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Lariulà

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Autore: Salvatore Di Giacomo – Mario Costa
Titolo: Lariulà
Anno di pubblicazione: 1888

È la storia di un litigio tra due giovani innamorati, ancora immaturi; forse è nato per qualche maldicenza, chiacchiere di vicolo o incomprensione, un ammore ‘e vìcolo.

La canzone, del genere villanella, è articolata su 3 coppie di strofe, con la ripetizione dell’ultimo verso della 2a strofa a due voci, con qualche parola adattata ed il ritornello di quattro versi, ripetuti, di cui il primo è anche il titolo della Canzone.

Il testo è una vera poesia di un grande letterato. La musica, che anima la canzone e la rende popolare, sia per il ritmo sia per il ritornello, sminuisce l’intensità del testo, che è valorizzato solo se recitato da una coppia di attori, ben calati nel loro ruolo.

Si riporta il testo della Poesia e la traduzione all’impronta, non letterale, per mantenere la forza dell’espressione poetica di Salvatore Di Giacomo, ampliata nel commento.

Lui –
Frutto ‘e granato mio, frutto ‘e granato,
quanto t’aggio stimato a tiempo antico!
Tiénete ‘o muccaturo arricamato,
tutta ‘sta rrobba mia t’ ‘a benedico…
Lui –
Mio bel frutto di melograno,
quanto ti ho adorata e da sempre!
Riprenditi il fazzoletto ricamato,
tieniti pure ciò che t’ho donato.
Lei –
Quanto si’ bello e quanto si’ curtese!
io t’ero indifferente e mo se vede;
tècchete ‘o muccaturo ‘e seta ingrese…
fossero accise ll’uommene e chi ‘e ccrede!

Insieme –
Fossero accise ll’uommene
(‘e ffemmene) e chi ‘e ccrede!…

Lei –
Quanto sei bello, anche cortese!
ti ero indifferente, ora lo vedo;
riprenditi il foulard di seta inglese…
siano uccisi i maschi e chi li crede!

Insieme – 
Che siano uccisi i maschi
(le femmine) e chi li crede!…

Ah, lariulá,/ lariu – lariu – lariulá…
L’ammore s’è addurmuto
nun ‘o pòzzo cchiù scetá…
Ah, lariulá,/ lariu – lariu – lariulá…
l’amore si è addormentato
e non posso più svegliarlo
Lui –
E quanno è chesto, siente che te dico:
Io faccio ‘ammore cu na farenara;
tène nu magazzino ‘int’a nu vico,
ll’uocchie ca tène só’ na cosa rara…
Lui –
Quand’è così, senti cosa ti dico:
son fidanzato con una che ha un
negozio di legumi nell’altro vicolo,
ha gli occhi che sono una rarità!
Lei –
E quanno è chesto: Io pure faccio ‘ammore
e a n’atu ninno mo tengo ‘o penziero…
s’erano date a fuoco ánema e core:
mme só’ raccummannata a nu pumpiere…Insieme –
Mme só’ raccumannata/o a nu pumpiere…
Lei –
E allora: anch’io son’ innamorata
ho un altro ragazzo nel mio cuore…
s’erano incendiati l’anima e cuore:
ho dovuto chiamare un pompiere…Insieme –
Ho dovuto chiamare un pompiere…
Lui –
Ah, vocca rossa comm’a nu granato!
Chi ‘o ssape ‘o tiempo antico si è fernuto?…
Chello ch’è certo è ch’io stó’ frasturnato,
e ‘o sapore d”o ppane aggio perduto!
Lui –
Oh, bocca bella come melograno!
Chi può sapere se l’amore è finito?…
Certamente io sono tanto confuso,
non ricordo più se è buono il pane!
Lei –
Si’ stato sempe bello e ‘ntussecuso,
e pure, siente, vide che te dico,
nun mme ne ‘mporta ca si’ furiuso:
voglio campá cu te, murí cu tico!…Insieme
Voglio campá cu te, murí cu tico!…
Lei – 
Sei sempre stato bello e rabbioso,
malgrado ciò, ascolta cosa ti dico,
non m’importa che sei irritabile:
con te voglio vivere, morir con te!…Insieme –
Con te voglio vivere, morir con te!…

Come dicevamo, è la storia di un litigio tra due innamorati giovanissimi, abitanti nella stessa stradina, il tipico “amore di vicolo”, nato spontaneo tra coetanei che convivono nello stesso piccolo universo da dove si esce solo per andare a scuola o a lavorare, fare acquisti di cose che l’economia della viuzza non offre, andare da parenti, quasi mai per comunicare con quelli dei vicoli accanto, salvo che per motivi gravi, che interessano il Quartiere o un singolo Rione del Quartiere.

