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‘Piccole donne’, il gioiello cinematografico di Greta Gerwig

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Piccole donne‘ della Gerwig è la migliore versione cinematografica del romanzo della Alcott

Dopo l’esordio folgorante con ‘Ladybird‘ Greta Gerwig ha alzato il tiro mettendosi in gioco con la trasposizione di uno dei più celebri romanzi della letteratura americana. Ha vinto la scommessa perché il suo ‘Piccole donne‘ è un gioiello cinematografico anche grazie alle scelte tecniche e narrative.

Le vicende delle sorelle March vengono narrate attraverso i flashback.
Il film inizia con le protagoniste già adulte per poi tornare alla loro adolescenza con un montaggio audace, ma non velleitario, che diventa caratteristica pregevole dell’opera.

Il ‘Piccole donne’ della Gerwig unisce i ricordi delle March a quelli della scrittrice Louisa May Alcott, autrice del celebre romanzo che non ha mai nascosto l’ispirazione autobiografica per scriverlo.

Una storia di emancipazione e complicità femminile

La giovane regista, attraverso la sua originale versione del classico della Alcott, ha voluto esaltare una storia di emancipazione e complicità, l’intimità di un’utopia tutta al femminile che si crea nel corso degli avvenimenti nonostante i personaggi che prima vivevano sotto lo stesso tetto poi si disperdano: Jo, Meg, Amy e Beth vengono raccontate nella solitudine delle loro vite da adulte che inevitabilmente le porta al desiderio di ricongiungersi per ritrovare quell’intesa e quel senso di sicurezza che arrivava dalla loro unione creatasi e fortificatasi negli anni adolescenziali mostrati nei flashback.

La conferma delle doti registiche di Greta Gerwig va di pari passo con la capacità di affidarsi ad un cast perfetto per la riuscita del film: a parte l’eccezionale cameo di Meryl Streep nei panni della cinica zia e le ottime interpretazioni di Laura Dern, la madre, Chris Cooper, sig. Laurence, e Louis Garrel, Friedrich Bhaer, vanno sottolineate la bravura di Emma Watson ed Eliza Scanlen, rispettivamente nei ruoli di Meg e Beth, ma soprattutto la rivelazione Florence Pugh che si cala straordinariamente nel personaggio di Amy, la meno simpatica e più controversa delle sorelle March.

Ronan – Chalamet coppia da applausi

Capitolo a parte, comprensivo di elogi e plausi, merita Saorsie Ronan, Jo March, assoluta protagonista del film con una interpretazione travolgente e commovente che, alla stregua di un’icona ed eroina femminista, fa da traino emotivo e morale per gli altri personaggi e per lo spettatore; e così come era accaduto in ‘Ladybird’ la Ronan trova in Timothée Chalamet un ideale compagno di scena, perfetto come Teddy Laurie Laurence, e i duetti tra Jo e Laurie mostrano un’alchimia recitativa da attori di elevata qualità.

A completare il quadro di un’opera che non teme il confronto con le altre sei trasposizioni del romanzo, compreso l’acclamato ‘Piccole donne’ di George Cukor del 1933 con Katharine Hepburn / Jo, il film della Gerwig si avvale dell’elegante ed incalzante colonna sonora di Alexander Desplat, dei costumi di Jaqueline Durran, che giocano sull’aspetto androgino di alcuni personaggi, e dell’affascinante scenografia naturale di Concord in Massachusetts, luogo in cui la Alcott ha scritto la storia delle sorelle March.

Il finale simbolico

Il timbro emblematico che la regista / sceneggiatrice ha voluto imprimere al suo film è chiaro nel finale che, in una narrazione parallela, riporta sia il romanticismo dell’happy ending del libro, imposto probabilmente dall’editore del tempo, sia la conclusione ipoteticamente auspicata dall’autrice  Louisa May Alcott / Jo March, stanca e contraria alla convenzione sociale di fine Ottocento che vuole una donna realizzata solo se sposata, tanto da dire:

Le donne hanno ambizioni, hanno talenti e non soltanto la bellezza.
Sono così stanca di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta la donna.

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Paco De Renzis

Autore Paco De Renzis

Nato tra le braccia di Partenope e cresciuto alle falde del Vesuvio, inguaribile cinefilo dalla tenera età… per "colpa" delle visioni premature de 'Il Padrino' e della 'Trilogia del Dollaro' di Sergio Leone. Indole e animo partenopeo lo rendono fiero conterraneo di Totò e Troisi come di Francesco Rosi e Paolo Sorrentino. L’unico film che ancora detiene il record per averlo fatto addormentare al cinema è 'Il Signore degli Anelli', ma Tolkien comparendogli in sogno lo ha già perdonato dicendogli che per sua fortuna lui è morto molto tempo prima di vederlo. Da quando scrive della Settima Arte ha come missione la diffusione dei film del passato e "spingere" la gente ad andare al Cinema stimolandone la curiosità attraverso i suoi articoli… ma visto i dati sconfortanti degli incassi negli ultimi anni pare il suo impegno stia avendo esattamente l’effetto contrario. Incurante della povertà dei botteghini, vagamente preoccupato per le sue tasche vuote, imperterrito continua la missione da giornalista pubblicista.