Fischi a San Siro: l’Italia che perde due volte

Fischi a San Siro: l’Italia che perde due volte

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Stadio San Siro Milano
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Anche Churchill, quello che le partite le perdiamo come le guerre e viceversa, probabilmente avrebbe perso la voglia di prenderci in giro. Stadio San Siro, Italia e Svezia sono schierate sul campo, in procinto di giocarsi l’ultima chance per la fase finale dei mondiali. Parte l’inno nazionale svedese e una buona parte dello stadio pensa bene di accompagnarlo con una sinfonia di fischi. L’Italia perde qui.

Perde alla grande, nonostante Alberto Rimedio, telecronista Rai, provi (nomen omen) a rimediare, definendo ‘vile’ ciò che accade. Perde dinanzi al mondo, quello – deriso e demodé – che a certi aspetti non calcistici del calcio tiene ancora.

Quello che vede negli emblemi di una nazione il percorso travagliato di una storia, il risultato di valori condivisi, il simbolo di un’identità spesso secolare.

Quello per il quale fischiare un inno non dista troppo dal dar fuoco ad un vessillo: con la non lieve differenza che per bruciare una bandiera ne basta uno, mentre ieri a fischiare du gamla, du fria erano in migliaia.

La stampa estera ci va giù duro fino ad un certo punto. Già, perché USA Today e decine d’altre testate puntellano il gesto con quello, opposto e da campione – ‘legendary’, monolyth, ‘class-keeper’ sono gli aggettivi usati – di Buffon il quale, accortosi di quanto stava accadendo, ha risposto con gli applausi ai fischi dei suoi connazionali.

Meglio ancora, si fa per dire, certa stampa italiana, per la quale l’episodio, seppur ‘spiacevole’, è giustificato dalle ‘dichiarazioni’ della compagine svedese e dalla ‘scorrettezza mostrata in campo’ nella partita di andata. Forse è inutile farla troppo lunga.

E forse non c’era volontà di offendere un popolo fischiando un inno, ma solo incapacità di comprendere il legame tra i due. Ma è poco, davvero troppo poco. Troppo poco perché siamo già recidivi.

Italia ’90, finale Argentina-Germania, dagli spalti dell’Olimpico partono centinaia di fischi durante l’inno di Maradona e compagni, colpevoli di averci battuti in semifinale. Anche in quel caso i giornali di tutto il mondo ci condannarono.

Qualcuno oggi argomenterebbe:

beh ma in quel caso era logico fischiare l’inno, ci avevano buttati fuori.

Per noi invece è un ottimo momento per provare a ricostruire qualcosa che ci coinvolga e ci unisca in quanto Nazione, non solo a livello calcistico. Del resto, abbiamo quattro anni per farlo.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.