Vediamo chi sono i protagonisti.
Sono giovanissimi, hanno pochi mezzi, i regali che si sono scambiati sono semplici, un foulard di seta inglese per la ragazza, un fazzoletto da tasca ricamato per il ragazzo, che per loro valgono più di un brillante o di un abito costoso, di cui, forse, non hanno nemmeno idea e di cui non sentono nemmeno il bisogno.

Il battibecco sarà nato per qualche chiacchiera, frutto di invidia di chi non sopporta un amore così giovane e così bello. Qualche donna che spia dal suo “basso”?

Nella prima coppia di strofe il poeta determina incisivamente il carattere dei protagonisti, con le parole, loro attribuite, usate nel testo.

Il ragazzo è il tipico napoletano del Centro Storico, che non corrisponde affatto allo stereotipo che ci ha tramandato la cultura filosavoia, purtroppo ancora ufficiale ed usata dai telegiornali e dai tabloid delle TV e della stampa.

Il napoletano è un gran lavoratore, si dà sempre da fare! Lo sono tutti quelli dei vicoli che non hanno un “posto fisso”, persone che faticano e fanno bene il loro lavoro, artigiani che producono, gente con tanta dignità, anche nella miseria economica. Nel centro storico si vive con il proprio lavoro o lo si inventa, sfruttando il proprio poliedrico ingegno.

Il ragazzo, figlio della sua cultura, crede di poter dominare la ragazza, ritenuta quasi sua proprietà, per cui ha un tono altero, al limite dello sprezzante, quando le dice:

Mia cara, bella come un fresco melograno, ti ritenevo sincera ed innamorata!

Toh, riprenditi il fazzoletto ricamato che mi hai dato, tieniti pure i miei regali, ormai sono stati “insozzati” dalle tue mani!

La ragazza è una vera napoletana. La donna che porta avanti la famiglia e riesce a moltiplicare il ricavato del lavoro del marito, con la parsimonia e l’oculatezza, o lavora in casa nel tempo libero, dignitosa nella sua povertà, ma altera ed orgogliosa.

È sempre pronta a replicare alle battute salaci, con ironia al vetriolo, come un personaggio delle Fabulae Atellanae, scritte dai suoi lontani antenati, per cui risponde:

Sei tanto bello e tanto cortese! (notare l’ironia della frase). Ti ero indifferente, ora ne son sicura, riprenditi il foulard di seta inglese, che siano uccisi tutti gli uomini e chi li crede!

Nella seconda strofa il litigio continua con le ripicche.

Il giovane, punto nel suo orgoglio di maschio dalla reazione della sua amata, che credeva già piangente e pronta a scusarsi (lui, quello che comanda non può essere trattato così), inventa un amore con una “farenara”, figlia di commercianti di legumi e granaglie, quindi di “classe economica superiore” a quella di “bocca di granato” e, per giunta, persona di un altro vicolo, replica:

Visto che così stanno le cose, ora sono fidanzato con una che vende sfarinati, in un negozio in un vicolo qua vicino, ed in più ha un paio di occhi da farti morire d’invidia!

Ma la ragazza, da par suo, risponde:

Non me ne importa affatto, tanto sono anche io fidanzata, con un ragazzo a cui ci tengo tanto! Mi erano infiammati dalla passione l’anima ed il cuore, per spegnerli ho dovuto fare intervenire un pompiere!

Nella terza strofa vi è la repentina riappacificazione.

Il ragazzo, visto che l’amata, da vera Donna napoletana, non si scusa, perché non ha fatto nulla contro di lui ed è ancora pronta combattere, tanto da ricordare la passione che aveva nell’anima, da spegnere “con l’intervento del pompiere”, chiede di far pace, e le domanda velatamente perdono (il maschio è sempre lui) e dice:

Mia bella bocca di fresco melograno! Sarà mica finito l’amore che abbiamo vissuto?
So solo che sono tutto confuso, ed ho perso il lume della ragione!

La ragazza, che non lo aveva mai voluto perdere, replica:

Sei sempre stato bello, ma collerico, malgrado ciò, senti che ti dico, non mi importa che sei tanto impulsivo, voglio vivere con te per tutta la vita!

L’ambientazione della Poesia può essere immaginata dovunque, in qualsiasi vicolo del cuore chiuso di uno dei quartieri storici di Napoli, nella parte salvata dall’ammodernamento postunitario, in nome di un progresso che è meglio chiamare “cancellazione d’identità” o “pulizia etnica culturale”.

Questa considerazione mi richiama alla mente una bella canzone genovese, poesia di ottima qualità, intitolata ‘A çittae sfortunà’, ‘La città sfortunata’, in cui si constata che non vi è più chi grida “che l’inse”, cioè il Balilla, per questi “Nuovi Crucchi” che vengono da fuori e la deturpano.

Chiunque viene da fuori ed impone le sue regole, ormai Re Nasone cchiù nun ce stà!

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Autore Salvatore Bafurno

Salvatore Bafurno, napoletano ma vive a Piacenza, ex dirigente delle ferrovie italiane, ama la lettura e la scrittura.