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Il Dio di Napoli

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Il fiume Sebeto nella cultura napoletana

Tutte le grandi civiltà sono nate sulle rive di un fiume; Napoli è stata fondata lungo le coste del mare e alla foce del Sebeto, individuato dalle testimonianze di opere antiche anche di Virgilio, Stazio e Sant’Ambrogio.
Esso nasceva, presumibilmente, alle falde del Vesuvio e correva nel suo letto adagiato nella valle che abbracciava l’antica Neapolis. Nelle leggende cittadine si racconta dell’eterna lotta fra i giganti Vesevo e Sebeto ove il Dio Fiume, più volte “sepolto”, rinasceva, trovando sempre una nuova uscita per poi riprendere il suo corso e fecondare tutto il circondario.

La sua etimologia si fa discendere dai Fenici, un titolo deformato del Palestinese Sabato, “fonte degli orti”, ed il Sebeto ha potuto meritare questo nome avendo per millenni segnato la vita di tutte le campagne della valle del Vesuvio. Può derivare anche dal vocabolo volgare poi grecizzato di Sepeitos, trovato inciso su di una moneta partenopea del V secolo a.C. su cui, da un lato, era raffigurata la testa di un giovane con un corno sulla fronte ed i capelli lunghi sul collo trattenuti da una bandana e, dall’altro, una donna alata seduta su di un’idria rovesciata.
Il termine fu ripreso dai greci che, fondando le loro città sulle rive di un fiume, lo divinizzavano e, così, Sepeitos può provenire dal greco Sebo, ‘andare con impeto’; infatti il Sebeto, per secoli, nell’antica e nuova foce, ha reso fertile la terra napoletana.

Dagli archivi si riscontrano piante e contratti di cessione e costruzione di poderi e mulini per muovere i quali era necessaria una buona portata di acqua. Le terre attraversate dal fiume erano ricche di messi ed anche le zone paludose dove esso, dividendosi in tanti rivoli, stagnava, erano molto importanti. Può anche significare “onorare con culto”; infatti, il fiume è stato sempre ritratto come un Dio da venerare e rispettare.

Si presume che, anticamente, il Sebeto, scorrendo su tutta la piana napoletana, sfociasse verso quello che è ora il porto, lambendo la collina di Pizzofalcone dove sembra ci fosse un primo insediamento urbano chiamato Palepoli, poi divenuto Partenope per la presenza leggendaria della tomba della Sirena Partenope che si racconta fu sotterrata alla foce del fiume. Secondo la tradizione, la Sirena si accompagnava al Dio Sebeto e dalla loro unione nacque Sebetide, la ninfa del Sebeto, da cui si generò Ebalo, il futuro re di Palepoli.

Ecco creato il binomio Palepoli-Partenope e Sebeto-Partenope assunto a titolo perenne.

Questo accostamento si riscontra anche dalla fontana del Sebeto, commissionata dal viceré di Napoli Emanuele Zunica y Fonseca di Monterey, posta alla base dell’attuale Piazza Castello, Molo Beverello o via C. Console, poi ricostruita nel 1902 ai piedi della collina di Posillipo e ora in largo Sermoneta alla fine di via Caracciolo. Nella fontana, e più precisamente, nella valva di una grande conchiglia, il fiume, raffigurato come un maturo uomo barbuto, dominava lo scorrere delle acque, rappresentato da una serie di fontanine, un gioco naturale per la vita e la delizia dei napoletani, giusta continuazione del frontale del portale del Castel Nuovo alla cui sommità vi è un timpano su cui si stagliano due fiumi colossali: l’Ebro ed il Sebeto.

Allora, il Sebeto segnava il confine tra Palepoli e la nascente Neapolis, così come in seguito, dopo aver deviato il suo percorso, forse per gli eventi sismici dovuti alle continue eruzioni del Vesuvio fra cui quella del 79 d.c., raccogliendo le acque degli altri rivoli e sfociando in mare in prossimità del Ponte della Maddalena, demarcava il limite tra la città e le terre ricche e fertili al di là del fiume.
Doppia foce, Ponte della Maddalena Vigliena e Porto Pizzofalcone, un solo asse e foce biforcuta, come una Y.

Il Sebeto, nei suoi mille rivoli nel vecchio e nuovo letto unito al fiume Rubeolo o da solo, ha interessato e deciso favorevolmente la vita napoletana sia come irrigazione che come pozzi di prelievo attraversando le falde sotterranee della città vecchia.

La gloriosa tradizione è stata fatta rivivere dagli autori partenopei più notevoli del periodo rinascimentale e cantata da poeti quali Gioviano Pontano e Iacopo Sannazaro.
Quindi si è creato il binomio inscindibile città-fiume, Napoli-Sebeto.

Dire Napoli è come dire Sebeto e viceversa.

Adesso la valle non rifulge più.
Gli uomini che tanto hanno avuto dal loro Dio Fiume, per i loro meri egoismi, sotto la spinta economica di un ipotetico progresso, lo hanno inglobato nel sottosuolo ed avvelenato con miasmi e residui chimici di ogni genere. Dell’antico splendore nulla resta se non la consapevolezza tardiva di aver commesso un grave errore e il tentativo di porvi rimedio cercando di ricreare quei giardini, già predisposti dal regime borbonico, con la rivalutazione di tutta l’area orientale della città.

Mi vien da dire, metaforicamente: Ahi, quanto somiglia il tuo destino al mio!

La valle del Sebeto, esotericamente parlando, da fertile ed operosa, portata ai massimi splendori e ad elevatissimi picchi di conoscenza da uomini e menti eccelse che seppero irrigarla con il fiume impetuoso delle loro idee e delle loro opere, inquinata, poi, da metalli pesanti, ha corso il rischio di inaridirsi, cosa non accaduta solo grazie all’impegno di novelli ecologisti che, consci delle tradizioni ed armati degli strumenti muratori, hanno depurato le acque, rafforzato gli argini, ricostruito i canali di irrigazione ed infoltita tanto che si accinge a tornare a splendere.

Il Dio non può morire!

Nell’atavica lotta tra il fuoco e l’acqua, tra il Vesevo e il Sebeto, il Fiume, nonostante sia stato più volte travolto e sotterrato, è sempre rinato ed ha sempre portato linfa e vitalità. La valle ritornerà florida e rigogliosa e gli uomini che la abitano sapranno arricchirla di nuove culture non dimenticando le vecchie disposizioni, le antiche tradizioni e le remote leggende, ma, anzi, con studi appropriati e mirati, sapranno far tesoro degli antichi saperi per convogliare le acque che renderanno ancora più fertili i campi.

Il Sebeto è Napoli: è il binomio inscindibile, è il popolo che la abita che, nonostante mille angherie, riesce sempre a sopravvivere grazie alla sua ingegnosità ed operosità, ai tesori culturali ed esoterici trasmessigli dai Grandi Maestri.

Come il Vecchio Dio Sebeto bisogna scendere nelle viscere della terra e tornare fuori portando acqua limpida e pura, dopo averla filtrata abbondantemente nei meandri sotterranei, ed innalzare barriere contro rivoli oleosi e melmosi.

Il Sebeto deve tornare a vivere e se l’Utopia di un parco del Sebeto sarà di là dal divenire, il Cavallo Rampante della Napoli-Sebezia, la nuova Intellighenzia neapolitana, deve e dovrà essere quella che potenzialmente già è:
Una Stupefacente Realtà che irrigherà la splendida valle del Sebeto riportandola agli antichi splendori.

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Autore Giuseppe Strino

Giuseppe Strino, docente in pensione, esperto di cultura, esoterismo e tradizioni partenopee.