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Ce la possono fare!

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Le reali possibilità dei giovani

Fillus de anima.
È così che li chiamano i bambini generati due volte – ci racconta Michela Murgia – dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.
E quelli generati dalla nostra società? Come potremmo chiamarli?
Come tutti coloro che, da adulti immusoniti, li chiamano sfaticati?

Mi sale una sensazione di nausea nell’anima quando li sento, e non posso fare a meno di replicare.

I giovani? Ce la possono fare, ma noi non dobbiamo spezzar loro le ali!

Per dirla con Nietzsche, essi vengono spinti selvaggiamente nell’esistenza, in quella bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezioni.

Il problema è che con l’avvento della tecnologia abbiamo eliminato gran parte del “on the road” di Kerouac:

Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare!

Gli estremismi social non ti buttano sulla strada la quale, per quanto possa avere i suoi inevitabili pericoli, è sicuramente più incisiva nell’assemblare esperienze vitali.

Ci lamentiamo che perdono troppo tempo su Internet? Se lo sono trovato addosso su nostra anziana e totale concessione, perché mai rimproverarli?
Noi, adulti, abbiamo creato una cultura in cui le persone sono diventate elementi di produzione e di profitto e i giovani si ritrovano “costretti” ad indossare abiti che noi abbiamo loro confezionato totalmente fuori misura.

Stiamo dando ai ragazzi e alle ragazze dei nostri tempi la possibilità di vedere che ci sono anche altri modi per vivere? Stiamo vivendo in un mondo, creato da noi stessi, che a noi, probabilmente, non piace più, ma che vorremmo che a loro piacesse. E vorremmo che ci si adattassero?

Se la parola d’ordine è “adeguati anche se non ti piace!” come possiamo vederli felici e realizzati?

Sarebbe come chiedere ad un uccello di volare pur avendo le ali spezzate.  Negli anni sessanta ci si poteva contrapporre.

Oggi, il sistema, ci sta dicendo:

Ho vinto io e l’unica cosa che puoi fare, se vuoi sopravvivere, è allearti con me!

Prima di accusare i giovani di una certa indolenza dovremmo renderci conto che, molti di loro, sono quel che sono proprio perché cresciuti nel biasimevole mondo che abbiamo loro preconfezionato.

Il nostro compito, di adulti, dovrebbe essere quello di farli sentire innamorati della Vita.

E questo perché esiste un’angoscia che è la peggiore di tutte le angosce, cioè arrivare al punto di dover dire addio all’amore che dovremmo nutrire per noi stessi.

Un giovane che smetta di amarsi, quando è ancora nel pieno della vita, non lo si può più chiamare giovane.

Ce la possono fare, certo, ma solo se, anziché accusarli di essere lo specchio del mondo con cui li abbiamo vestiti, stiamo loro vicini, senza spezzar loro le ali, e per aiutarli a cambiare quello che anche a noi, da molto tempo ormai, non piace più.

Tratto dal Corso Naturopatia dell’Anima – Counseling Filosofico

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Autore natyan

natyan, presidente dell’Università Popolare Olistica di Monza denominata Studio Gayatri, un’associazione culturale no-profit operativa dal 1995. Appassionato di Filosofie Orientali, fin dal 1984, ha acquisito alla fonte, in India, in Thailandia e in Myanmar, con più di trenta viaggi, le sue conoscenze relative ai percorsi interiori teorici e pratici. Consulente Filosofico e Insegnante delle più svariate discipline meditative d’oriente, con adattamento alla cultura comunicativa occidentale.