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Il Dante esoterico del ‘Paradiso Mancato’

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'Paradiso Mancato'


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Interessante rilettura in chiave alchemica della ‘Commedia’ di Marco Messina e Ramona Tripodi

Sabato 22 febbraio alle ore 20:30, nella Sala Assoli di Casa del Contemporaneo a Napoli abbiamo assistito alla prima di ‘Paradiso Mancato / L’opera al nero’, il primo dei tre spettacoli che compongono La Trilogia dell’Alchimia, un’opera ‘Teatrale Elettronica’ ispirata dalla ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri, che si inserisce nell’ambito della rassegna ‘Fuori Controllo’.
Si tratta indubbiamente di un’operazione a dir poco coraggiosa.
Già la scelta del testo potrebbe di per sé scoraggiare lo spettatore medio, che seppure in un contesto come quello napoletano, mediamente alto rispetto al resto d’Italia, è comunque attratto più spesso da opere di ‘facile consumo’ o da messe in scena dove a fare cassetta sono i nomi del cast e non scelte innovative in termini di drammaturgia e regia.

Ancora più di nicchia appare la rilettura di Dante in chiave esoterica, con riferimenti ad una simbologia da addetti ai lavori e di non facile comprensione, che va decisamente oltre le interpretazioni scolastiche, appiattite ed omologanti, riecheggianti ad una vaga etica cattolica.

Lo stesso termine alchimia evoca nell’immaginario collettivo antri bui, storte ed alambicchi, elementi chimici ed arcane conoscenze più che associate all’opera del poeta fiorentino.

Del resto, nei manuali scolastici non troviamo mai menzionato il fatto che Dante fosse un iniziato, un membro di quei Fedeli d’Amore, continuatori della tradizione templare, che vide tra gli altri esponenti anche Guido Cavalcanti, importantissimo anello di un’ininterrotta catena iniziatica che dalla notte dei tempi, dai misteri isiaci, conduce fino alla Massoneria moderna, passando, oltre che per il templarismo, per i rosacroce, per i maestri Comacini, per le corporazioni Muratorie medioevali.

Ed è proprio questa la chiave di volta di Ramona Tripodi, impeccabile anche nel ruolo di regista e straordinaria come Francesca, che ci racconta di un Dante che attraversa l’Inferno da vivo, ovvero affrontando la morte iniziatica, come chi deve ‘trasmutare’ vestito in abiti moderni, con in testa un cappello e in mano un ombrello giallo, come l’oro dei filosofi a cui ambisce.

La figura di Virgilio, suo Maestro, suo Conte, non è in scena, ma è richiamato più volte da Marco Palumbo, semplicemente strepitoso nell’impersonare il sommo poeta, perfettamente a suo agio nell’insidiosa lingua della Firenze del 1200.
E la morte iniziatica è richiamata anche dall’Opera al Nero, la prima fase della Grande Opera, la Nigredo, o putrefactio.

Non a caso, la pièce si inserisce in una trilogia che ricalca le altre due fasi, l’Opera al Bianco, o Albedo, e l’Opera al Rosso, o Rubedo, le stesse tre fasi e gli stessi tre Mondi richiamati da Dante nella ‘Commedia’.

Non a caso la trilogia si fonda sui canti quinti di Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Il nero non può che essere il colore dominante, anche se troviamo il bianco, come il vestito della “fiera” ai piedi di Minosse, e il rosso del cuscino che spicca sul letto di Francesca.

Le altre fasi dell’Opera, anche se non ovvie, sono presenti in possibilità nella prima, così come nel seme che nel nero della terra, d’inverno, muore e va in putrefazione è contenuta in potenza la pianta.

La discesa agli inferi è anche la discesa nella terra.

Le note di regia fanno chiaramente riferimento a questo processo:

La trilogia dell’Alchimia racconta di quel momento campale di ogni essere umano: quello in cui siamo chiamati a scegliere che tipo di persone essere. Ma per farlo dobbiamo accettare l’invito a viaggiare dentro noi stessi. Scendere giù. Dove non arriva mai la luce.

Come non pensare all’acronimo V.I.T.R.I.O.L., che rimanda alla tradizione rosacruciana, all’alchimista Basilio Valentino, ma anche al Gabinetto di riflessione, il primo viaggio dell’Iniziazione Massonica, quello legato all’elemento Terra, appunto; Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem, Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta.

La pietra nascosta, la Pietra Filosofale, o anche quella “Madonna Conoscenza” a cui fa riferimento più volte il protagonista come meta della sua ricerca; la Rosa.

La morte iniziatica è condizione necessaria ma non sufficiente per la rinascita, è questo anche il senso dell’ammonizione di Minosse, che mette in guardia Dante dalle insidie che lo aspettano, cominciare il cammino non è garanzia di portarlo a termine.
E la Nigredo significa sofferenza, morire non è mai facile.

