisti, infatti, sembrano invitarci alla risata facile, nel dispiegamento di tic e caratterizzazioni derivanti dalla loro appartenenza sociale e religiosa.
Il sorriso, però, si piega spesso in una smorfia penosa, specialmente quando si vedono molti dei propri più reconditi pregiudizi rappresentati così nitidamente sulla scena.

La narrazione si svolge su più livelli, toccando a volo d’angelo alcuni dei temi più scottanti del nostro secolo, dalla problematica degli inarrestabili flussi migratori, con tutto il loro carico emotivo di minaccia al nostro stile di vita e la contemporanea innegabile necessità di affrontare l’emergenza umanitaria che ne deriva, alla divisione di credo religioso, capace di intrappolare e congelare ogni proposito di affratellamento universale, in barba al buon senso più elementare e ai dettami basilari di compassione ed accoglienza, presenti in ogni religione e sotto ogni latitudine.

I tre profughi ci suscitano pietà per la loro condizione disperata ma anche rabbia per l’ostilità che mostrano l’uno verso l’altro ogni qualvolta differenze di educazione, status sociale e credo religioso affiorano nei loro discorsi sterili.

Il mostro dei luoghi comuni più deteriori viene sbattuto in prima pagina, lì davanti a noi spettatori e tutto ci dice che il re è nudo.

Questa commedia dell’assurdo, che, a tratti, riecheggia Ionesco, è invece una sciagurata rappresentazione della nostra realtà sociale, che più realistica non si può.

A tal proposito, la bravissima costumista Annalisa Ciaramella, da me intervistata sull’argomento, ha sottolineato la scelta di abbigliare i tre disperati in maniera estremamente ricercata, nel duplice intento di sottolineare l’atemporalità e la surrealtà della loro condizione, universalizzandola, ma contemporaneamente collocandola invece in un preciso segmento sociale borghese, causa e al tempo stesso vittima dei sinistri epocali che stiamo vivendo.

I tre protagonisti, infatti, altri non sono che piccolo o medio borghesi, alla deriva nella distruzione di un modello economico e sociale che mostra le sue corde, dell’incapacità totale di affrontare un qualsiasi cambiamento nelle loro vetuste convinzioni, perfino su una barca che sta affondando.

Durante la visione dello spettacolo ci si vergogna, spesso, e si pensa, tanto, mentre ci si diverte moltissimo. Non sempre si è così fortunati nel proprio tempo libero.

Bravissimi il regista, gli attori e tutto il cast nel saper racchiudere e gestire argomenti pregnanti in un tempo ridotto, senza banalizzare temi scottanti ma condendoli di ironia sottile e al tempo stesso profonda.

Mirko De Martino e i suoi attori hanno il merito di farci ricordare che gli uomini sulla zattera siamo anche noi. Non dimentichiamolo.

Lo spettacolo sarà in scena al Teatro TRAM, a via Port’Alba, 30, a Napoli, fino al 28 ottobre secondo i seguenti orari: giovedì – sabato ore 21:00, domenica ore 18:00.
Non perdetevelo.

Foto Corrado Rinaldi

'Buco nell'acqua' - Foto Corrado Rinaldi

Print Friendly, PDF & Email
Floriana Narciso

Autore Floriana Narciso

Floriana Narciso, napoletana. Un cuore sospeso tra Napoli e la verde Irlanda. Mediterranea nell'aspetto ma "Irish"nel midollo, vive costantemente in bilico tra due culture e pensa in due lingue fin dal primo vagito. Laurea in lingue straniere europee, dottorato in linguistica per scopi speciali su tematiche di politica internazionale, vive e lavora tra varie realtà. Pensa a buon diritto che i libri e i gatti siano i migliori amici dell'uomo. Nel suo sangue scorre prevalentemente un buon tè nero, forte e bollente anche sotto il solleone. Scrive perché non riesce a farne a meno.