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Tra lingua, cultura e relativismo

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Lingua, cultura e relativismo

Attualmente possiamo contare circa 6000 lingue viventi.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”.
Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.
Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
Genesi, 11, 1-9

Secondo questo passo della Bibbia, anticamente tutte le popolazioni umane parlavano la stessa lingua, anche se la chiave di lettura dovrebbe essere più metaforica che letterale.

In effetti, circa le origini del linguaggio esistono, ad oggi, diverse teorie, e siamo ben lontani da un accordo unanime, soprattutto nel campo dell’antropologia culturale. Secondo alcune scuole antropologiche, tra le diverse culture esistono delle regolarità che inducono a pensare che ci possa essere un’origine comune. Un’estremizzazione, ad esempio, è quella di Smith e Perry, che individuarono nell’antico Egitto la culla di tutte le culture umane.

Il discorso si può ovviamente estendere al linguaggio. Il linguaggio è premessa e supporto di ogni cultura, ma dalla cultura stessa viene profondamente influenzato. Nelle zone scandinave esistono diversi termini per indicare la neve, anche se non tantissimi come vorrebbe qualche leggenda metropolitana. Nel libro ‘Il senso di Smilla per la neve’, l’autore Peter Høeg parla di più di 10 vocaboli per quello che riguarda la Groenlandia.

Secondo alcuni studiosi gli eschimesi arrivano ad una quarantina di parole. In effetti, riuscire ad indicare con un termine univoco e senza giri di parole un particolare stato della neve, come ad esempio la consistenza, può avere una grossa utilità pratica. Di contro, alcune tribù aborigene utilizzano lo stesso termine per indicare il giallo e il rosso. Esiste, dunque, una profonda interazione tra ambiente, cultura e linguaggio.

Talcott Parsons nello schema AGIL definisce come una delle quattro necessità di ogni sistema sociale quella di adattarsi all’ambiente, cioè ricavare da questo le risorse per la propria sopravvivenza.
Anche in ambienti simili, culture diverse sviluppano diverse modalità di adattamento, perché diversi sono i fattori che intervengono, come ad esempio il livello tecnologico, contatti con altre culture, rapporti sociali ecc. In merito alle differenze culturali, c’è molto da dire.

Le scienze sociali delle origini, l’antropologia culturale soprattutto, hanno sofferto del problema individuato come etnocentrismo. Si definiscono come etnocentrici tutti quei comportamenti in cui si afferma la superiorità della propria cultura su un’altra. Spesso facciamo confusione definendo come razzisti dei fenomeni che invece sono da definire più propriamente come esempi di etnocentrismo. Il razzismo, invece, è legato all’affermazione della superiorità di una razza su un’altra. In effetti, antropologi ed etnologi che si recavano in giro per il mondo avevano la tendenza di valutare le culture che osservavano in base ai parametri della cultura occidentale. Non mancavano, però, anche gli autori che tentavano di giustificare scientificamente la superiorità della razza bianca.

Troviamo addirittura, nel ‘600 e ‘700, teorie secondo le quali una persona di colore potesse diventare bianca con il tempo, se solo fosse stata sottoposta alla giusta educazione, alimentazione e clima. Inutile dire che queste teorie non facevano altro che fornire una legittimazione scientifica alle politiche colonialiste, e al commercio degli schiavi, attività molto lucrose per gli stati europei del tempo.

Questo atteggiamento ha portato uno studioso italiano, Vittorio Lanternari, a parlare di incivilimento dei barbari. La presupposta inferiorità culturale se non razziale dei popoli extraeuropei, poneva alle nazioni “progredite” l’imperativo morale di provvedere all’evoluzione delle culture meno progredite. Che poi questo potesse passare attraverso politiche militari di prevaricazione, schiavitù e tanto sangue versato costituiva un trascurabile effetto collaterale.

Molto spesso, però, l’influenza della propria cultura agisce in modo meno evidente, più subdolo, inconsapevole. Per Lanternari lo scienziato sociale non ha la possibilità di liberarsi della propria cultura, i cui condizionamenti sono come delle categorie kantiane, degli occhiali colorati che condizionano la nostra visione del mondo. Occhiali di cui purtroppo non possiamo disfarci.

Lanternari, assieme a De Martino, mette, quindi, in guardia gli antropologi rispetto alla presenza di questo condizionamento.

Essendo impossibile spogliarsi completamente della propria matrice culturale, suggeriscono però di arrivare alla consapevolezza di questo comportamento stesso adottando un atteggiamento critico. Posto che gli occhiali ci sono e non è possibile toglierli, allora l’unico modo per isolarne gli effetti è quello di esserne consapevoli e di trattarli come ulteriore variabile interveniente nell’osservazione.

Nasce così il concetto di etnocentrismo critico.

Siamo ormai nella stagione dei relativismi. Si comincia a porre una forte attenzione anche sulla terminologia, guai a parlare di culture primitive, o addirittura di barbari. La definizione politically correct è quella di cultura o società tradizionale.

Progressivamente un relativismo buonista si impossessa di tutto, dopo la cultura tocca alla scienza, all’etica. Tutto è relativo e tutto è consentito. Questi ed altri meccanismi hanno portato ad una progressiva ed inesorabile deriva etica. Ormai sociologia e antropologia tentano di rifuggire qualsiasi valutazione che possa essere lontanamente assimilabile ad un giudizio di valore. Guai a dire che una cultura possa essere migliore o peggiore di un’altra. Tutto è relativo. Ogni comportamento sociale, ogni tratto culturale si perpetua perché è una risposta ad una necessità sistemica. Non importa se si tratti di tradizioni che prevedono la lapidazione, o che impongono al parente più prossimo del condannato a morte di sgozzarlo in pubblica piazza.

Questo, naturalmente, non significa rimpiangere lo schiavismo, le politiche coloniali, o l’incivilimento dei barbari, per tornare a Lanternari. La questione è che dei punti fermi debbano valere. Alcuni valori sono da considerare universali, perché prescindono dalla latitudine, dalla lingua, dal colore della pelle. Ma prescindono anche da connotazioni religiose. In fondo, il mondo occidentale ha bisogno di una salda morale laica, che ponga al centro l’uomo. Morale che sicuramente non si incarna in certi buonismi ipocriti, che poi si smarriscono in sterili etiche di facciata. Su tutti bisogna considerare il valore della vita e della dignità umana. Non è un assurdo che si possa classificare il grado di sviluppo di una cultura in base al rispetto dei diritti umani, attraverso una serie di indicatori attendibili e chiari.

Sia chiaro, non si tratta dell’espressione di una posizione anti-relativista. Da buoni relativisti è necessario arrivare alla conclusione che nemmeno il relativismo è un dogma. Si è veramente relativisti se si capisce che anche il relativismo è relativo e che, se lo si estremizza, può diventare un vincolo come qualsiasi determinismo, riducendosi al rango di un qualsiasi principio assolutizzante.

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