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Il Corpo di Napoli

1745
Statua del Fiume Nilo


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Novembre 2015
Il cuore della città. Il suo centro sacro. Il Corpo di Napoli rappresentato dalla statua del fiume Nilo. È qui che spesso mi soffermo quando attraverso il Corpo antico di questa città. Sono passati più di 1800 anni da quando la statua del Nilo fu realizzata. Sono trascorsi più di 1800 anni da quando la comunità Alessandrina decise di erigerla in questo luogo, che divenne, in seguito, centro della “Regio Nilense”, in onore e in ricordo della terra d’Egitto ormai abbandonata.

Schiavi, mercanti, viaggiatori probabilmente provenienti per la maggior parte dalla città di Alessandria d’Egitto, forse attraverso Pompei e Pozzuoli dove già esistevano comunità egizie che innalzarono alla dea vari Isei, decisero di fermarsi, di porre fine qui al proprio viaggio introducendo il culto misterico di Iside che in Napoli trovò nuova luce.

La statua, quel Nilo che si riposa dalla fatica del viaggio e che nutre i propri figli, è li a testimonianza della trasmissione di una conoscenza che va oltre il tangibile e che si perpetuata e si trasmette da millenni.

Somigliante a quella conservata ai Musei Vaticani, copia romana di un’originale ellenistica collocata nel tempio dedicato ad Iside nei pressi del Pantheon, la statua del Nilo ritornò alla luce nel XII secolo durante la costruzione dell’edificio che avrebbe ospitato il Seggio del Nilo, scomparve poi nuovamente per essere definitivamente ritrovata nel secolo XV.
Fu ricollocata nel luogo che le apparteneva, il quartiere degli Alessandrini. Dopo secoli la memoria di una Napoli di tradizione antica era ancora viva. Bartolomeo Capasso suppose la presenza di un tempio dedicato alla dea Iside proprio lì nei pressi.

La statua del Nilo era mancante della testa e del braccio con la cornucopia, ricostruite da Bartolomeo Mori, e nel 1657 fu effettuato il primo restauro. Il successivo risale al 1734.

L’iscrizione sul basamento così riporta:

Gli edili dell’anno 1657 provvidero a restaurare e ad installare l’antichissima statua del Nilo, già eretta (secondo la tradizione) dagli Alessandrini residenti nel circondario come ad onorare una divinità patria, poi successivamente rovinata dalle ingiurie del tempo e decapitata, affinché non restasse nell’abbandono una statua che ha dato la fama a questo quartiere.

Gli edili dell’anno 1734 provvidero invece a consolidarla e a corredarla di una nuova epigrafe, sotto il patronato del principe Placido Dentice.

Legato alla statua è il tumulto popolare che si ebbe un anno prima di quello operato da Masaniello. Era il 1646. Come era da tradizione, durante le celebrazioni di San Gennaro la testa argentea del santo veniva custodita in uno dei seggi. Quella volta toccava al Seggio di Capuana, ma quando i suoi rappresentanti bussarono alle porte del Duomo fu loro risposto che la reliquia non poteva lasciare quel luogo se non con una richiesta formale firmata dal cardinale Filomarino. La lite che ne scoppiò non servì a spostare dal Duomo le sacre reliquie.

Ebbe luogo la tradizionale processione guidata dal cardinale Ascanio Filomarino con in mano le ampolle con il sangue del santo. Quando passò per la statua del Nilo i nobili del Seggio di Capuana fermarono il corteo con l’intenzione di presentare la protesta, ma il cardinale non l’accettò dichiarando che le reliquie appartenevano alla chiesa. A quelle parole ci fu la rivolta del popolo: il Santo apparteneva alla città di Napoli e non alla chiesa. Durante gli scontri che seguirono le reliquie furono portate al riparo nella vicina chiesa di Sant’Angelo al Nilo, dove avvenne il miracolo della liquefazione.

Ai nobili del Seggio di Capuana apparteneva Don Giuseppe Carafa che, durante le colluttazioni, sferrò un calcio al cardinale. Quest’atto fu punito l’anno successivo quando imperversava la rivolta di Masaniello. Fu lo stesso popolo che l’anno precedente appoggiava i nobili, a rivoltarsi contro l’aristocrazia. Per mano di un macellaio il Carafa incontrò la morte. Il piede che aveva oltraggiato il cardinale fu mozzato dopo che il corpo decapitato fu appeso alle forche da Masaniello.

