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Silenzio per favore!

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Sacro Gra


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Il genere a Venezia

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Quando il “Sacro Gra” vinse nel 2013 il festival di Venezia diversi registi diedero i numeri: trovavano infatti scandaloso che un “documentario” (si immagini il termine proclamato con sommo disprezzo) potesse assurgere agli onori del premio.

Qualcuno arrivò a dichiarare apertamente la propria solidarietà a quei registi che ancora “muovono” gli attori in scena, tutti quegli altri che si occupano solo di riprendere immagini che possano “emozionare” il pubblico, e per farlo si servono della vita, sono solo dei documentaristi, non hanno creato “arte”, testuali parole di un ridente regista di “sinistra” a casa nostra.

Il film, diretto da Gianfranco Rosi, racconta tout court la vita che si svolge in prossimità del Grande Raccordo Anulare (a cui deve appunto il titolo) ovvero la parte di autostrada che circonda Roma. Protagonisti: un barelliere, un botanico, un principe, un attore (ma non fa testo perché è nella parte di se stesso!), un pescatore di anguille, un nobile piemontese, un’intera famiglia di immigrati che ha per figlio un aspirante dj.

Il vero protagonista è il raccordo anulare dunque che sovrasta tutti i suoi abitanti.
Messe a “collante” delle varie storie una serie di situazioni che ritraggono prostitute, cubiste e persino devoti al culto mariano. La costruzione dell’opera omnia è costata al regista due anni di riprese e otto mesi di montaggio.

Dietro il suo lavoro un’idea di città che si ispira a “Le città invisibili di Calvino” che, per chi non lo avesse già fatto, è uno dei libri più belli da leggere, a mio giudizio, di questo autore. Ma è difficile scegliere tra quello che ha scritto il buon Italo. Insomma fatiche ciclopiche a parte: questo è un film? Per la giuria che lo ha accolto, prima ancora che premiarlo, evidentemente sì. Ma almeno se ne fosse stato in un cantuccio l’avrebbero sopportato, ma farlo addirittura vincere!

E quello Rosi che fa????? Ne fa un altro. Fucoammare, 2016. Ma per non urtare la suscettibilità dei registi che muovono gli attori ce ne mette qualcuno dentro, finto eh. Non scherziamo. Infatti il film che racconta la drammatica realtà degli sbarchi a Lampedusa, ha per protagonista Pietro Bartolo, un medico che dirige il poliambulatorio di Lampedusa e da anni è il primo a visitare i migranti che mettono piede sull’isola. Un attore preso dalla strada, insomma. E persino quelli più a nord, che si dice ci guardino con la puzza sotto il naso, gli vanno a consegnare un premio, roba da pazzi.
Questo qui, impudente!, va a vincere l’orso d’oro a Berlino. Ma come? Un altro documentario travestito da film!

I generi! I generi! Non esistono più. Per questo film, comunque, trattandosi di argomento “trooooppo di sinistra” nessuno dice nulla, ed il regista può tornare in patria accolto con tutti gli onori, e poi, parliamoci chiaro mica i tedeschi gli davano il premio così… il dubbio poteva esserci a Venezia ma a Berlino!

Pensare che in ambito antropologico viene mossa la stessa critica al contrario: mi spiego meglio. Per poter essere accolto senza che si gridi allo scandalo un film antropologico deve essere realizzato senza l’intervento di attori professionisti e senza che le riprese siano in alcun modo artefatte.

Fin dalla prima metà dell’Ottocento gli antropologi si occupavano di immagazzinare documenti “visivi” che consentissero loro di “mostrare” al mondo le caratteristiche della specie, si pensi alle foto raccolte dallo stesso Darwin, per lo studio delle “emozioni” o quelle fatte da Mantegazza per recensire i tipi umani, ricerche che spinsero alcuni in parti sperdute del mondo, foto per le quali qualcuno perse pure la vita.

Quando i Lumière proiettarono il primo film, 28 dicembre 1895, data che si fa coincidere con la nascita del cinema, Felix-Louis Regnault che studiava i movimenti del corpo umano riprendeva una donna alle prese con la terracotta.

Non si pensi che la costruzione di un vaso sia meno interessante drammaturgicamente dell’arrivo di un treno. Ma le motivazioni produttive erano diverse: l’antropologo pretendeva di utilizzare la tecnica cinematografica perché riteneva che fosse “neutrale”, ovvero che mostrasse senza alcun reinterpretazione la realtà, il regista cinematografico voleva creare una “sua” interpretazione della realtà per costruire un’emozione.
Anni sprecati a parlarne.

Dalla scelta dell’inquadratura all’uso del sonoro sappiamo tutti che l’oggettività è andata a finire nell’armadio delle vecchie cose. È un concetto che non si tira fuori mai, ora si parla di verità! La partita tra documentario e cinema è tutta in questa parte del centrocampo che annovera oramai: il cinema-verità, il docu-film, la docu-fiction, il real-cinema.

moanaBen prima di Rosi, la pellicola che non si sapeva dove archiviare apparteneva a Robert Flaherty. Questi è l’incauto uomo a cui si deve il temine stesso di documentario che un critico cinematografico scozzese (John Grierson) usò definendo appunto il “valore documentario” del film di Flaherty, Moana.

Non si entusiasmino troppo i maschi italiani, Moana era un moanagiovane samoano protagonista di una pellicola che richiese a Flaherty un soggiorno di due anni nell’isola di Savai’i.

