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Splendido debutto di ‘Usciti pazzi’

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'Usciti pazzi' ph Melissa De Vincenzo


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L’opera di Antonio Scavone impressiona molto favorevolmente al Sancarluccio, anche grazie alla magistrale regia di Niko Mucci

Ha debuttato con successo ieri, 8 febbraio, ore 21:00, presso il Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli lo spettacolo ‘Usciti pazzi’ di Antonio Scavone, con Antonio D’AvinoLaura Pagliara e Valeria Impagliazzo, suggestivi costumi di Federica Pirone, belle scene di Melissa De Vincenzo, impeccabile regia di Niko Mucci.

Ambiente funzionale nel suo minimalismo. Stanza spoglia, sedia, divano, toletta, valigia e poche altre suppellettili in un piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo qualunque senza ascensore in un rione popolare di Napoli. Nessun quadro appeso alle pareti nude, nessun mobile ad arredare la camera, nessun oggetto appuntito e tagliente, come coltelli ed aghi, in quella casa inospitale: si scoprirà il perché nel corso della rappresentazione.

Una coppia di sposi, Ninetta e Ciro, i bravissimi Laura Pagliara e Antonio D’Avino, mette a nudo le sue nevrosi quotidiane, quelle che caratterizzano un ménage familiare in cui, fondamentalmente, potrebbe riconoscersi ognuno di noi. Per quanto bizzarro possa sembrare, impossibile non ritrovare elementi che contraddistinguono il complesso eppur basilare rapporto matrimoniale che, partito con le migliori aspettative, cozza con la realtà fatta di illusioni tradite.

Ninetta, impaziente, continua a sbuffare, chiedendosi il motivo per cui abbia deciso di abbigliarsi in modo elegante, truccarsi, acconciarsi i capelli a dovere, indossare l’elegante collana di perle come se dovesse andare ad una festa invece che partecipare a quell’incontro che, a breve, la traghetterà altrove, cambiando radicalmente le loro vite.

Freme e, a più riprese, chiede al marito che ora sia. Domanda inevasa. L’orologio al polso di lui si è fermato, di botto, incapace di scandire gli attimi che li separano dal momento che attendono con tante aspettative per dare nuovo impulso al quotidiano. Per uscire da quella situazione di stallo che permetterà poi di tornare a nuova vita. Il tempo non esiste, non può essere misurato come dimensione fisica, è solo una sequenza numerica di quei cambiamenti che si mettono in scena di continuo.

Ciro, al contrario, indossa un abito logoro, con una manica stracciata, come lisa e consunta è la giacca di dietro, calzini spaiati, scarpe consumate, spettinato, con un’aria perennemente stanca e sfiduciata. Timoroso ma accomodante sopporta tutte le recriminazioni della moglie, anche quelle prive di fondamento.

La natura della loro relazione è immediatamente chiara. Lei, bipolare, ossessiva – compulsiva, lunatica e insoddisfatta, ha da ridire su tutto. Sulle scelte compiute, sulle strade che avrebbe potuto prendere il suo futuro se solo si fossero concretizzate scelte invero mai compiute. Un diploma magistrale rimasto inutilizzato nel cassetto per diventare moglie di un usciere che, con il suo misero stipendio, non riesce a garantirle l’agiatezza agognata.

Orfana e senza fratelli, si lamenta di essere stata allontanata dalla famiglia di lui che la considera pazza.

Non hanno figli perché lei non li ha voluti. Che esistenza dignitosa avrebbero potuto assicurare a quel bambino mai nato se il loro stesso equilibrio oscilla di continuo? Fantastica, però, sull’idea di una progenie con un altro uomo, magari proprio il fratello del macellaio, alto, aitante, benestante che, nella descrizione di lui, apparirà, al contrario, come un uomo normalissimo, stempiato e tarchiatello.

Un gesto innocente, quello di Ciro, come il toccarsi la testa, scatena una reazione spropositata di lei che mostra il suo temperamento viscerale, altalenante, mentalmente instabile. Un grido per un nonnulla, un rimprovero ingiustificato, una recriminazione infondata. Prima lo zittisce, poi lo incalza affinché commenti, infine lo invita a comunicare pur tacendo ammutolito, perché si possono dire tante cose anche non proferendo parola alcuna. Lui, evidentemente abituato, abbozza, obbedisce, si siede a comando, poi si allontana, come a difesa, temendo di subire quello scontro fisico che troppe volte si è ripetuto.

Lei si guarda intorno, in cerca di un qualsiasi utensile da scagliargli addosso. Ma non c’è più nulla, ha già rotto tutto in precedenza: piatti, tazzine, persino mobili. E lui, previdente, per rimanere illeso dopo reiterati raptus omicida della moglie, ha eliminato ogni elemento che potrebbe diventare un’arma impropria nelle sue mani. Nel ricordare questi infausti episodi, lei prima minimizza, poi piange ma si calma in un lampo e torna a lanciargli frecciatine velenose.

