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MUDIF: l’ultimo giorno di vita del Giovane Principe in un docufilm

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'Il Giovane Principe' - ph Miriam Galanti


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La vita quotidiana del Giovane Principe, cacciatore paleolitico vissuto nel Finalese 28mila anni fa, rivive nel docufilm prodotto dal Museo Archeologico del Finale con Museo Diffuso del Finale

Riceviamo e pubblichiamo.

In questi mesi di forzata chiusura al pubblico il Museo Archeologico del Finale non si è fermato.

Insieme al filmmaker Alessandro Beltrame e all’attore e scenografo Andrea Walts lo staff scientifico del Museo si sta misurando con una nuova avventura: riportare il Giovane Principe a correre nei boschi dove 28mila anni fa era solito muoversi, seguire i suoi ultimi attimi di vita e ripercorrere l’emozionante momento della scoperta dell’eccezionale sepoltura che gli venne riservata e che lo ha “consegnato alla storia”.

Quella che a prima vista potrebbe essere un’azzardata collaborazione è invece un’operazione di alta divulgazione condotta con la massima cura scientifica.

Alla ricostruzione dell’ultimo giorno di vita del cacciatore paleolitico si sovrappone – come accennato – l’intrigante ricostruzione della scoperta archeologica della sepoltura, avvenuta il 1° maggio 1942 a Finale Ligure (SV) nella Caverna delle Arene Candide da parte degli archeologi Virginia Chiappella e Luigi Cardini, incaricati da Luigi Bernabò Brea – nel pieno della seconda guerra mondiale – di portare avanti gli scavi, aiutati dai soldati di stazionamento nelle posizioni della contraerea presenti vicino alla grotta. Due appassionanti racconti di vita quotidiana che diventano storia.

Il docufilm ‘Il Giovane Principe’, oltre alla collaborazione del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Imperia e Savona, ha ottenuto il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria e il patrocinio Fondazione Genova Liguria Film Commission e della Fondazione Giannini e ha ricevuto il sostegno – attraverso il progetto Museo Diffuso del Finale – della Fondazione Compagnia di San Paolo.

Il docufilm si pone obbiettivi ambiziosi, sia narrativi che tecnici, iniziando dalla volontà di ambientare le scene principali nei luoghi in cui le vicende narrate si sono realmente svolte, cioè i boschi e le grotte del Finalese. Quello che è stato realizzato è un salto indietro nel tempo di 28mila anni.

Questo è possibile grazie alle capacità tecniche del team di produzione e ad un intelligente uso delle opportunità offerte dalle nuove attrezzature digitali, che permettono una produzione leggera e veloce, ma di alta qualità cinematografica.

A questo si aggiunge la capacità narrativa di un attore duttile, che riesce a passare dall’interpretazione di un giovane preistorico a quella di un colto archeologo moderno.

Racconta il regista Alessandro Beltrame:

Abbiamo affrontato la produzione con tutti i criteri di una produzione cinematografica di alto livello, consapevoli di non averne le risorse e soprattutto i tempi di realizzazione.

Tecnicamente non ci siamo fatti mancare nulla, nello specifico abbiamo usato: un braccio crane di 7 metri con testa remotata, un mini-jib per i movimenti in ambienti ristretti in grotta, una gimbal per le scene dinamiche di caccia sulla neve, microfoni per presa diretta dei suoni, un drone e un palco luci di 4 elementi alimentati a batteria.

Come macchine da presa la scelta è andata su camere di alta qualità sia come risoluzione che come gestione del colore, pensando ad un prodotto finale a bassa obsolescenza e che potesse avere una fruizione sul grande schermo ancora per molti anni.

Macchine cinematografiche a tutti gli effetti, ma con una velocità di esecuzione tipica delle videocamere; avevamo preventivato 5 giorni di riprese per chiudere i 10 minuti di film ambientato in 3 locations, tanto affascinanti, quanto difficili da allestire come set cinematografici: la Grotta della Pollera, gli altopiani innevati del Melogno e la Grotta Strapatente, tutte nell’area finalese.