L’Opera al Nero è separazione, la materia, o lo spirito, che si frantuma, che si scompone. Sofferenza e smarrimento del Poeta, che non riesce a superare l’ostacolo di Minosse, appunto.

Non potrà farlo fino a che non avrà preso consapevolezza di quanto celato in quell’ulteriore rito di passaggio.

Separazione di maschile e femminile.

Nel suo compito, Dante incontra Paolo e Francesca, figure centrali del quinto canto dell’Inferno, sono l’emblema della lussuria, unico peccato che odora di ‘Santità’.

Nella drammaturgia della Tripodi i due amanti sono condannati all’eterna separazione, sullo stesso letto, ma senza potersi vedere, senza potersi sfiorare. Divisione rappresentata anche da quel velo che scinde il letto dal resto del palco, gli amanti costretti alla dannazione eterna dal viaggiatore ancora in vita e dagli altri personaggi in scena, velo usato anche come sottilissimo schermo per le proiezioni in cui la coppia di adulteri si abbandona alla lussuria.

La loro tragica fine, trucidati da Gianciotto, fratello di Paolo e marito di Francesca, trasforma il loro potenziale idillio in un Paradiso Mancato.
Assolutamente coraggiosa la scelta drammaturgica, che interviene modificando fortemente uno dei passi più intensi e conosciuti della Commedia, ma in modo convincente e non tradendone assolutamente quello che era l’intento esoterico.

Disciplina ostica, l’Alchimia, con gli autori che si divertono a confondere le idee, in modo da svelare solo a chi è veramente in grado di cogliere, che celano dietro analogie, che dicono per assenza o per distorsione.

Zolfo, Mercurio e Sale, Spirito, Anima e Materia, continua a recitare all’inizio Palumbo, elementi spesso usati secondo accezioni diverse, facendo riferimento a cose diverse da più alchimisti, con il sale che viene aggiunto solo nel XVI secolo da Paracelso.
Quindi divisione, dissoluzione, separazione, distruzione della materia, in modo da poterla riportare agli elementi essenziali, poterli trattare separatamente.

Lo Zolfo Paolo, il maschile, il Sole, il Fuoco.
Il Mercurio Francesca, il femminile, la Luna, l’Acqua.
E ci sono anche i quattro elementi, dunque, l’Aria rappresentata dalla bufera del girone dei lussuriosi, da quelle folate da cui Dante sembra trascinato ma che forse riesce a sfruttare per innalzarsi anche grazie al suo ombrello, che apre nei momenti giusti.

Sul palco tante domande.

Dante che chiede della sua Beatrice, che nel Dolce stil novo, ma soprattutto nei Fedeli d’Amore rappresenta la Conoscenza, la Gnosi.
Paolo che chiede alla sua Francesca se l’ama; per lei fu attrazione, passione o amore?
Quale era la natura di quel fuoco che li ha bruciati?
Solo una volta ottenute queste risposte il poeta potrà proseguire.

La strada attraverso l’Inferno è ancora lunga.
La lezione agostiniana è ben presente, conoscere il male, gli opposti, attraversarli e superarli.
Solo separando e distinguendo bene e male, luce e tenebre, Zolfo e Mercurio si potrà riconciliarli.

Oltre la Nigredo c’è l’Albedo, l’Opera al Bianco.
Oltre l’Inferno il Purgatorio.
Oltre il Piombo, l’Argento.
E ancora oltre la Rubedo, l’Opera al Rosso, il Paradiso, l’Oro, la conciliazione degli opposti, le Nozze Chimiche.
Dante raggiungerà finalmente Beatrice, la sua Madonna Conoscenza, arriverà alla contemplazione di Dio.

Oltre alle già citate performance magistrali di Marco Palumbo e di Ramona Tripodi, eccelsa anche per drammaturgia e regia, è da segnalare la stupenda sottolineatura musicale di Marco Messina, che sul palco nel ruolo di Minosse, è anche autore della scrittura sonora, con suoni e musiche il cui ritmo ha contribuito non poco a creare un’atmosfera perfetta, in armonia con le pareti nere della Sala Assoli, trascinando a tratti il pubblico in cadenze quasi ipnotiche.

Se queste sono le premesse, attendiamo con immenso piacere le altre due opere della trilogia, ‘La Pia’ ispirata al Quinto Canto del Purgatorio e ‘Vieni a Veder le Stelle’, che, invece, fa riferimento al Quinto Canto del Paradiso.

Il prossimo imperdibile appuntamento con questa suggestiva messa in scena del ‘Paradiso Mancato’ è per oggi, 23 febbraio, ore 18:00, sempre in Sala Assoli.

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Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.