Fu la Paramount Pictures (addirittura!) a commissionare tre documentari sui Mari del Sud perché entusiasmati dal Primo Film Etnografico della storia “Nanuk l’eschimese”, realizzato dal nostro Robert J. Flaherty.

Nanuk l’eschimese (Nanook of the North: A Story of Life and Love in the Actual Arctic) (Usa 1922, 79′, Hd, b/n, did. or. sott. it.)

Nanuk l'eschimesePrima che a Samoa il buon Robert trascorse due anni nel Circolo Polare Artico a seguire l’eschimese Nanuk, la moglie Nyla e i loro figli.
La versione integrale è disponibile su YouTube.

Noterete che il film è dotato di una Colonna Sonora che ne sottolinea i momenti drammatici, e le riprese stesse non possono essere state tutte “naturali”, per alcune situazioni è evidente che Nanuk e famiglia ripetono a uso della ripresa le loro azioni.

Questa banalità per qualunque regista che voglia quantomeno la possibilità di variare le inquadrature e migliorare gli angoli di vista per il racconto è considerata una “gravissima” mancanza per un antropologo che viene tacciato così di manovrare la realtà! L’intera opera di questo regista racconta del rapporto tra gli uomini ed il loro ambiente vitale. Questa lotta propone un’azione “drammaturgica” di grande effetto che dispone continuamente l’animo di chi la guarda a partecipare emotivamente a quanto accade ai protagonisti.

L‘uomo di Arana“Così la scena di caccia al tricheco, la costruzione dell’igloo e la visita alla stazione postale in “Nanook of the North” erano deliberate ricostruzioni di avvenimenti possibili (altrettante quelle ne “L’uomo di Aran”).

(…) le vicende quotidiane scandiscono il tempo di questo primo documentario in forma di lungometraggio succedendosi in quadri dove l’animalesco istinto di Flaherty per l’inquadratura rende ogni fotogramma emblematico ed iconico, raffigurazioni che trascendono il mero dato visibile richiamando un oltre non mostrato.

Ma al fianco di una naturale propensione il regista lavorò duramente per sviluppare un proprio linguaggio cinematografico. Non soddisfatto, infatti, dalla prima versione della pellicola, che a suo avviso non consentiva allo spettatore di accedere autenticamente al mondo mostrato, organizzò un’ulteriore spedizione nel freddo nord per girare delle sequenze che favorissero l’immedesimazione e l’empatizzazione degli spettatori. Imparando dall’esperienza Flaherty raffinava la sua abilità narrativa strutturando la pellicola come un dramma incalzante e coinvolgente, emotivamente penetrante.

“Nanuk l’esquimese” si apre con la precisazione che il protagonista Nanuk, due anni dopo il termine delle riprese, in una ulteriore spedizione di caccia morì solo e affamato tra i ghiacci. Un destino tragico incombe sulla pellicola prima ancora che le immagini inizino a scorrere, ancor prima dell’inizio del film lo spettatore non solo è avvisato della spietata natura del nord, ma già assume l’elemento tragico come quintessenziale componente dell’esistenza dei protagonisti.”

http://www.ondacinema.it/film/recensione/nanook_north_flaherty.html

Tutto questo racconto solo per dirvi che Rosi è protagonista di un primato a “metà” perché nel 1934 fu “L’uomo di Aran” di Robert Flaherty a vincere il premio di miglior film straniero nella seconda Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Perfino il nostro cinema “neorealista” gli riconosceva un debito.

Per quanto mi riguarda non mi interessa mettere un film in una categoria, faccio mia l’interpretazione di Troisi ne “Il postino” a proposito della poesia, per me un film appartiene “a chi serve”.

HumanIl mio esempio cinematografico in proposito lo dedico ad Arthus-Bertrand che con “Human” ha fatto una straordinaria operazione ed anche lui nel corso di due anni (come vedete tempo ricorrente dal 1934 al 2016) ha posto delle domande alla popolazione mondiale ed è riuscito a raccontare il mondo.

Lascio che a giudicarlo sia un critico cinematografico Alessandro Lanfranchi:

Si tratta di un lavoro prezioso e intenso, che prova a mettere a fuoco i problemi, le sofferenze, le contraddizioni, ma anche le qualità e le potenzialità tutt’oggi inascoltate dell’essere umano. Il film si struttura in una lunga serie di interviste, nelle quali persone provenienti da culture e Paesi differenti (sempre riprese in primo piano e davanti a un drappo nero) rispondono a domande come: “Che cos’è l’amore?”, “Cosa significa essere poveri?”, “Qual è il senso della tua vita?”

Ciò che emerge è un collage emotivo, esistenziale, in cui nelle rughe, negli occhi, nelle espressioni di ogni donna e uomo si scorge una luce, un significato profondo finora taciuto, che rischiara non solo la vita della persona intervistata ma anche quella dello spettatore.
Si tratta di un dialogo vis-à-vis, grazie al quale il tempo dell’altro, dello sconosciuto, del diverso, dell’in-colto si trasforma in un dialogo metafisico che inaugura una relazione non più dominata da logiche di potere e dominio, bensì di prossimità e comunanza.

Il film per me è quello che fa dimenticare di essere mentre lo guardi e lascia qualcosa di più nel “tuo” essere quando è finito.

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Barbara Napolitano

Autore Barbara Napolitano

Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.