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Ilìtiocrazia e kalýterocrazia

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Ilitiocrazia e kalyterocrazia

Dalla dittatura degli imbecilli al governo dei migliori

Abbiamo analizzato in un precedente articolo la democrazia dal punto di vista degli aspetti strutturali e quantitativi, soprattutto per quanto concerne questa nella sua forma ideale, ma anche su quelli che sono gli aspetti qualitativi che attengono ad una degenerazione delle dinamiche che sono comunque insite in questa forma di governo.

La conclusione è stata che la democrazia altro non è che una forma di mascheramento delle oligarchie, sostenute solo formalmente dal consenso popolare. Ci siamo anche soffermati sulla qualità del sistema democratico contemporaneo, sia dal punto di vista del messaggio politico che di quello dell’elettorato.

Un passaggio lo abbiamo dedicato anche ai meccanismi secondo i quali la popolazione che attualmente si trova a decidere le maggioranze di governo sia rappresentativa solo una minoranza dell’elettorato attivo.

In effetti, la discussione circa le possibili degenerazioni della democrazia è molto antica.

Polibio, storico greco vissuto durante il secondo secolo a.C., usò il termine oclocrazia per definire il governo della plebe, vista come instabile, volubile, indicandola come una degenerazione della democrazia, all’epoca ancora diretta e non rappresentativa.

Sebbene l’esempio non si adatti alle moderne forme di partecipazione, ce ne serviamo soprattutto per denotare il carattere qualitativo delle masse, fondamentalmente non in grado di discernere i fatti utili alla gestione della res publica, quello che oggi viene anche indicato come “popolo bue”.

Il nuovo dizionario De Mauro lo definisce come

massa di individui ottusa, priva di capacità critiche e facilmente influenzabile.

Concetto che possiamo tranquillamente collegare alla plebe di Polibio.

Quello che abbiamo voluto contestare, non è tanto la democrazia nella sua forma degenerativa, ma presa nella sua forma ideale, da intendere, nella migliore delle ipotesi, come una dittatura della maggioranza.

Nella migliore delle ipotesi.

Oggi ci troviamo di fronte a quella che possiamo definire Ilìtiocrazia, dal greco ηλίθιος, ilìthios, stupido e κράτος, krátos, potere.

Ovvero, il governo degli stupidi, degli scemi del villaggio, degli imbecilli di Eco.

Quale soluzione, dunque?

Posto che la democrazia nella sua forma indiretta è in se stessa deleteria, la nostra conclusione è che anche nella sua accezione diretta sarebbe impraticabile.

Essendo innanzitutto impossibile in un contesto che come dimensioni vada oltre la semplice comunità.

Ma anche se dovesse essere attuabile con i moderni mezzi informatici, come qualcuno scelleratamente propone, finirebbe comunque e necessariamente per sfociare in una ilitìocrazia.

Il nodo della questione diventa, a nostro parere, il suffragio universale, centralissimo nel sistema democratico, ma che andrebbe rivisto alla luce del nostro discorso.

Lo aveva già fatto un nostro collaboratore, Raffaele Zanfardino qualche anno fa, in tempi non sospetti in un suo articolo.

Il nostro editorialista si chiedeva:

In soldoni, tutti sono uguali, tutti possono votare e, usando una citazione presa da un movimento politico, “uno vale uno”. Ma è giusto così? Davvero il voto di Gaber vale quanto quello della casalinga di Voghera? Davvero tutti possono esprimere le proprie preferenze nell’urna senza conoscere quantomeno la Costituzione e la legge elettorale? Un po’ come dire che un giornalista può fare tranquillamente l’ingegnere, l’economista, l’idraulico o l’elettricista. Impensabile.
Ed allora, perché tutti possono votare? Dove sta scritto che la maggioranza ha sempre ragione?

In quell’editoriale veniva già provocatoriamente messo in discussione il concetto di suffragio universale, giustamente definito come un tabù.

Già. Siamo proprio convinti che uno valga uno?

La conseguenza è che il parere del laureato presso “l’università della strada” valga quanto quello di un accademico che ha fatto dello studio di una disciplina la sua ragione di vita, che vanta dottorati, pubblicazioni scientifiche.

Davvero vogliamo delegittimare il sapere scientifico dicendo che il parere di uno vale uno a prescindere dalle sue qualifiche?

Davvero è possibile affermare il primato della politica (?) sulla scienza?

