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Kubelka e i suoi pochi, ma essenziali, minuti d’amore

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Peter Kubelka


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Ottantacinque anni e circa novanta minuti di film, un minuto di pellicola, sì di vera pellicola, per ogni anno di vita circa. Questo è quanto ho fatto, questo è tutto o quasi tutto

dice Kubelka, regista, architetto, musicista, curatore e conferenziere austriaco, i cui film sono ormai nei libri della storia del cinema, ospite fino al 25 maggio alla Fondazione Morra di Napoli.

E per noi ragazzi del prima di YouTube, questo erano i suoi film, lettere in un libro, descrizioni che dovevamo immaginare, impossibile vederli, perché Peter, ancora oggi, tratta i suoi film come opere d’arte, si sposta insieme alle sue pellicole che proietta lui stesso perché i film sono unici, non replicabili, non negoziabili.

Il film è uno, si gira, si stampa e dopo non può mutare come succede oggi con il digitale. Dopo anni, qualcosa di telecinemato malamente, possiamo oggi trovarlo su YouTube e anche sullo schermo di un televisore; si resta ipnotizzati dalla percussione costante del bianco e nero, dei suoi suoni e delle immagini perpetue e sintetiche, materiali che rappresentano una ortodossia anche della sperimentazione.

Ed io sono fermo e ascolto le sue affermazioni, che non sono risposte ad un interrogatorio, ma affermazioni di una vita di pensiero che si è trasformato in urgenza costruttiva, artigiana.

E ricordo il suo film, esteso, attaccato come un poster, un quadro al muro e lui in tutte le sue epoche che davanti al suo film, apre le braccia e vorrebbe forse stamparsi e fondersi con ogni fotogramma bianco e nero, binario, ma scritto a mano e non affidato ad una nuvola, ad una macchina digitale.

Il mondo cambia come il tempo quando piove e c’è il sole, conveniamo che bisogna accettarlo, ma è anche vero che oggi più che mai, ognuno ha il suo cinema personale, non prodotto da una troupe, con dei soldi, e che il mondo digitale “caricato” su Instagram è  ciò che Kubelka ha fatto tutta la vita, il cinema fatto da una sola persona. E a ragionarci, allora, perché tanto accanimento contro il digitale?

Nessun accanimento dico io, ma per la maggior parte alcuna ricerca, perché la disponibilità del mezzo di produzione non significa conoscenza del mezzo né avere un linguaggio anzi i filtri e le loop preconfezionate dalle piattaforme rendono tutto uguale, la stessa foto un milione di volte, lo stesso culo e le stesse labbra che non sappiamo più distinguere se siano di Maria o di Genoveffa.

Dice K:

Almeno io so che piaccia o non piaccia hanno visto qualcosa che non hanno visto altrove.

Questa frase conferma il pensiero in divenire precedentemente scritto e che cercava una risposta poi arrivata.

Sono contro qualunque forma di aristocrazia della cultura, figuriamoci del cinema, ma un fatto vero è che nulla nella produzione visiva attuale è una nuova proposta… ancora alcun modello ha preso il posto di quelli precedenti, anzi, è proprio sugli “avanti e indietro” VERTOViani con cui le persone “giocano” con i loro piccoli video ripresi con lo smartphone.
Il problema è che non lo fanno loro, ma lo fanno fare da un individuo inesistente, altrove, che ci priva della nostra presenza umana.

Ma bisogna accettarlo come quando piove e c’è il sole.
La pellicola si lecca al buio per capirne il lato emulsionato, si lecca, si taglia e si cuce come si fa con una ferita aperta, perché da una ferita aperta dovrebbe scorrere il sangue del cineasta indipendente.

La pellicola odora, di vita nuova e di carogna quando brucia, il digitale è asettico, nulla con cui sporcarsi le mani… quelle mani che oggi nessuno si sporca più veramente, gli attori per primi, che restano lì, ad osservarsi, continuamente, che con il digitale vogliono immediatamente rivedersi, che vogliono rifare, che si occupano della luce, della color grading, che fanno domande, che avessero provato con l’ultimo dei datori della luce trent’anni fa a chiedere come avesse intenzione di fotografarli, sarebbero volati per le scale.

Gli attori sono elementi di scena

dice K.

Come ogni altra cosa con cui si fa un film

dico io, peccato parlino troppo.

In questa grande casa, dai soffitti altissimi, dai controluce che lo rendono silhouette come in suo film, con questi pochissimi elementi di arredo mi conferma l’idea che, alla fine, ognuno di noi somiglia a cosa abbia intorno o che il mondo, di volta in volta, in maniera misteriosa si adatti a noi, continuamente, in questa perenne illusione di 24 fotogrammi al secondo che, in pellicola 35 millimetri, coprono la distanza tra il gomito e le dita di un braccio di K, il quale quindi, a braccio, poteva misurare l’esistenza.

Peter Kubelka foto Fondazione Morra
Peter Kubelka foto Fondazione Morra
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