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I falò della vanità

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I falò della vanità - disegno di Daniela La Cava
I falò della vanità - disegno di Daniela La Cava


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La moda in fiamme: il lusso visto come peccato, divieti suntuari e vanità

Il vertiginoso aumento della ricchezza diffusa che, nel recente passato, ha investito gran parte della popolazione, ha rimosso ogni limite all’acquisto di beni di lusso, se non la disponibilità economica della stessa.

Questa libertà, però, non è sempre esistita!

Nel Medioevo, infatti, l’utilizzo delle proprie risorse non veniva supervisionato solo dai pater familias, ma anche dalle due autorità al vertice del potere: lo Stato e la Chiesa!

Per lunghi secoli, Stato e Chiesa hanno imposto limitazioni e proibizioni allo sfarzo e all’opulenza, arrivando ad applicare tasse e divieti, dette leggi suntuarie, nonché la messa al rogo di capi e oggetti di lusso.

Tutto ha inizio… nell’antica Roma!

In seguito alla difficile campagna bellica contro Cartagine, venne imposta l’applicazione di una legge speciale che colpiva soprattutto la sfera femminile, perché vietava alle matrone l’acquisto e l’esibizione di indumenti e gioielli lussuosi.

La Lex Oppia fu emanata dai romani per limitare le spese superflue e cercare di rimediare al collasso economico subentrato durante la seconda guerra punica.

Caduta nell’oblio vent’anni dopo, grazie alla clamorosa protesta delle donne nel foro, che oggi definiremo la prima ribellione femminista, la legge suntuaria riapparirà, prepotentemente, durante tutto il Medioevo.

Questa volta, però, la condizione sociale presentava tale forma di divieto sotto una luce differente, poiché il fine non era favorire lo sviluppo dell’economia, ma disciplinare il lusso e lo sfarzo, anche a discapito dell’operato dei mestieri, unica fonte di reddito di tanti artigiani.

In realtà, dietro le accuse statali, tramavano i nobili, che mal sopportavano la condizione sempre più agiata della borghesia e si rivolgevano alle autorità per denunciare le opulente esibizioni che dovevano essere riservate solo a loro.

Nonostante le continue accuse su ori e gioielli sotto forma di bottoni, lunghi strascichi, bordure, ricami, pellicce e copricapi dai costi impronunciabili, l’astuzia femminile e l’abilità dei maestri trovarono sempre un escamotage per arginare le insolite leggi e, se le nobildonne fossero state penalizzate con la bollatura della veste, sarebbe stato sufficiente pagare la tassa e tenere al sicuro l’abito dentro al baule.

Se lo Stato si limitava alla bollatura e al versamento della tassa, differente era il significato che la Chiesa attribuiva ai beni di lusso, considerati oggetti del peccato.

I predicatori non smettevano di richiamare, come giudici infernali, chiunque sfoggiasse frivolezze di ogni tipologia. Nessuno era esente da tali prediche, né audaci rampolli, che si pavoneggiavano nei loro costosi ed aderenti vestiti alla moda, né giovani spose, che si mostravano nel loro abito più bello, in quanto i loro sermoni pungenti erano rivolti ad ogni categoria sociale.

Le denunce sul presunto malcostume che dilagava tra i cristiani, allontanandoli sempre più da Dio, dovevano essere estirpate e purificate attraverso la viva fiamma della redenzione!

In che modo?

Su ordine dei predicatori, figure religiose acclamate dalla folla, venivano organizzati i cosiddetti falò della vanità: eventi lugubri, che permettevano ai fedeli di mettere a fuoco ogni oggetto che li teneva ancorati ai beni materiali anziché spirituali.

Grandi roghi divampavano nella piazza principale della città, alimentati da pagine di libri ritenuti inutili da un’ideologia fuori da ogni logica umana, insieme a testi pagani, ironici o dai contenuti peccaminosi, che, con la loro lettura, trascinavano gli uomini nella perdizione.

L’immane scempio si estendeva anche a dipinti, specchi, pellicce, abiti, mantelli, copricapi e quanto di più bello e raffinato si possa immaginare, perduti per sempre, sotto lo sguardo compiaciuto di famosi personaggi come San Bernardino da Siena e il più conosciuto Gerolamo Savonarola.

A nulla servirono le ricche proposte di facoltosi mercanti che si offrivano di acquistare a costi elevati tutte quelle meraviglie destinate a diventare cenere e fumo; la folla, sempre più infervorata, esultava ad ogni fiamma che divampava.

Nulla poteva fermare queste manifestazioni senza più controllo: lo spettacolo andava in scena, alimentato dalle alte fiamme delle due nemiche della civiltà: ignoranza e stupidità!

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Autore Daniela La Cava

Daniela La Cava, scrittrice, costumista, storica del Costume. Autrice di volumi sulla storia del costume dal titolo "Il viaggio della moda nel tempo". Collabora con terronitv raccontando storie e leggende della sua terra.