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La fortuna di partire per lo Yemen

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Baraqish


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Nel 2005 ebbi la fortuna di partire per lo Yemen. Lo scopo fu la missione Archeologica diretta dal Professore Alessandro de Maigret per conto dell’Università “L’Orientale” di Napoli, in accordo con il governo yemenita.

Quando arrivai a San’a’, la capitale, la sensazione fu di assoluto straniamento. Mettevo piede in Medio Oriente per la prima volta e ogni frame visivo costituiva per me, una porta aperta su un mondo altro.

Oltre ad essere professore ordinario di Archeologia del Vicino Oriente Antico a Napoli, Alessandro de Maigret partecipò alla riscoperta di Ebla, in Siria, negli anni tra il 1970 e il 1975 e dirigeva ricerche in Yemen dal 1980. Un’intera vita spesa a ricostruire la storia, le evoluzioni, gli aspetti artistici, culturali e l’identità, di quella che era stata definita fino a quel momento, dagli studiosi, l’ultima spiaggia dell’archeologia.

Il territorio yemenita per sua natura geografica e geofisica, è rimasto invalicabile e inviolato per molti secoli. Ma, forse, è soprattutto grazie alla sua asperità che nacque e prosperò una delle culture più affascinanti della storia preislamica: quella sudarabica, conosciuta in maniera diffusa grazie alle citazioni bibliche e coraniche che raccontano l’incontro della Regina di Saba con il Re Salomone d’Israele.

Una civiltà che in realtà prosperò in Arabia del Sud per più di sedici secoli soprattutto grazie al commercio dell’incenso, degli aromi e delle spezie. Un percorso a ostacoli di duemilacinquecento chilometri, che popolazioni nomadi affrontavano attraverso il paesaggio impervio dello Yemen, che ha saputo difendere e custodire una civiltà tanto criticata e contemporaneamente bramata dalla cultura classica occidentale.

Dalla sabbiosa striscia costiera gruppi di beduini e cammelli portavano carichi di mercanzie attraverso le gole delle montagne, sull’altopiano stepposo, alle valli interne e ai territori orientali dello Yemen, fino a raggiungere i mercati attraverso i deserti a nord della Mecca. Così facendo, l’incenso arabo arrivava a bruciare sugli altari di Damasco, Gerusalemme, Tebe, Ninive e Roma.

Era la grande Via dell’Incenso che conferiva da allora all’Arabia meridionale, l’appellativo di Felice.

È lungo questa via che fiorirono e si svilupparono i Regni di Saba, Qataban, Ma’in e Hadramawt, con le loro città fortificate e i templi monumentali.

Quello che il Corano definisce per questa regione dell’Arabia meridionale “il tempo degli idoli e dell’ignoranza” era, in realtà, un tempo florido in cui gli dei Athar, Sin, Wadd, Almaqah ed altri vivevano in un rapporto esclusivo, intimo con i propri fedeli, rappresentavano guide astrali e terrene, riconducibili al mondo naturale e alla spiritualità.
Non esisteva un vero e proprio Pantheon per gli arabi del sud e nessuna scala gerarchica tra le divinità.

Ho scavato nel tempio di Athar della città di Baraqish fondata dai Minei nel VI secolo a.C. per circa due mesi e mezzo, ho attraversato il deserto, pianto davanti alla maestosità e alla lucentezza di templi costruiti completamente in alabastro, gioito di fronte ai colori forti e vivaci del mercato di San’a’.

E penso di aver avuto una gran fortuna.

Da tre anni lo Yemen vive la più forte crisi umanitaria all’insegna dell’oscurantismo da parte dei poteri forti mondiali.

Dal 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita, in coalizione con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto e Sudan, bombardano obiettivi militari e civili senza cura alcuna dei fabbisogni dei superstiti intenti a difendersi anche dal colera, e tre è il numero dei tentativi fallimentari da parte dell’ONU di raggiungere un accordo tra le parti in conflitto. Ma a marzo gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno raggiunto un accordo da miliardi di dollari per la vendita di altre armi all’Arabia Saudita.

I siti archeologici e culturali, come in Siria, sono stati rasi al suolo cancellando completamente la storia e l’identità di un popolo.

Quella che un tempo profumava d’incenso non è che adesso una via del pianto.

San'a'

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Marilena Scuotto

Autore Marilena Scuotto

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Giornalista pubblicista, archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale online ExPartibus.