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La metallurgia nell’antichità e la sua connotazione magico-religiosa

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Ciclopi


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Le tegole le trovò Kinyras, figlio di Agriopas, e le miniere di rame: l’una e l’altra cosa a Cipro, e parimente le tenaglie, il martello, la leva, l’incudine; i pozzi li inventò Danao, venuto dall’Egitto in Grecia, nel luogo detto Argos Dipsion, o Argo Assetato; Aristotele dice che fu Lydos Scita a indicare il modo di batter moneta e far leghe metalliche, Teofrasto invece indica Delas di Frigia; la lavorazione del bronzo altri l’attribuisce ai Chálibi, altri ai Ciclopi; per il ferro Esiodo cita i Dattili Idei di Creta; l’argento lo trovò Erichthonios Ateniese, o, secondo altri, Aiakos; la lavorazione del ferro la inventarono i ciclopi.

Come mostra anche questo passo di Plinio, nell’antichità l’attività metallurgica aveva una connotazione fortemente magico-religiosa, molto probabilmente legata ai segreti che questa arte misteriosa svelava soltanto a pochi eletti.

Telchini, Cabiri, Cureti e Dattili costituiscono gruppi di divinità della mitologia greca legate non solo alla lavorazione dei metalli, ma anche alla magia e ai riti iniziatici.
Il senso magico, divino e di turbamento provato dalle antiche civiltà di fronte ai prodotti della lavorazione del metallo è ben espresso dalla rappresentazione dell’aspetto non gradevole di alcuni personaggi mitologici legati alle attività metallurgiche: i Ciclopi sono monoftalmi, Efesto/Vulcano è zoppo, mentre nelle saghe nordiche i fabbri per eccellenza sono i nani.

Tralasciando l’aspetto culturale, elementi guida nelle ricerche dei giacimenti minerari per l’estrazione dei metalli dovettero essere gli affioramenti superficiali, la topografia, lo stato della vegetazione, l’idrografia e l’esperienza di come questi fattori potevano manifestarsi luogo per luogo, riuscendo a fornire, in questo modo, indizi dei materiali sepolti.

Si suppone che, una volta esaurito il materiale superficiale, si passasse a piccole coltivazioni a cielo aperto e poi da queste, di fronte a giacimenti filoniani, a gallerie capaci di seguirne le vene.

Problemi fondamentali di qualsiasi sfruttamento in profondità furono la ventilazione e il drenaggio. Per quanto riguarda la ventilazione venivano scavati pozzi paralleli con fuochi e camini per favorire il tiraggio dell’aria; per il drenaggio delle acque sotterranee, invece, furono applicate diverse tecniche capaci di sfruttare le giuste pendenze per la realizzazione di gallerie che avevano la capacità di trasportare energia con accorgimenti meccanici.

L’illuminazione si otteneva attraverso l’utilizzo di torce e lucerne e gli utensili, finora recuperati in quantità limitate, erano quasi sempre mazze, spesso litiche, e picconi. Un’operazione che si svolgeva a lato delle antiche miniere e che si può localizzare attraverso tracce materiali è quella di selezione del materiale di scarto della roccia incassante non mineralizzata che avveniva manualmente facendo riferimento al peso specifico.

Per la selezione del materiale macinato, già dall’età classica erano usati decantatori ad acqua corrente di cui sono noti due tipi: elicoidale e piano. Tali strutture e tecniche, il cui esempio più semplice è la batea usata per raccogliere pagliuzze d’oro nelle acque correnti, potevano essere in legno.

Il complesso minerario greco di età classica maggiormente conosciuto è costituito dal Laurion nell’Attica Meridionale dove si coltivavano giacimenti a solfuri misti contenuti entro strati alternati di calcare e scisto.

I primi lavori risalgono all’età del bronzo e il sito fu intensamente sfruttato dagli Ateniesi fino al primo secolo d.C.. Tracce dell’attività di estrazione degli Etruschi sono ancora visibili nei monti di Campiglia Marittima, ma furono i Romani ad apportare le innovazioni maggiori.

I loro più rilevanti contributi sono costituiti dalla razionalizzazione e dalla meccanizzazione delle coltivazioni, ottenute adattando alle esigenze dell’arte mineraria macchine ellenistiche concepite inizialmente per altri usi. Va inoltre rilevata l’evoluzione dello strumentario con l’impiego ormai esclusivo del ferro: venivano impiegati martelli, picconi e picche; nel caso di rocce molto dure, si utilizzavano magli con teste che potevano arrivare a un peso anche di 49 Kg; la raccolta del minerale si avvaleva di rastrelli e vanghe.

La maggiore innovazione prodotta dai Romani resta comunque l’introduzione delle macchine ellenistiche nello sfruttamento minerario; esse erano principalmente finalizzate a risolvere il problema dell’evacuazione delle acque sotterranee, rendendo possibile seguire le vene anche in profondità. Ruote per il sollevamento dell’acqua e viti di Archimede erano già utilizzate nell’Egitto tolemaico per l’irrigazione; in età imperiale esse vennero impiegate con successo nel drenaggio delle miniere.

La ruota idraulica, o rota, era costruita in legno, disposta a coppie e portava dei recipienti che, una volta azionati per mezzo di ingranaggi e fatti girare, scaricavano a rotazione continua l’acqua nel bacino di pompaggio della coppia posta nei livelli più elevati.

La vite di Archimede o coclea, era costituita da un tubo cilindrico al cui interno ruotava una superficie elicoidale, probabilmente azionata coi piedi; essa era disposta in serie con altre, affinché ciascuna scaricasse l’acqua nel bacino di pompaggio di quella superiore.

I Romani operarono in maniera innovativa anche nello sfruttamento delle coltivazioni a cielo aperto: sfruttarono la forza dell’energia idraulica per operare massicci scavi in grandi depositi d’oro di terrazzi alluvionali.

Imponenti lavori servivano a convogliare l’acqua verso l’area del giacimento, provocandone il disgregamento, attraverso un sistema di acquedotti, bacini, canali, gallerie e pozzi d’abbattimento. Infine, serbatoi e canali lavavano i detriti per concentrare l’oro.

I Romani sfruttarono intensamente le miniere della Sierra Morena, della Murcia, quelle iberiche di Aljustrel, di Cabezo Rajado, El Centenillo, Jaén, Posadas, Cordova, Mazarrón, di Sotiel Coronada Huelva e di La Leitosa, nel León.

Altri giacimenti furono usati in Gallia Maine-et-Loire e Limosino, nell’area alpina e in Transilvania. La produzione di moneta era strettamente legata alla disponibilità di metallo prezioso e alla possibilità di utilizzare talvolta enormi quantità di materiale minerario, ragion per cui le civiltà del passato si sono spesso trovate a doversi affrontare per l’accaparramento delle materie prime e per il dominio delle rotte commerciali.

Inoltre, da non sottovalutare a riguardo erano le enormi quantità di monete ottenute dalla rifusione e quindi dal riutilizzo di moltissimi oggetti in metallo prezioso, un fenomeno quest’ultimo, molto frequente durante i gravi periodi di crisi economica.

I bottini di guerra dovettero sempre giocare un ruolo importante nell’importazione di materia prima, così come nell’acquisizione di oggetti d’arte e beni di lusso, inoltre anche monete vecchie o straniere potevano essere riconiate.

È dunque un problema storico notevole individuare in quale modo le città che non avevano accesso diretto alle miniere ottenessero il metallo per la monetazione, attraverso una combinazione variabile di guerra, commercio, imposizione di tributi o altro ancora.

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Autore Marilena Scuotto

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Giornalista pubblicista, archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale online ExPartibus.