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Gioventù bruciata

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Gioventù


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Le fondamenta di ogni stato sono l’istruzione dei suoi giovani.
Diogene il Cinico

La cronaca italiana riporta notizie sempre più allarmanti sugli adolescenti: casi di omicidio, sovente di stampo razzista, violenze negli stadi, nella famiglia, nella scuola, aumento di attrazione dei giovanissimi verso la criminalità organizzata, uso sempre più diffuso di sostanze stupefacenti e di alcolici, fenomeni di microcriminalità dei minori nomadi ed extracomunitari sono solo alcune delle molteplici forme in cui si manifesta la devianza giovanile.

La criminalità minorile si esprime sotto diverse forme ed ha modalità ben differenti per tipologia, cronicità, precocità o gravità. Può variare da un piccolo furto in un contesto di episodio isolato, sino ad arrivare ad un vero e proprio reato violento inserito in una più ampia carriera criminale in ascesa.

Mediamente ci si riferisce a adolescenti che, saltuariamente, tendono ad infrangere la legge. Pochi, invece, fanno della delinquenza un comportamento reiterato nel tempo, che si evince mediante la commissione di atti gravi o comportamenti violentissimi.

Numerose ricerche hanno evidenziato come la segregazione, la povertà e la presenza di minoranze etniche siano predittive di delinquenza. Solo questi fattori, però, non bastano a spiegare il fenomeno.

Orbene, ci avviciniamo alle future elezioni politiche ed è giunto, a mio avviso, il momento di focalizzare con determinazione e coerenza verso le nuove urgenze sociali questa criticità. Va affrontata, approfondita e va fornita una cura.

Non ci sono dubbi che questo fenomeno nel tempo possa divenire un nuovo problema che acutizzerà la nostra tranquillità e creerà, se non combattuta, un allarme serio che comprometterà la quiete civile e sociale. Proprio la relazione sociale che esiste fra i cittadini e l’atmosfera del quartiere stesso è fondamentale.

Generalmente, il centro città è un luogo ove gli indici di giovani criminali sono più bassi rispetto la periferia. L’istituzione scolastica sembra essere il luogo migliore ove procedere con interventi preventivi, finalizzati all’educazione sociale in sfavore di comportamenti devianti.

Le istituzioni, inoltre, non dovrebbero trascurare quelle famiglie monogenitoriali in cui la madre è minorenne o che ha da poco superato la soglia della maggiore età.

Anche in questo senso, le ricerche parlano chiaro e interventi mirati di sostegno economico e di inserimento nel tessuto sociale, possono essere fondamentali nel ridurre la possibilità di allevare piccoli delinquenti.

Aspirazioni e frustrazioni, aspettative e ansie, irrequietezza e delusioni sono tutti stati d’animo connaturati alle fasi dello sviluppo. E accompagnano la crescita del minore, che attraverso questi passaggi assume la consapevolezza di sé e del suo ruolo nel mondo che lo circonda.

Allo stesso tempo, per una serie di ragioni diverse, questa forma naturale di disagio può sfociare in comportamenti antisociali, pericolosi per sé o per gli altri. Ne sono esempi gli atti di bullismo verso i coetanei, l’adozione di comportamenti a rischio, tra cui l’uso di sostanze, fino all’ingresso nel mondo della criminalità minorile.

Le cosiddette “devianze” non hanno ovviamente una sola causa. Si tratta di un fenomeno multifattoriale, che può avere molte radici. Una di queste è sicuramente un contesto di deprivazione sociale, che espone soprattutto ragazze e ragazzi che vivono in territori difficili e in famiglie segnate da forte disagio economico.

Ma non è l’unica causa: uno dei profili di “giovani a rischio” individuati dalla letteratura sul tema è infatti quello dei cosiddetti “ragazzi senza problemi”. Adolescenti provenienti da famiglie di ceto medio e medio – alto, del tutto alieni a situazioni di disagio economico.

Ma allora cos’è che accosta situazioni tanto diverse? La radice comune si ritrova spesso nella fragilità dei legami sociali e familiari. In questo senso, si capisce come il ruolo della comunità educante sul territorio costituisca un fattore cruciale nel contenere questi fenomeni che si alimentano proprio nella carenza di senso di comunità, di rispetto verso sé stessi e gli altri, di modelli educativi.

Sono presenti forme di devianza legate a condizioni di povertà economica e sociale prevalentemente al sud e se ne riaffacciano, inoltre, altre collegate a situazioni di svantaggio economico, relazionale e sociale, a cui si aggiunge quello derivato dalla marginalità degli spazi urbani: il ritorno dei cosiddetti “ragazzi di periferia”, come in particolare si evidenzia nell’hinterland e nei sobborghi di altri grandi aree urbane del nostro Paese.

Il disagio degli adolescenti riflette una società che mostra in generale forme di degenerazioni che potremmo definire antropologiche e che si esprimono in un inusitato aumento dell’aggressività comunicativa, in iperreattività come espressione di una conflittualità interiore strettamente connessa al cambiamento nel tempo dei ruoli familiari e sociali dei membri nel nucleo d’appartenenza.

Gli approcci tradizionali agli interventi di prevenzione e di cura si rivelano spesso inefficaci ad intercettare e ad intervenire sulla nuova realtà del disagio. Molto spesso gli interventi non sono in grado di riconoscere e far leva sugli aspetti positivi ed evolutivi delle nuove identità adolescenziali, ed il rischio è la “patologizzazione” della modificazione socioculturale in atto.

Per arginare quanto meno il fenomeno, bisogna sollecitare la definizione di una strategia integrata a livello nazionale, che combini prevenzione, misure giudiziarie e extra, oltre che inclusione sociale.

Sottolineando il ruolo della famiglia, della scuola e dei mezzi di comunicazione, chiedendo di agire sulle reali cause della delinquenza e della criminalità – disagio sociale, droga, mass media-siti internet/videogiochi che esasperano la violenza gratuita -, creando una rete istituzionale dove i bambini, in primis, siano difesi da ogni istigazione ad effettuare un atto delinquenziale.

Partendo dalla scuola, come primo organo deputato a sostenere i ragazzi fin dai loro primi anni di crescita, che forma la personalità del bambino e dell’adolescente. Non si porta avanti una politica solo sanzionatoria o repressiva, va coltivato il fattore umano cominciando dalle basi. Educando per crescere meglio nel segno della partecipazione e della responsabilità, dell’inclusività e della collaborazione.

Sono il nostro futuro, dimenticarlo è un atto criminale. Prima di bruciarli, dovremmo comprendere che è il nostro disinteresse, la nostra incuria, il nostro oblio il loro peggior nemico. Su di essi dovremmo costruire, mattone dopo mattone, una nuova sensibilità e un nuovo mondo.

Invece, sappiamo solo accettare passivamente, confrontarci senza portare avanti una proposta ed assumere le sembianze di filosofi repressi e astiosi per il fardello che abbiamo accumulato nel tempo.

Il mondo non ci sa aspettare e i giovani, gli adolescenti e i bambini di oggi sono il frutto che abbiamo seminato nelle passate generazioni. È la nostra colpa, il nostro peccato.

I giovani hanno più bisogno di esempi che di critiche.
J. A. René Joubert 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.