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Albatro, il prigioniero del blu

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Albatro


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Ovvero, quando il volgo incontra l’artista

Il discorso affrontato nell’articolo che parlava di polli che si credono aquile continua a girarci in testa.

Capita quando sentiamo che possa esserci qualcosa di non detto, non scritto.

Un po’ come una rimozione di freudiana memoria che preme in qualche modo per emergere, per evadere dall’inconscio, per palesarsi.

Baudelaire, di cui avevamo già parlato. Ma non solo.

E pensiamo alla simbologia degli uccelli, che, in generale, è associata all’idea di libertà.

Il potersi librare oltre i vincoli terreni, materiali. Sfidare la stessa gravità.

Anche se ogni volatile in contesti e tradizioni diverse può assumere significati particolari.

Ad esempio, in Massoneria, in particolare nel Rito Scozzese, l’aquila a due teste richiama la dualità e il superamento della stessa, la conciliazione degli opposti, la rigenerazione.

Le stesse aquile, i gufi, i corvi, le gru sono considerati psicopompi, con la funzione di accompagnare le anime nell’aldilà.

Altrettanto affascinante è la figura dell’Albatro che, a partire dalla rivoluzione letteraria del Romanticismo, viene eletto ad emblema del poeta.

Il primo riferimento è sicuramente quello che troviamo in ‘The rime of the ancient mariner’, di Samuel Taylor Coleridge.

At lenght did cross an Albatross,
thorough the fog it came;
as if it had been a Christian soul,
we hailed it in God’s name.
Samuel Taylor Coleridge – The rime of the ancient mariner

Squarcia la nebbia, è da considerare un segno divino, da salutare nel nome di Dio.

Rappresenta, certo la natura, la sua sacralità. Ma soprattutto il poeta.

Immagine forte, suggestiva, tanto da influenzare un altro grandissimo autore, Baudelaire, appunto.

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
Charles Baudelaire – L’albatros

Soli sedici versi. Scintillanti, immensi, come tante altre sue opere. Ognuno un’epifania.

L’autore de ‘Les Fleurs du mal’, però, rispetto a Coleridge, introduce un’originale suggestione.

L’artista come prince des nuées, che irride l’arciere, che sfida le tempeste.

Ma tanto bello quanto goffo quando invece scende a terra e si mescola al volgo, quando le sue ali de géant l’empêchent de marcher.

Spunto che è colto, in momenti diversi, da due cantautori italiani, probabilmente molto sottovalutati.

È il caso di Toto Cutugno, che nel 1974, prima di intraprendere la carriera solista, fonda un gruppo che, guarda caso, chiama Gli albatros.

La formazione dura poco, fino al 1978, con la pubblicazione di un solo album nel 1976, ‘Volo AZ 504′, dal titolo del brano classificatosi terzo a Sanremo nello stesso anno.

Già nel 1975 era uscito il singolo ‘Africa’, che diventa un successo clamoroso prima in Francia, con l’interpretazione di Joe Dassin, poi in tutto il mondo.

Ma ‘L’albatros’ è anche il titolo di una canzone, inserita nello stesso album e incisa sempre in Francia e sempre da Dassin.

Io mi sento a volte un albatros
Sai, i prigionieri del blu
Che senza fermarsi mai volano
Su, con i gabbiani, più su.
Gli Albatros – L’Albatros

I prigionieri del blu.

Arriviamo al 2001, quando, grazie a Michele Zarrillo, riceviamo il sussulto di sentire citato Baudelaire nella popolare e spesso commerciale rassegna musicale sanremese.

Io come i poeti e gli uccelli qui in terra equilibrio non ho.
Michele Zarrillo – L’acrobata

Il concetto resta sostanzialmente lo stesso, anche se espresso in forme e modalità diverse.

Il privilegio dell’artista ne diventa paradossalmente la condanna.

Le ali immense che gli permettono di sfidare le tempeste gli fanno da impaccio a terra.

Da Re delle nuvole, dove può soltanto incontrare chi come lui può sfidare quelle altezze, quando scende al suolo si trova a confrontarsi con il volgo.

Con chi, anziché volare, può al massimo accontentarsi di camminare, se non addirittura di strisciare; di mangiare la polvere.

Si trova alla mercé di chi non potrà mai conoscere l’ebrezza della bellezza e, pertanto, potrà solo disprezzarla, in nessun caso riconoscerla.

Di tutti gli uomini soltanto pochi guardano in alto, sono costoro che quel mattino, scrutando l’immenso, non videro nulla, non videro il cielo.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Chi è costretto a restare a terra a grufolare, può casualmente volgere lo sguardo al cielo; in quel caso potrebbe scorgere qualche albatro ed invidiarlo.

Le verità cercate per terra, da maiali
Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali
Francesco Guccini – Cirano

Di contro, il disagio del poeta è transitorio. In qualsiasi momento può spiegare le sue ali per giungere laddove è consentito a lui e ai suoi simili.

Potrebbe auspicarsi la condanna, per chi oltraggia l’arte.

God save thee, ancient Mariner!
From the fiends, that plague thee thus! –
Why look’st thou so?’ – With my cross-bow
I shot the albatross.

Samuel Taylor Coleridge – Ibidem

Potrebbe desiderare che l’autore dell’oltraggio possa portare come una croce al collo l’evidenza della sua colpa.

Ah! well a-day! what evil looks
Had I from old and young!
Instead of the cross, the Albatross
About my neck was hung.

Samuel Taylor Coleridge – Ibidem

Ma la punizione peggiore è che chi si è macchiato della colpa sia vinto dalla vita in morte.

The naked hulk alongside came,
And the twain were casting dice;
‘The game is done! I’ve won! I’ve won!’
Quoth she, and whistles thrice.

Samuel Taylor Coleridge – Ibidem

La loro condanna è vivere nella morte.

Il poeta, invece, ad un certo punto, arriverà ad ignorare les huées.

E rividi i cani rabbiosi che ancora s’azzuffavano, e mai più chiaramente capii che il motivo di quella zuffa era così futile, quanto futile l’orgoglio più vano. Mi guardarono quei cani, mi riconobbero di sicuro, e sebbene ancora una volta tentassero di azzannarmi, i loro denti azzannarono dove carne ormai più non c’era da azzannare, e affannosamente lì continuarono ad azzannare, sicché i loro grossolani denti non erano fatti che per ciò che di grossolano potessero afferrare. Continuarono a lungo ad abbaiarmi dietro, ma dopo un poco che non li degnai più neppure d’uno sguardo: mi dimenticai di loro, non sentendoli più nemmeno d’abbaiarmi dietro. Forse ancora lo fanno; ma la mia mente ha considerazione di soltanto ben altri suoni che non latrati e guaiti di cani rabbiosi che non posson ferirmi.
Pietro Riccio – Eternità diverse

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Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.