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Zagare nel fango, la nuova silloge poetica di Angela Mori

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'Zagare nel fango'

Il titolo della nuova silloge poetica di Angela Mori, ‘Zagare nel fango’, La Lettera Scarlatta, 2015, evoca la celebre immagine quasimodea del “vento del sud forte di zagare”.

La poesia di Angela Mori, sicula come l’autore di ‘Ride la gazza, nera sugli aranci’, è intrisa di toni malinconici e di ricordi indefiniti, evocati da profumi, “erba umida che profuma”, da colori, “nello sfavillio delle sue bellezze”, e da immagini che spesso traggono ispirazione dalla natura, “Frutti di pino… nuvole che vanno”.

La poetessa sembra, in modo quasi ossessivo, andare alla ricerca di un autentico rapporto con la natura, irrimediabilmente perduto: la sua incessabile ricerca si traduce nell’immagine del “bambino dal mondo dentro”, in cui “si mostra il dono dell’infanzia”, un dono che, però, si accompagna a una “ignota pena”.

In un indissolubile e conflittuale legame con la natura, che in fondo rispecchia il conflitto-amore con propria terra, si legge la consapevolezza di insanabili affanni: se è vero che il poeta dalla natura trae la sua linfa vitale, d’altra parte proprio la natura

Uccide il cuore, / Che disperato si abbandona / Alle glaciali braccia dell’inverno.

Anche in alcuni componimenti erotici, quando ci si aspetterebbe che la passione sia cantata come felice esperienza e incontrollabile piacere, come avviene nella raccolta ‘Semplicemente Angelika’,  La Lettera Scarlatta, 2013, predominano sentimenti di angoscia e mali “privi di nome”, che tendono talvolta ad assumere concretezza fisica

E gli urli alla gola, / Dimmi, che cos’è che mi divora?

Nella poesia ‘La passione di cappuccetto rosso’, l’amore può addirittura divenire incubo:

L’ho voluto io quest’incubo / cercandoti tra i fitti tralci di un bosco, / intrecciati e umidi di bruma / nel tetro della notte.

I versi di Angela Mori, seppur chiari e privi di retorica, adottano talvolta un tono aulico che li rende carichi di un senso dell’antico. Ne è esempio la lirica ‘Agli artisti’, che con l’incipit “Beviamo”non può non rievocare Alceo: sebbene lontani dalle rivoluzionarie passioni politiche che travagliano il poeta di Mitilene, travolgente resta l’invito alla gioia bacchica, al “vino della follia”.

Ma forse qui Bacco è solo un pretesto per fare di una lirica un manifesto poetico: il poeta si incammina verso la scoperta, pur nelle sue inevitabili contraddizioni, dell’armonia del mondo

L’artista distingue ovunque l’armonia / Ammira l’abiezione e la bellezza,

in un percorso che non risparmia insidie e rischi all’abilità del poeta, “si sfida il rischio”; come nel canto di un antico omerico cantore istruito dai numi l’effetto della poesia è quello altissimo di ammaliare, affascinare, emozionare

Per lei si patisce, si gioisce / Si provocano il pianto altrui e il sorriso.

‘Zagare nel fango’, uscito a due anni di distanza dall’esordio letterario ‘Semplicemente Angelika’, può senz’altro essere considerato un lavoro più maturo: la poetessa da tematiche prevalentemente amorose si apre ad una poesia che contempla e indaga la realtà nella sua multiforme varietà, sfiorando talvolta anche temi sociali, ‘Giovani genitori’, ‘Il potere‘ed approdando ad una poesia che è incessante ricerca di “nefaste verità” come in ‘Tormentati poeti‘.

Tormentati poeti

Che cosa andiamo cercando,
Esuli consunti e bisognosi
Di un qualcosa di cui
Non conosciamo neppure il nome?
Deportati dall’aspirazione,
Incatenati e schiavi di essa,
Ricercatori assiomatici universali,
Di poca, salda certezza,
Noi erranti nella strada maestra,
Mai contenti della vita stessa,
Senza rese cui poter rinunciare,
Morsi dai vizi che servitù non arresta,
E abbigliati di sogni illogici,
Di fama d’amore e d’immortale giovinezza,
Noi poeti tormentati e infiniti,
Autodistrutti da un male privo di nome,
Morti ancor prima dei nostri folli abbagli,
E delle nostre nefaste verità.

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