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11 marzo 1918, Napoli è bombardata

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Il raid tedesco provocò sedici vittime, l’aeromobile aveva scorrazzato sulla penisola senza trovare opposizione

Tutti a scuola abbiamo studiato la prima guerra mondiale, la disfatta di Caporetto, la resistenza sul Piave, gli eroi del Grappa, il dispaccio della vittoria del Generale Diaz.
Si è reso omaggio, giustamente, ai milioni di morti, tranne alle diciotto vittime civili cadute nel bombardamento di Napoli ad opera della Germania.

Ora vi starete chiedendo, ma Napoli distava circa ottocento chilometri dal fronte bellico, come e perché sarebbe stata colpita e, soprattutto, perché nessun libro di storia ne parla?

Andiamo con ordine e partiamo dal 10 marzo 1918. Con l’armistizio della Russia, gli imperi centrali colpirono le proprie truppe sul fronte italiano, ottenendo una schiacciante vittoria a Caporetto con le dimissioni del Generale Luigi Cadorna.

Su quest’ultimo bisogna fare un inciso: doveva essere processato e condannato a morte per essere il responsabile del decesso di migliaia di soldati lanciati all’assalto, divenuti facile bersaglio dei cecchini austriaci, che, se si fossero rifiutati, venivano fucilati seduta stante. Eppure, ha piazze e strade dedicate ovunque.

Ma ritorniamo a quel funesto mattino. Il dirigibile LZ 59 decollò dalla propria base di Jambol, in Bulgaria, con destinazione Napoli, per abbattere tre obiettivi ritenuti sensibili, come si direbbe oggi: le officine ILVA di Bagnoli, il cantiere navale Armstrong di Pozzuoli e il laboratorio chimico dell’Università, che produceva gas che veniva usato al fronte.

Lo ‘Zeppelin’ al comando di Ludwig Bockholt, dopo aver sorvolato l’Albania, attraversò l’Adriatico e iniziò a scorrazzare indisturbato sull’Italia. Il Comando militare ignorò l’allarme lanciato da un treno militare, in sosta nella stazione di Termoli (CB), e da altre due stazioni ferroviarie e, nonostante gli avvistamenti delle postazioni contraeree, non intervenne.

L’aeromobile giunse a Napoli l’11 marzo, poco dopo la mezzanotte. A dispetto dell’orario, la città era completamente illuminata e il velivolo poté agevolmente lanciare l’intero carico di morte: quaranta bombe, per un peso complessivo di 6.400 kg. Tuttavia, invece di colpire i bersagli prefissati, rase al suolo alcuni palazzi del centro.

Il bombardamento ebbe molta eco sulla stampa tedesca: il giornale Tägliche Rundschau del 13 marzo 1918 dedicò un articolo all’azione bellica, descrivendo, con enfasi, la punizione toccata agli antichi e fedifraghi alleati. Ricordiamo che, prima dello scoppio della Grande Guerra, l’Italia era alleata con Austria e Germania, poi, dopo un anno dall’inizio delle ostilità, si accordò con Francia, Inghilterra e Russia.

Ma perché colpire proprio Napoli?

Per la produzione di acciaio, navi e gas. Danneggiando la città partenopea, infatti, si bloccava il rifornimento all’Esercito Italiano al fronte. Purtroppo, a causa di un errore, le bombe furono gettate in piazza Municipio, ai Quartieri Spagnoli e ai Granili di Posillipo.

Quale fu la reazione dello Stato italiano?

La Prefettura era convinta che le bombe fossero opera di un gruppo di anarchici, per cui non allarmò la contraerea, inviando solo dei gendarmi per una ricognizione nelle zone colpite.

L’autore della strage rimase anonimo fino al 1920, quando la Marina Tedesca emise un comunicato che attestava l’esecuzione di tre raid su Karthum, sul Canale di Suez e su Napoli.

Lo Stato italiano reagì con ‘grande impeto’ a questa notizia, emettendo un francobollo postale… il massimo che ci si potesse aspettare dai Savoia.

francobollo

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Autore Mimmo Bafurno

Mimmo Bafurno, esperto di comunicazione e scrittore, ha collaborato con le maggiori case editrici. In uscita il suo volume "Image EDITING", attualmente collabora con terronitv.