Il dramma, volutamente esasperato nei toni, accompagnato da una gestualità farsesca, si snoda sul palco accompagnato da momenti di pura ilarità. Efficaci battute in napoletano palesano un malessere consunto che, a ben vedere, cela un forte sentimento ancora acceso sotto quella brace che prepotentemente vuol tornare a crepitare.

La svolta arriva quando lui la chiama per nome; lei reagisce male, non identificandosi più in se stessa, negando la sua essenza, la sua appartenenza. Se tutto può cambiare, come difatti avviene, perché, dunque, non il suo nome?

Nina, Ninetta, Anna, che dir si voglia, non esiste più, non è forse mai esistita. Lei ora è Wanda, con la W, che suona comicamente come “Uuanda”, un individuo rinnovato, chimera di un’esotica possibile alterità a cui appigliarsi.

Anche lui è ribattezzato come Amedeo, appellativo che al contrario di quel “mezzo Ciro” che incarna un potenziale inespresso, indica un universo di opportunità da cogliere al volo.
Se la realtà, squallidamente desolante, li inchioda alla loro triste convivenza, l’illusione, al contrario, è costellata di speranza.

Ciro asseconda la fissazione dell’infelice anche stavolta, per compiacerla, per non lasciarla sola nella sua atavica emarginazione. O forse, più semplicemente, per amore.

Con dolce fermezza la pone di fronte alla sua vera condizione. Non ha colpa della sua malattia, la sua insania può e deve essere curata. Ecco che le porta esempi di chi, con il suo stesso disturbo, “uscito pazzo”, è poi “rientrato”, come da un viaggio di andata e ritorno verso la guarigione.

Finalmente bussano alla porta. Si materializza un’infermiera, la valente Valeria Impagliazzo, che, a dispetto della sua professione, manifesta tutto il suo squilibrio psicofisico. Affannata ed esausta per aver fatto le scale a piedi reclama del caffè e dell’acqua che non le saranno dati perché pure la caffettiera è stata gettata e, senza invito, si butta maleducatamente sul divano, si massaggia i piedi, si pulisce in malo modo il naso allo specchio e i denti con le unghie, sputa a terra una caramella sminuendo la sua villania dopo il giusto rimprovero.

Con paroloni appositamente scelti, decanta le qualità della sua professione e spiega che l’ambulanza attende di sotto per condurre il paziente nella clinica di igiene mentale in cui sarà accudito. Nel calcare sull’integrità del suo operato come se fosse una missionaria, rimarca, al contrario, l’opportunismo che l’ha spinta verso quel lavoro. Da ciarlatana qual è, sbandiera promesse inattuabili nella casa di cura che dipinge come un paradiso terreste e sfoggia, invece, la sua totale mancanza di empatia, di sensibilità. Quel che conta, non è tanto il malato in sé, che può essere tranquillamente lasciato in balia di se stesso, piuttosto il denaro che porterà. Infine, interrotta a più riprese dal telefonino che squilla con suonerie diverse ma sempre improbabili, crolla e, da presunta guaritrice, ammette il suo malessere e la sua frustrazione. Il marito, cedendo ad un attimo di debolezza, che però dura da dieci anni, si è trasferito a casa dell’amante uomo, ma lei si dice pronta a perdonarlo e a dimenticare tutto purché ritorni a casa.

La confessione intima dell’infermiera è epifanica per la coppia. Quando lei chiede chi dei due sia da internare, il padrone di casa asserisce che ha fatto un viaggio a vuoto, che nessuno andrà via, perché il loro destino è rimanere uniti. Lei gioca allora la carta di un ricovero matrimoniale, indugiando sugli aspetti positivi, ma è tutto inutile e viene cacciata via a malo modo.

Il legame vacillante dei due coniugi appare più confortante di qualsiasi promessa del mondo esterno: la guarigione è ormai avvenuta, il viaggio è compiuto.

I due si guardano teneramente negli occhi, si riconoscono e, finalmente, tornano ad essere semplicemente Ninetta e Ciro.

Il pubblico, con applausi scroscianti, dimostra il suo apprezzamento per quest’opera che, con tatto, delicatezza e sana leggerezza affronta una tematica impegnativa.

Nonostante si trattasse della prima messa in scena in assoluto, l’affiatamento del cast è innegabile. Mai sopra le righe, perfettamente in parte, i tre attori, grazie anche alle attente indicazioni del regista, Artista a tutto tondo che ha saputo dosare comicità e riflessione, assicurano un’ottima riuscita della pièce.

Le prossime rappresentazioni di ‘Usciti pazzi’, che consigliamo vivamente, presso il Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli sono stasera, 9 febbraio, ore 21:00, e domani 10, febbraio, ore 18:00.

Foto Melissa De Vincenzo

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