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Il mariuolo

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Non ho l’aspetto del napoletano e questa condizione somatica, unita alla capacità di dissimulare piuttosto bene l’accento, mi permette, a volte, qualche esperimento utile o divertente, ma mi espone anche ad attenzioni non gradite.
Un giorno stavo sull’autobus 151, quello che va verso Mergellina. Estate, in piedi, zainetto, pantaloni corti di quelli con le tasche laterali. Nella tasca laterale sinistra, chiusa con la pattina fermata da due bottoni automatici, stava il mio antiquato telefono portatile finlandese. Sui mezzi pubblici di tutto il mondo, si sa, bisogna stare accorti e vigili, specialmente se si ha con sé qualcosa di valore.

Il mio telefono non lo era, ma ‘o mariuolo non lo sapeva. Erano due i mariuoli, per essere precisi, onde rispettare lo schema classico di quello che sfila e quello che riceve per bonificare quello che sfila: se ne stavano con aria assente vicino alla parete opposta del bus rispetto a quella dove mi trovavo io.

Il mezzo procedeva come poteva nel traffico, facendo uniformemente oscillare i suoi ospiti in ossequio alle leggi che governano il moto dei gravi e operando così un certo effetto ipnotico. Effetto dal quale, evidentemente, per qualche momento venni sopraffatto pericolosamente perché, quando tornai presente a me stesso, i due abili personaggi si erano discretamente materializzati molto più vicino a me.

Il più prossimo guardava fuori dal finestrino, sempre con aria assente. Colto da immediato sospetto e avvertendo al contempo, acuiti i sensi, una lievissima pressione sulla coscia, abbassai lo sguardo. Un sacchetto di plastica da supermercato tutto ammappuciato, fluttuante a mezza altezza sul mio fianco, mi impediva la vista al di sotto della cintola. Subito infilai la mano sinistra sotto il sacchetto incontrando la sua, già mezzo dentro alla tasca, l’afferrai impedendole così di “sfilare” e con la destra diedi una spinta con quanta forza avevo sul suo petto.

Era più robusto e pesante di me, ma lo sforzo fu sufficiente a farlo indietreggiare di un paio di passi, e ciò che esclamai ad alta voce lo colpì come se avesse udito una fucilata.
Dissi “‘a manella!” (“la manina”, per i non napoletani).

Rimase come in preda a stupor per qualche istante, e notai nei movimenti degli occhi una rapidissima scansione: mi guardò i capelli, il viso, le ginocchia, per poi abbassare lo sguardo come improvvisamente desolato.

Il compagno, dietro, rimase professionalmente impassibile.
Intorno, umano silenzio, esclusi il motore e gli scricchiolii del telaio.

Mentre avvertivo un certo sollievo – vista anche la differente prestanza fisica – intuendo che non si sarebbe passati a ulteriori vie di fatto, vidi sul volto di un signore piuttosto anziano seduto, lui certamente napoletano, l’imbarazzo e la vergogna di aver dovuto assistere a un episodio disonorevole per la città; per lui tale agli occhi di un supposto straniero e per di più ai suoi danni. Assistere alla sua mortificazione mi provocò un acre, empatico dispiacere.

Continuava, in silenzio, il moto oscillatorio dei gravi, senza altri movimenti volontari fino a quando l’autobus non arrivò alla fermata. Allora i due si mossero per scendere.
Il mariuolo prossimo, nel passarmi davanti, ero a fianco della porta, rallentò un istante e guardandomi i sandali, con voce sommessa ma distinta, proferì le seguenti parole:

Scusate, mi credevo che eravate furastiero.

E scese guardando innanzi a sé.

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Giuseppe Starita

Autore Giuseppe Starita

Giuseppe Starita nacque a Napoli e la cosa lo colpì moltissimo: ancora oggi e ogni volta, la parmigiana di melenzane lo commuove. Ottenne la maturità scientifica per il rotto della cuffia, frequentò per un po’ l’università, poi diventò lavoratore autonomo e il suo lavoro gli piace. Tiene diverse fissazioni tra cui: le Isole Ebridi, gli artropodi, Johann Sebastian Bach, l’Odissea, le lampade frontali: queste le usa prevalentemente per pulire la cassetta dei gatti e per fare le iniezioni. È piuttosto magro e pesa 70 chilogrammi.