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Suggestiva rappresentazione di ‘Jonoj’

2015
Jonoj - Le Sedie


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Interessante rivisitazione de ‘Le sedie’ di Ionesco

Ieri, 29 agosto, ore 21:30, presso il Chiostro di San Domenico Maggiore, ha avuto luogo il penultimo spettacolo della rassegna teatrale ‘Classico Contemporaneo’, ‘Jonoj’ con Roberto Ingenito e Adelaide Oliano. Adattamento e regia Victoria DeCampora, Roberto Ingenito, Adelaide Oliano. Produzione Subeventi Pompei.

Opera suggestiva, elegante, intrigante che prende spunto da ‘Le sedie’ di Eugène Ionesco lasciando spazio ad una molteplicità infinita di universi interpretativi. Testo di un’attualità sconvolgente per il senso di alienazione che ne scaturisce.

Nell’aria aleggiano le più belle canzoni francesi di sempre, tra cui ‘La Marseillaise’ e ‘Ne me quitte pas’, che diventano parte integrante della sceneggiatura per trasportarci in quella Parigi anni ’50 che, tra vivacità culturale e benessere economico, esorcizza, con ironia e sana leggerezza, il mal de vivre.
Unica eccezione alle melodie d’oltralpe, una canzone napoletana cantata dalla protagonista, pennellata di colore diverso a testimonianza che tutto è possibile.

I paradossi sfiorano il grottesco, ma non vi sfociano mai veramente. La chiave di lettura è piuttosto ludica e leggera. L’ottimo adattamento è impostato su scrittura scenica, improvvisazione degli attori e ascolto delle musiche.

Gli strepitosi Roberto Ingenito e Adelaide Oliano, perfetti in tutto, danno vita ad ‘una passeggiata acrobatica sulle sedie’ che, a ben vedere, è uno sguardo atemporale su quell’universo sordo ed insensibile alle richieste umane in attesa del messaggio salvifico incapace, comunque, di risolvere gli interrogativi atavici.

I due consorti, giunti ormai alla fine del loro viaggio terreno, sembrano aver vissuto esistenze parallele senza in realtà aver fatto del tutto i conti con se stessi.
Mentre aspettano ospiti immaginari, l’umanità tutta venuta ad ascoltare la conferenza di un oratore forse pronto a chiarire il senso del mondo, o meglio, il suo non-senso, si raccontano.

La rivelazione, quella, non ci sarà mai, relegata com’è nel limbo dell’eterna attesa.
Un posporre tutto all’infinito per l’impossibilità di determinare certezze assolute.

La metafora della condizione umana, l’isolamento, la prevaricazione della materialità sull’essenza, quel nulla onnipresente, di cui, però, non possiamo fare a meno, che riempie spazi vuoti sostituendosi all’aria e soffocando solo a tratti l’immaginazione.
E, difatti, il messaggio di speranza che tutto possa un giorno cambiare in meglio, permane.

Lui, dal nome imprecisato e appellato come ‘caro’, è un maresciallo d’alloggio diviso tra il rimpianto di non aver fatto carriera e il finto orgoglio della posizione raggiunta; in realtà è esiliato, dalla sua stessa ignavia, in quel corridoio di aspettative irrealizzate.

Lei, dal nome leggendario di Semiramide, donna dall’immenso valore e regina di Ninive, ma anche simbolo dell’assolutismo pagano, crudele e licenzioso fino all’incesto, gli vive accanto quasi come un’estranea, cercando di assecondarlo senza tuttavia capire le sue vere esigenze e sottolineando, più come sprone che con amarezza, che avrebbe potuto diventare un capo.

Poi una serie di personaggi fantasmi che non compariranno mai concretamente sulla scena, in un continuo gioco di presenza-assenza, nel pieno rispetto dell’opera originaria di Ionesco, a lasciar intendere che potremmo trovarci in un mondo post-apocalittico.

Quel figlio, innominato, descritto da Semiramide che a soli 7 anni, il numero sacro, l’azione per eccellenza a tutti i livelli su se stessi e sul mondo, abbandona i genitori accusandoli di uccidere indefiniti uccelli che, forse, rappresentano le due anime che stanno per prendere il volo e lasciare il corpo.

Quei volatili, strettamente legati alla cosmogonia, le cui ali ormai spezzate, non permettendo più alcun battito di vita, annientano così, lo spazio illimitato.
O forse, i pennuti sono più semplicemente gli esseri umani, imprigionati nella gabbia della loro esistenza, che ripetono ossessivamente la stessa azione, nella vana speranza di avere risultati diversi ogni volta, esattamente come fanno i due protagonisti nello spostare continuamente le sedie in scena.
O forse, chissà.

Il marito, invece, dice che quel figlio tanto desiderato non è mai arrivato; un’altra aspettativa irrealizzata, un’altra attesa vana per cui finge di aver trovato consolazione.

Chi dei due dice la verità?
Probabilmente entrambi, dato che ognuno è chiuso nel suo mondo assurdo, porto sicuro da ulteriori delusioni, ultima chimera per uscire da un’esistenza grigia.

Sul palco, più che un luogo fisico costituito esclusivamente da sedie bianche, ce n’è uno mentale, fatto di pensieri, aspirazioni, sogni che si intersecano con l’ineluttabile, con la prepotente ed invasiva realtà, il vano sforzo di mutare l’ordine naturale delle cose.

Ed ecco spiegato il perenne tentativo di mascherare il fallimento della vita nell’ammassare le sedie e muoverle con gesti frenetici per offrirle agli ospiti irreali.

Una lucida follia anima la coppia di sposi che è anche duo attoriale che riceve sul palco il pubblico inesistente con cui dialoga di continuo, che interagisce con gli spettatori ricevendone delle rose rosse opportunamente lanciate, e che scende in sala contribuendo ad alimentare ‘ambiguità, confusione ed accavallamento e citando Ionesco più che metterlo realmente in scena’.

Se non sopraggiungesse la morte, probabilmente, i due continuerebbero a spostare le sedie all’infinito.

Jonoj - Le Sedie
Jonoj – Le Sedie – Roberto Ingenito e Adelaide Oliano – Foto di Giancarlo de Luca
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Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.