Ci ha accompagnato la consapevolezza che non potevamo permetterci troppe ripetizioni dello stesso shot. Su questo punto la mia esperienza in produzioni più commerciali, dove i tempi non sono così dilatati come nel cinema, ha sicuramente contribuito a portare a casa il necessario, pur mantenendo un linguaggio visivo raffinato e speriamo interessante.

Vi è sempre movimento, il focus dell’azione cambia punti di vista continuamente, con dei passaggi in visione soggettiva per far assaporare la paura, l’angoscia, il gusto della caccia e l’eccitazione dell’aver trovato la propria preda. Un salto nel tempo di 28mila anni rimanendo incredibilmente nei nostri territori.

Daniele Arobba, Direttore del Museo Archeologico del Finale evidenzia:

Fin dall’ideazione del prodotto e durante tutte le fasi di ripresa, e successivamente nel montaggio finale, è stata costante la presenza di archeologi e specialisti della Preistoria.

Senza nulla togliere alla componente emozionale del film, che è fondamentale in questi casi, ci siamo impegnati per garantire la massima scientificità.

Andrea De Pascale, archeologo, Conservatore del Museo sottolinea:

Il rischio in produzioni di questo tipo di dare vita a operazioni al limite del ridicolo è altissimo. Dovevamo assolutamente evitare di creare un film in cui l’effetto finale fosse grottesco, con stereotipi sui ‘cavernicoli’, errori e ingenuità.

Per ottenere un prodotto di alta divulgazione scientifica, oltre ad affidarci a film maker, sceneggiatore e attori professionisti, abbiamo lavorato molto per ricostruire e verificare ogni dettaglio, dall’abito indossato dal Giovane Principe, alle riproduzioni degli oggetti trovati nella sepoltura ad altri che poteva avere usato negli ultimi istanti di vita.

Arobba, che è anche specialista in archeobotanica, scienza che studia attraverso carboni, polline e altri resti vegetali l’ambiente del passato e le interazioni con l’uomo, aggiunge:

Pure la scelta dei luoghi dove girare le scene è stata a lungo ponderata: 28mila anni fa il clima era molto diverso da oggi.

Il Giovane Principe ha vissuto nell’ultima età glaciale e quindi nel Finalese, oltre a esservi neve perenne sulle alture, avevamo una vegetazione con conifere, in particolare il pino silvestre.

Abbiamo quindi lavorato anche su questi dettagli per ritrovare luoghi che fossero corretti per l’ambientazione del film.

Marta Conventi, funzionario archeologo della Soprintendenza responsabile per il Finalese dichiara:

Da subito abbiamo appoggiato la proposta del Museo Archeologico del Finale perché iniziative di così forte impatto emotivo, ma di rigore scientifico, sono fondamentali per la promozione dell’archeologia del territorio e per sensibilizzare la comunità al valore del patrimonio culturale.

Questa operazione rientra inoltre pienamente nelle molte iniziative che Soprintendenza, Comune di Finale Ligure e Museo Archeologico del Finale, unite le forze, stanno conducendo dal 2019 per la valorizzazione della Caverna delle Arene Candide, un sito di straordinaria importanza per la Preistoria europea che abbiamo l’onore di avere nel Ponente ligure.

Dichiara Alberto Anfossi, Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo:

Abbiamo la fortuna di vivere immersi in un’inestimabile ricchezza, che rende ancora più preziose le nostre storie personali e collettive, permettendoci di progettare in modo nuovo i luoghi in cui viviamo.

È proprio con questa sensibilità e con questo sguardo che la Fondazione Compagnia di San Paolo opera per Valorizzare le identità culturali già riconosciute dei territori di riferimento in un percorso di posizionamento che favorisca una relazione integrata fra il mondo della cultura e il turismo.

Il progetto del Museo Diffuso di Finale lavora proprio in questa direzione sostanziando in modo concreto le linee programmatiche della Fondazione.

Foto Miriam Galanti

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