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Un amico di nome Dante

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Dante - disegno di Daniela La Cava
Dante - disegno di Daniela La Cava


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Sono trascorsi oltre 700 anni dall’inizio del viaggio che il Sommo Poeta ha intrapreso attraverso i tre regni dell’oltretomba, suddivisi in 3 luoghi distinti: il baratro dell’Inferno, con i suoi gironi popolati da dannati, la montagna del Purgatorio, dove ai peccatori veniva concesso di espiare le loro colpe e aspirare al perdono divino e, naturalmente, i cieli che compongono il Paradiso, i nove cerchi concentrici in cui risiedono le anime pure, tra cui l’amata Beatrice.
Pietra Miliare della letteratura mondiale, ogni 25 marzo il grande poeta fiorentino viene onorato con una giornata a lui dedicata: il Dantedì, giorno che, secondo gli storici, coinciderebbe con l’inizio del percorso immaginario attraverso la condizione umana di cui gli individui sono artefici e vittime.

Questa figura dall’aspetto severo ma familiare si distingue subito tra tutte, non solo per il capo cinto d’alloro e le porpore vesti, ma per un qualcosa che va oltre la sua grandezza letteraria, forse per quell’espressione così penetrante e superba, che si impone solenne agli occhi dell’osservatore.

Dante Alighieri, il compagno dei lunghi anni liceali, l’ombra silenziosa che ha affiancato i passi del crocevia scolastico fatto di compiti e interrogazioni…

Come dimenticare la paura infernale di non riuscire a spiegare i canti del Paradiso?

Eppure, all’eco delle narrazioni della Divina Commedia, si unisce il ricordo vissuto tra i banchi di scuola, delle incertezze giovanili che tanto associano l’animo adolescenziale a molti stati d’animo danteschi.

A distanza di secoli dalla sua scomparsa, la sua Commedia definita ‘Divina’ da Giovanni Boccaccio, trionfa nel tempo, non solo per l’aspetto linguistico che vanta l’esordio letterario della lingua italiana, ma anche culturale, perché, nei 100 canti che compongono l’opera, il Poeta dipinge, con versi e metafore, i ritratti di persone realmente vissute insieme a personaggi generati dal mito e dalla fantasia.

Si intrecciano, così, le figure di Virgilio e Minosse, Francesca da Rimini e Achille, Cerbero, il conte Ugolino e molte altre voci, che si uniscono in quell’insieme variopinto e armonico che contribuisce a rendere la Divina Commedia, l’Opera Maxima mai eguagliata da alcun letterato.

Osservando l’immagine accanto, possiamo subito riconoscere la figura del poeta, con il capo cinto dalla corona di alloro, trofeo ambito dai poeti del tempo, e le vesti che lo identificano.

Un particolare che stupisce è rappresentato proprio dal suo abbigliamento, perché, in realtà, l’indumento che indossa non è un vestito ma il suo soprabito!

La moda in voga allora, infatti, presentava dei soprabiti molto simili a vestiti da indossare in sostituzione al mantello.

Verrebbe allora da chiedersi: cosa indossavano gli uomini e i letterati dell’epoca?

Facciamo un tuffo nella moda del passato?

Nel passaggio tra il 1200 e il 1300, l’abbigliamento si componeva di più capi.

Si inizia con la biancheria intima, rappresentata da un lungo camicione e delle brache, ovvero dei larghi mutandoni lunghi fino al ginocchio.

Alla camicia si sovrapponeva l’abito vero e proprio, composto da calze e farsetto; in breve, una sorta di calzamaglia ed un giubbetto aderente chiuso con bottoni o lacci.

Sopra il vestito, chi poteva permetterselo, metteva un soprabito, come quello raffigurato, o in alternativa un mantello.

Una curiosità dell’epoca è rappresentata dalla cuffia, una sorta di berretto indossato sia di giorno, da solo o come base per un copricapo, che di notte, usanza adottata fino all’inizio del secolo scorso, quando l’uso delle federe nei cuscini lo rese superfluo.

Gli unici accessori erano la cintura e un borsello; non esistevano occhiali da sole oppure orologi da polso, non erano stati inventati neppure gli orologi a pendolo, presenti spesso nei castelli!

All’epoca di Dante, il tempo veniva ancora scandito dal ciclo solare o dal lento scorrere dei piccoli granelli di una clessidra.

Anche se il suo sguardo è stato sempre rappresentato austero, difficilmente viene definito da studenti, docenti o chiunque guardi la sua immagine come Alighieri, non viene mai chiamato solo con il cognome, come accade per Petrarca, Boccaccio, Foscolo, Leopardi…

Per noi italiani è solo Dante!

Il Poeta innamorato della sua musa quanto della sua Firenze, l’uomo che ha unito l’Italia in un unico idioma, la lingua volgare, quella del popolo che, scavalcando il latino dei dotti, si impone naturalmente come la lingua d’Italia!

Grazie Dante!

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Autore Daniela La Cava

Daniela La Cava, scrittrice, costumista, storica del Costume. Autrice di volumi sulla storia del costume dal titolo "Il viaggio della moda nel tempo". Collabora con terronitv raccontando storie e leggende della sua terra.