Home Rubriche ArteFatti Breve compendio della storia di una lingua

Breve compendio della storia di una lingua

465
Italiano


Download PDF

L’italiano e la sua ascesa

In questi tempi di disorientamenti sociali e politici, tra ritorni dei vecchi nazionalismi e sentimenti di rinnovato europeismo, in cui le opinioni più disparate e le sconsiderate fake news si diffondono a macchia d’olio nell’ignoranza globale, ho scelto di ritornare un po’ ai libri di storia e a quegli strumenti che meglio possono chiarirci le idee sulle origini della nostra piccola e variegatissima Italia.

In special modo ho iniziato dallo studio della lingua italiana che, come lo Stato stesso che essa identifica, ha una storia arzigogolata e alquanto complessa.

Per far fronte allo sforzo impegnativo di ritornare alle origini della nostra lingua, mi sono avvalsa del manuale di Bruno Migliorini, ‘Storia della lingua italiana’, la cui prima edizione uscì nel 1960, dopo un lungo periodo di gestazione e di pensamento. In quegli anni, mancava ancora una storia della lingua italiana in quanto tale, mentre gli unici scritti precedenti, del Settecento e dell’Ottocento, erano tutti volti ad una piena legittimazione del nostro idioma di fronte all’inarrestabile avanzata del francese.

A quei tempi, l’italiano era soprattutto una lingua letteraria, una Langue douce, sonore, harmonieuse, come la descrive Rousseau, ma distante dalle angustie regionali e dalle diatribe municipali di allora che ostacolavano ancora agli inizi dell’Ottocento, la nascita di un sentire nazionale che sfociasse, inoltre, in una irriducibile unità linguistica.

Nel frattempo, arrivavano in Italia gli stimoli dei nuovi approcci e dei nuovi studi dall’ambiente germanico, tesi ad un approfondire le ricerche sugli idiomi dialettali e sul loro complesso rapporto con la lingua comune e che permisero la formazione e la costituzione di una scuola italiana di glottologia.

Un fervente clima culturale, arricchito da discussioni nazionaliste, polemiche antifrancesi, dibattiti letterari, nuovi metodi e strumenti glottologici che condizionò fortemente gli anni sette – ottocenteschi, ma che produsse, alla fin fine, solamente ricerche di dettaglio e d’occasione. Nonostante negli ultimi decenni dell’Ottocento si faceva letteralmente l’Italia, mancava ancora una storia della lingua.

Secondo gli orientamenti degli studi francesi, ispirati a correnti sociologiche come quella di E. Durkheim, la storia della lingua non era soltanto storia delle origini o storia letteraria, ma imponeva la storia vista dalla società che di quella stessa lingua si serviva per esprimersi e comunicare.

L’esponente più rappresentativo di questa corrente di pensiero, Antoine Meillet, nel 1906 asserì:

Le langage est éminemment un fait social, du fait que le langage est une institution sociale, il résulte que la linguistique est une science sociale, et le seul élément variable auquel on puisse recourir pour rendre compte du chengement linguistique est le changement social dont les variations du langage ne sont que les conséquences parfois immédiates et directes, et le plus souvent médiates et indirectes.

La lingua, quindi, cominciò ad essere concepita come sistema integrato della società, per cui bisognò orientarsi sempre di più in direzione di uno studio del nesso tra lingua e società, ricostruendo in maniera ampia e dettagliata la storia di un Paese che sarebbe diventato progressivamente un nodo fondamentale all’interno dell’Europa. Intanto, si faceva ancora più urgente in Italia il bisogno di scrivere una storia della lingua nazionale.

Agli inizi del Novecento, Bruno Migliorini misurava le difficoltà dell’impresa che mostrava sin dall’inizio le proprie fattezze titaniche dentro un campo sterminato di dati da raccogliere e di analisi da sviluppare. Dal novembre 1938 cominciò a maturare concretamente il progetto della sua opera che vide la luce solo vent’anni più tardi.

In un articolo del 1939, intitolato ‘Correnti dotte e correnti popolari nella lingua italiana’, lo stesso Migliorini riprendeva e allargava i temi sulle condizioni dello sviluppo storico dell’italiano creando e precisando le linee guida di quella che sarà la sua opera, ‘Storia della lingua italiana’ e affermerà con chiarezza che dalla linguistica a due dimensioni si era passati ad una linguistica a tre dimensioni, in cui si tiene conto, oltre che dello spazio e del tempo, della stratificazione sociale; sarebbe a dire, della società nel suo complesso.

In questo modo Migliorini spianava la strada per una Storia della lingua italiana già praticata dai francesi Meillet e Brunot, e pretendendo per essa l’integrazione nella storia della società globalmente considerata senza esclusione alcuna.

Quando uscì la ‘Storia della lingua italiana’, nel 1960 a distanza di quelli che per Migliorini erano i mille anni della lingua italiana, avendo come riferimento l’anno 960 in cui cadeva la redazione della Carta Capuana, considerata il primo documento sicuro in italiano volgare, l’opera fu subito percepita come una novità assoluta in grado di apportare nuova luce sulla precedentemente vagheggiata disciplina.

Per guidare il lettore contemporaneo tra le pagine dell’opera di Migliorini bisogna innanzitutto allertarlo di fronte agli schemi, percorrenti una ventina di secoli, in cui l’autore ha racchiuso la materia. La periodizzazione che utilizza è puramente convenzionale e garantisce all’autore uno strumento per suddividere e seguire cronologicamente i fenomeni e gli sviluppi della lingua. Questa maniera, però, di applicare una cronologia, per così dire, esterna alla lingua rischia di fuorviare e di allontanare il lettore dalle evoluzioni intrinseche della lingua stessa, che, per loro natura, si sviluppano lungo linee temporali avulse da schemi cronologici fissi.

Partendo dal medioevo, in cui sia l’Italia che l’italiano non presentano denominazione linguistica e geografica fissa, si passa ad un periodo in cui dominavano ancora i nomi dei molteplici volgari e soprattutto del più prestigioso di essi, il toscano o il fiorentino; per poi arrivare, alla fine del Quattrocento, al momento in cui si usano indistintamente i termini di volgare, fiorentino, toscano e italiano.

La vera discussione sul nome della lingua si apre nel Cinquecento, quando il nome più frequente resta ancora quello di volgare, lingua volgare, ma molti parlano ancora di toscano, lingua toscana, raro è lingua fiorentina e anche più raro è lingua italiana. Questa tendenza persevera durante tutto il Seicento. Evidentemente, tutto ciò non è altro che la conseguenza del fatto politico che fu istituto il Granducato mediceo e del fatto linguistico sopraregionale che consacrò e codificò il toscano trecentesco come lingua letteraria di dimensione panitaliana.

Nei secoli successivi, e soprattutto nell’Ottocento, le cose cambiano perché variano le esigenze. Predomina, infatti, l’urgenza di affrancare una lingua che rifletta l’unità nazionale italiana. È il momento in cui il termine italiano cessa di essere un vocabolo dai connotati unicamente culturali o una denominazione prettamente geografica pertinente alla penisola, per arricchirsi del connotato di appartenenza a una collettività etnica con personalità politica autonoma.

Da allora in poi, la denominazione lingua italiana prende decisamente il sopravvento, giacché, come affermava Alessandro Verri nel 1806:

Il destino dopo la caduta dell’imperio di Roma non ha mai conceduto all’Italia di risurgere in una sola nazione.

Print Friendly, PDF & Email
Marilena Scuotto

Autore Marilena Scuotto

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale on-line ExPartibus.