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Maiori, Ravello… e Chatwin

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Bruce Chatwin: 'Anatomia dell’irrequietezza'


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Maiori 06/09/2014
Questa mattina a Ravello ho fatto un viaggio particolare, al limite dell’incanto.
Ho viaggiato inoltrandomi nel suo ventre, camminando per le sue strade, per i suoi vicoli, le sue scale. C’è stata una palese volontà in chi ha visto lontano di rendere questo paese un luogo di cultura e di particolare bellezza. Una città che fonda le proprie origini nel V secolo dopo la nascita di Cristo.

Due sono le leggende, o forse le storie: la prima vuole sia nata dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente quando alcune popolazioni utilizzarono questi luoghi come rifugio dalle scorrerie dei barbari, l’altra, invece, racconta di patrizi amalfitani immigrati qui dopo uno scontro tra fazioni che si ebbe in quella città. Il XIV secolo vide l’inizio del suo declino, che portò molte famiglie a trasferirsi nella città di Napoli.

La ripresa si ebbe nel XIX secolo. Intellettuali e artisti riscoprirono questi luoghi creando quella che è oggi l’atmosfera tipica di sospensione. C’è un salire e scendere costante.
Mi ritrovo nel rione Toro con i fondaco della nobiltà ravellese, molti dei quali divenuti oggi alberghi e residenze di lusso, e la chiesa di San Giovanni.

In questo luogo si riuniva la nobiltà cittadina nel medioevo, qui nel cuore antico di Ravello che guarda il mare e sogna l’orizzonte con un volto, e con l’altro contempla i monti che la proteggono.

Come un Giano seduto sulla roccia. Consacrata nel 1276 dal vescovo Pietro di Durazzo, la chiesa di San Giovanni fu costruita tra il 975 e il 1018 dalle famiglie Muscettola, Pironti e Rogadeo. Spoglia, in qualche angolo anche anacronistica, vuota, ma pienamente ricca.

La cripta è a vista al di sotto del pavimento. Le colonne che dividono le tre navate sono mondi a se stanti, capitelli che raccontano una realtà, tante realtà non di questa terra. Affreschi semplici, vivi, che escono dalle pareti bianche, come nelle cappelle Frezza e Coppola oppure nella sacrestia. Il pulpito con i suoi tasselli. Il simbolismo presente.
Un Viaggio in un altro luogo, in un tempo sospeso tra i monti e il mare.

Una ragazza era lì seduta con un libro sulle gambe e una penna tra le labbra. I capelli neri le scendevano sugli occhiali. Ogni tanto alzava lo sguardo verso Ellie e me per poi tornare al suo di mondo.

Anche lei stava viaggiando.

Usciamo dalla chiesa e seguiamo la strada fino al Palazzo Episcopale e da lì al Duomo che, fondato nel XI secolo, conserva l’ampolla con il sangue di San Pantaleone, patrono della città. Ciò che vale per altri santi vale anche per San Pantaleone: ogni anno a luglio il sangue contenuto nell’ampolla si liquefa. Da quest’ampolla derivarono le altre reliquie del sangue del santo oggi presenti in vari altri posti religiosi sparsi in Europa.
Lasciamo il duomo con i due amboni che per la loro bellezza riempiono l’interno intonacato di bianco.

La piazza. Altri vicoli e strade. Un ritrovarsi continuo di suggestioni. Cammini per luoghi affollati dove a volte si fa fatica a osservare, all’improvviso poi ti ritrovi nel silenzio. Non c’è più nessuno. E ritrovi Ravello.

Uno scorcio. Il sole che batte. Il cielo che cade a mare. I monti che lo seguono.

Ora sono a Maiori. Proprio sotto Ravello. Sotto i monti che sembrano abbracciarla.
La Rheginna Major fondata, secondo una delle tante leggende, nel IX secolo dal principe salernitano Sicardo. Altre la vogliono di origine etrusca, greca, romana o picentina. Sulla collina alle spalle si vedono i resti del castello di San Nicola costruito nel XV secolo dai Piccolomini.

Il Corso Regina, la strada principale che dal mare porta al centro della città e di lì ai monti. Palazzo Mezzacapo è proprio qui di fronte. Realizzato nell’800 dai marchesi Mezzacapo, possiede dei giardini davvero belli realizzati a forma di croce di Malta.
Si racconta che il nome della famiglia abbia avuto origine quando un suo esponente tagliò in due la testa di un saraceno, da qui il soprannome che gli fu dato. Questo ricordo leggendario è tramandato anche attraverso lo stemma che la famiglia alza in cui è raffigurata la testa mozzata di un saraceno.

Immagino questa città prima del 1954, quando nella notte tra il 25 e 26 ottobre un’alluvione distrusse parte dell’abitato. Ovviamente la speculazione non si fece attendere. Palazzi, case e ville sbucarono fuori da quella disgrazia come se niente fosse. L’indifferenza, come sempre, fu totale. Immagino, allora, come dovesse essere questo luogo che ha affascinato e preso con se i viaggiatori che qui vi si sono imbattuti.

L’arte e la storia anche qui, come per Ravello, hanno lasciato testimoni che a volte si lasciano sfuggire. Chiese, monasteri, la torre normanna costruita nella seconda metà del duecento, è la più antica torre della costiera amalfitana. Si staglia sul mare come a ribadire il suo antico ruolo: difendere la città! È imponente e sembra seguirti quando le passi vicino. Come se ti seguisse.

Sono seduto in camera. Ellie dorme e il cielo fuori ha deciso di piangere!
Mi accompagna Chatwin: ‘Anatomia dell’irrequietezza’. Forse l’opera che più racchiude il suo pensiero, il suo essere. Una collezione di scritti divisi in cinque parti, dove il viaggio, l’arte, la storia sociale dell’uomo fanno da perno al suo pensiero.

Probabilmente l’arte e il nomadismo sono i due temi principali. Quest’ultimo è il centro della sua vita. Del suo essere uomo e viaggiatore. Uomo e arte del viaggio. Chatwin che ha creato il proprio viaggio.

Il nomade che aveva come casa la propria idea di mondo, che ha creato il proprio essere nel viaggio, nei luoghi e nei volti che ha incontrato è qui, tra le mie mani, mentre la pioggia continua a cadere su questa costa che anche così, grigia e bagnata, con il mare che si ingrossa respirando la pioggia, ti carica e riempie di bellezza.

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Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!