Ci viene in mente un film statunitense del 2006 diretto da Mike Judge: Idiocracy.

Ambientato in un futuro distopico, il cortometraggio immagina uno scenario in cui l’intelligenza media si è abbassata al punto di mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.

Le cavie di un esperimento si ritrovano ad essere ibernate e a risvegliarsi nel 2505 popolato da esseri patologicamente idioti, organizzati, appunto, in una idiocrazia, il governo degli idioti, quello che noi abbiamo definito una ilìtiocrazia.

Facciamo riferimento anche ad un geniale monologo di Giorgio Gaber sulla democrazia, citato nel pezzo di Zanfardino:

Quanto ci manca dalla “democrazia perfetta”, ovvero dal punto in cui saremo davvero tutti scemi allo stesso modo?

Ma la soluzione quale potrebbe essere?

Lo stesso articolo citato parla di governo degli illuminati, dei migliori, ovvero una kalýterocrazia, dal greco καλύτερος, kalýteros, migliore.

Preferiamo il termine migliori, rispetto a quelli di illuminati, se non fosse altro che per una connotazione negativa associata al secondo concetto, che immediatamente riporta alla mente un’idea di setta, che sfocerebbe in inutili complottismi.

Anche se il fenomeno degli Illuminati di Baviera è ben circoscritto nel tempo e tanti movimenti che lo riecheggiano sono solo delle mistificazioni.

Ma sarebbe un discorso troppo lungo e che esula dagli obiettivi di questo scritto, quindi ci fermiamo a questa semplice affermazione.

Tornando nei binari del nostro ragionamento, posto che ci schieriamo, stavolta senza voler essere provocatori, per un superamento del suffragio universale, come selezionare i “migliori”?

Innanzitutto con la somministrazione di test per la diagnosi dell’analfabetismo funzionale.

Un requisito per l’accesso all’elettorato attivo, inoltre, potrebbe essere legato al quoziente intellettivo.

Senza voler applicare delle limitazioni eccessive, sarebbe giusto lasciare il diritto di voto solamente a chi ha un QI di almeno 90.

Al di sotto di questa soglia, già leggermente più bassa di quella che è universalmente considerata l’intelligenza media, ci troviamo in una condizione border line, ai confini di quello che viene valutato come ritardo mentale lieve.

Perché chi è al limite del ritardo mentale, chi non ha la capacità di comprendere un testo mediamente lungo e complesso, chi non è in grado di distinguere una fake news da una notizia reale dovrebbe avere la possibilità di decidere chi governa?

Secondo quali competenze dovrebbe essere in grado di valutare due proposte elettorali?

Un paio di considerazioni circa la validità dei test, visto che è un’obiezione che ci aspettiamo.

I test per l’analfabetismo funzionale sono assolutamente affidabili, comportano la diagnosi di quello che è un deficit cognitivo, non esprimono un giudizio di valore.

Molto, ed anche a sproposito, invece, è stato detto in merito ai reattivi intellettivi.

Vero, misurano solo un aspetto dell’intelligenza.

Vero, l’intelligenza oggi è intesa sotto diverse dimensioni, che vanno oltre quelle rilevate da test come le scale Wechsler.

Ma le capacità cognitive utili a comprendere, ad esempio, le differenze di politiche economiche, sono esattamente quelle misurate da tali scale, utilissime anche per la diagnosi delle deficienze intellettive.

Che poi ci siano stati degli usi strumentali delle stesse è altro discorso.

Allo stesso modo, l’elettorato passivo dovrebbe essere limitato a chi ha un QI alto.
In un sistema sociale complesso, in cui le variabili da prendere in considerazione sono tantissime, anche per governare un piccolo comune, le difficoltà sono tantissime.

Una soglia di sbarramento potrebbe essere quella di un QI di 130.

Qualcuno ci potrà ribattere con la solfa ormai di moda sui “professoroni” che hanno rovinato il Paese.

Intelligente non significa necessariamente onesto. Ma un elettorato composto da persone anche solo mediamente intelligenti ha anche la possibilità di effettuare una migliore selezione della classe dirigente.
Non ci sarebbe la costante necessità di abbassare l’asticella, per ritornare a Gaber.

Inoltre, una persona intelligente può anche essere onesta. Un imbecille resta tale, anche se dovesse essere onesto.

Circa il primato morale degli imbecilli, invece, preferiamo non pronunciarci, lasciando parlare i fatti degli ultimi anni.

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