Una storia quella del Nilo che più volte ha rischiato di essere cancellata. Ogni volta, però, è stata ripresa e conservata. La storia e il ricordo della tradizione isiaca. Il ritorno di una dea. Ishtar-Iside-Demetra-Maria. Il culto della Dea Madre che non ha mai avuto termine. Il segno della cultura e spiritualità mediterranea che si è cercato e si cerca di preservare e tramandare.

Il braccio sinistro posa sulla schiena della sfinge, la cui testa fu ritrovata in Austria solo nel 2013 per essere poi ricollocata sul suo corpo nell’anno successivo. La sfinge della conoscenza nascosta dove la mente dell’uomo si fonde con il cuore della natura che, con forza, cerca di nuovo il proprio spazio. La sfinge dalla testa di donna su cui poggia il corpo del Nilo creatore di vita, il Nilo che custodisce e protegge le conoscenze di cui solo gli iniziati possono giovarne e goderne.

I piedi poggiano sul corpo di un coccodrillo, la testa è andata perduta, probabilmente è il dio Sobek. Il dio delle acque e della fertilità. Il suo corpo fluttua tra le onde del fiume Nilo come a rappresentare la rinascita di Osiride. Forse è proprio questi ad essere raffigurato dalla statua del Nilo, fratello e sposo di Iside, fatto a pezzi da suo fratello Seth e gettato in quel fiume. Pezzi che Iside trovò sparsi per le terre bagnate dal fiume. Tutti tranne il pene che fu mangiato da un ossirinco e proprio il pene è il pezzo mancante dal corpo della statua. È solo una mia supposizione, forse il membro è andato perduto negli anni, però non sembra essere un caso.

Qui si ricollega la presenza della figura di Sobek che nel mito di Iside e Osiride aiutò la dea a ricomporre il corpo del fratello. Per questo motivo alcuni studiosi ricollegano l’etimologia del nome Sobek al verbo “sbq” con il significato di “unire”. Sobek diviene così “colui che unisce”. Grazie al dio coccodrillo Osiride può rinascere rendendo fertili le rive del Nilo da cui nasceranno nuove messi. Ecco quindi che il braccio destro, come si diceva qualche rigo prima, regge la cornucopia dell’abbondanza, la cornucopia delle messi che mostra come primo frutto un melograno.

Nel mito, Iside avvolse il corpo martoriato del fratello-sposo in un telo bianco, un sudario come quello che avvolge le gambe e il fianchi del dio qui rappresentato.
Due putti, probabilmente in origine ne erano cinque, si nutrono dal seno del dio.
La conoscenza che viene trasmessa a chi ha sete. A chi ha fame. A chi con la paura dei propri passi incerti cerca di arrivare alla verità. Ecco, allora, l’abbeverarsi dell’innocenza, protetta dalla sfinge.

Una storia scritta in Egitto. Una storia che è stata tramandata a noi attraverso Alessandria, sede della più grande biblioteca dell’antichità. Il centro del sapere e della conoscenza in cui si dissolvevano le razze e le religioni, in cui le guerre non avevano più senso. Era quel luogo fuori dal tempo in cui l’uomo riusciva a conservare la propria essenza attraverso la conoscenza.

Non sarà un caso che poco distante da quel luogo, verso Forcella, sorgeva una delle più importanti scuole Pitagoriche della Magna Grecia.

Il Nilo è una delle tante rappresentazioni del mito e della spiritualità, dei misteri e dell’esoterismo partenopeo.

Il sangue degli Alessandrini scorre nelle vene di molti napoletani. Il sangue di quegli Alessandrini scorre per i vicoli del centro, convogliando nel Nilo rigeneratore. Quel sangue fusosi con le tradizioni Pitagoriche, Virigiliane, Greche e Romane. Egizie, Etrusche, Cristiane che ancora corre per gli innumerevoli passaggi di Napoli che hanno nel suo Corpo il loro Fulcro.

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Fabio Picolli

Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!