L’occhio fisso di Lucia Stefanelli Cervelli

L’occhio fisso di Lucia Stefanelli Cervelli

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L'occhio fisso Lucia Stefanelli Cerveli
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Titolo: L’occhio fisso
Sottotitolo: Racconti monologanti per intellettuali piuttosto delusi
Autore: Lucia Stefanelli Cervelli
Editore: Homo Scrivens
Collana: direzioni immaginarie

Lucia Stefanelli Cervelli è una donna dai molteplici interessi. Insegnante, sociologa, attrice, sceneggiatrice, scrittrice, poetessa, saggista.
Intellettuale di raffinata cultura, ma caratterizzata, al contempo, da profonde doti umane. Nei suoi scritti è ironica, sferzante, a tratti sottilmente amara, ma lascia sempre lo spazio alla speranza.
“L’occhio fisso” segue “L’occhio strabico” edito nel 2011 ed ovviamente esiste una continuità tra i due scritti; la stessa autrice riallaccia i fili nel primo dei racconti – monologhi: l’occhio fisso, appunto.
Il protagonista, dopo aver passato una vita da ‘strabico’, abituato ad osservare quasi di soppiatto, in modo discreto, dissimulato, si trova ad affrontare un cambiamento di prospettiva:

l’occhio strabico, sempre intento a raccattare quanto rimasto in angolo, quanto defilato e nascosto.

No.

Questo mio occhio rinsavito, rinsavito troppo, ora mi obbliga ad un atteggiamento nuovo. Pretende che io non fugga e che non badi alle cose sfuggenti.
Vuole che io fissi in faccia la realtà.

Ma l’occhio strabico è naturale premessa di quello fisso; per inchiodare la realtà è necessario prima inquadrare il contesto, cogliere quegli aspetti che potrebbero sembrare marginali, particolari solo apparentemente insignificanti o secondari, ma che ci consentono di guardare il mondo da altre prospettive, anche di mettere in atto il pensiero laterale, quello creativo. O meglio, il retropensiero, “che interpreta la realtà in modo soggettivo ricavandone significati ad altri invisibili”, come scrive Ermanno Corsi nella prefazione.
Così lo sguardo divenuto diretto, penetrante ‘aggredisce’ la realtà, la analizza in modo impietoso, la fa a pezzi, la smonta e la ricompone.
Così una rosa tatuata suggerisce la fuga dello spirito, un’ignoranza che sotto un’apparenza “ricca e compendiosa” cela significati assorbiti e mai forse veramente appartenuti”, non vivificati dal senso.
L’autrice non risparmia la politica, orfana delle ideologie, in cui una vuota ricerca del nuovo lo esalta fino ad elevarlo a ragion sufficiente”; fino ad accontentarsi della penzata”, figlia della artigianale creatività, ben lontana dalla più nobile fantasia.
Ironizza sulla mania tutta italiana della premianza”, lo spunto arriva da un “Premio pseudo-letterario, il cui scopo era premiare se stesso”; ed emerge il quadro di un paese che si autocelebra, di concorsi e riconoscimenti fasulli, spesso usati solo per gonfiare l’ego e i curricula di chi vive di apparenza.
Così come un cartello stradale di Caduta massi” diventa metafora della vita, motivo di apprensione prima, di profonda riflessione e di rilassamento poi.
La notizia letta su un quotidiano di un concorso che mette in palio la cittadinanza statunitense, le effervescenze collettive, diventano spunto per l’ironia, di monologhi pungenti e critici nei confronti di una società che ormai si è smarrita, in cui anche il sistema formativo si è appiattito verso una “istruzione obbligatoria, sì, ma di massa! Libera, facilitata, contrattabile, edulcorata, giocosa e socializzante”. Che ha il risultato di “svuotare il titolo di studio. Renderlo surrogato di illusorio e nuovo titolo nobiliare”.
Racconti a tratti onirici, in cui l’espediente narrativo del ‘sogno’ è utilizzato per introdurre variazioni sul tema e riflessioni solo apparentemente ‘fantasticanti’.
La ricerca dell’illusorio, dell’apparenza è riproposta con efficaci tinte nel racconto “Ci penseranno i pronipoti!“; una targa sulla facciata di un condominio è un tentativo patetico di consegnarsi all’immortalità, di divenire “postero di se stesso”.
Diventa metafora anche un uovo al tegamino, che frigge, che trasfigura in un mondo “rifritto”, che diventa l’occhio di bue, simbolico riflettore che sa bene dove essere puntato per ‘illuminare’ chi deve essere visibile.
L’ultima riflessione è circa una realtà ibridata, che si fa beffe dell’occhio fisso, che lo irride, riducendolo a passivo osservatore della realtà stessa che si ostenta, si grida. Una società complessa, che viaggia alla velocità della luce, eccessiva ma, al contempo, vuota. Sono quindi le “ibridazioni” a prevalere; docente/allievo; onesto/disonesto.
Ma è l’ibridazione culturale quella per eccellenza.

L’abito dell’imperatore è indossato con disinvoltura, abilitato ad esistere anche dall’accettata nudità.

L’unica alternativa è quella della cecità, un buio rassicurante, sempre simile a se stesso. Senza la luminosità di superflue stelle. Ma gli occhi resteranno aperti, si tratta di una cecità luminosa; il buio brilla di una luce propria, di una non/luce. Si tratta di un buio interiore; l’attenzione dell’autrice è rivolta al suo interno, al suo proprio nucleo, non ha bisogno di oggettivizzare la cosa, di risolverla.

stefanelliUna cecità luminosa che ci ricorda in qualche modo quella di Saramago, che proprio in “Cecità”
scrive:

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Anche quella del Nobel portoghese è una cecità immersa in una sorta di luminanza, che permette di capire la vera natura dell’uomo e della società.
Ma la cecità di Lucia Stefanelli Cervelli, in definitiva, se ne distacca; si traduce nella scelta di chi ha visto in modo obliquo, strabico, ma anche fisso, diretto, che di fronte ad una società ibridante rinuncia, almeno momentaneamente, a leggerne l’oggettività.
Ma non è una sconfitta, anzi.
Si tratta di un passaggio ulteriore nel percorso. Tutto è ancora aperto.
Aperto al nucleo, anche se sembra un paradosso, un ossimoro.
Il libro si chiude in toni che non sono sicuramente pessimistici:

Oh, lauda infinita della separazione!
Oh, elogio dell’impercettibile brillio interno al nucleo d’ogni cosa!

Oh elogio perenne della cecità luminosa!

… Senza rancore!

Si intravede un bagliore, quello che risplende dall’essenza e che non è da cercare all’esterno, ma nel nucleo, appunto.

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Pietro Riccio

Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l’opera di narrativa “Eternità diverse”, editore Vittorio Pironti, e il saggio “L’infinita metafisica corrispondenza degli opposti”, Prospero editore.