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Esiste la Verità?

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Verità


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Tempo fa un amico ha convocato tre brillanti interlocutori per discutere su cosa sia la verità: un filologo, uno storico e uno scienziato.

Ognuno di loro ha fornito una sua idea di “verità”, ponendosi il problema dell’autenticità di un documento, o del verificarsi o meno di un evento lontano nel tempo, o della ricostruzione di un testo “così com’era originariamente”, o chiedendosi se un certo gruppo di fenomeni obbedisca o meno a una data legge scientifica e se si possa parlare, invece, di “verità matematica”.

Il discorso si può ampliare alla verità giuridica, così come viene stabilita dall’impianto probatorio e dalla giuria durante i tre gradi di giudizio, o alla verità delle interpretazioni dei sogni e dei fenomeni che riguardano la psiche umana.

Naturalmente i tre non sono arrivati a nessuna definitiva conclusione, ma si sono messi d’accordo su alcuni punti fondamentali:

1) La verità delle proposizioni matematiche, se si assume con Russell che “la matematica è l’insieme delle proposizioni del tipo p implica q in cui p e q sono proposizioni che contengono una o più variabili e né p né q contengano costanti che non siano costanti logiche”, sta solo nel corretto uso delle regole di inferenza, cioè nel fatto che la proposizione q segua effettivamente dalla proposizione p attraverso una corretta applicazione delle regole di inferenza.

Tuttavia, questo tipo di “verità” non ha nulla a che vedere con la realtà del mondo esterno. Inoltre, dopo il teorema di Goedel, nessuna costruzione matematica che si basi su assiomi iniziali può essere completa: esisteranno sempre, al suo interno, proposizioni indecidibili, delle quali non si può dire se siano vere o false, che danno luogo ad antinomie. La matematica può produrre modelli applicabili alla realtà, è vero, ma tali modelli in sé non sono veri o falsi, solo coerenti. La loro applicabilità a insiemi di fenomeni reali assomiglia più all’impiego di un’analogia o a una metafora feconda e ha senso parlare di verità solo quando, nelle proposizioni, le entità del modello vengono sostituite da quelle reali.

2) In fisica e nelle altre scienze le singole proposizioni non sono mai definitivamente vere e devono essere suffragate dall’esperienza, soprattutto devono essere falsificabili, cioè deve essere concepibile una esperienza che, se si verificasse, le contraddirebbe. Ciò vale anche per i paradigmi, per quelle scoperte e visioni scientifiche che informano di sé un intero campo del sapere.

Così la fisica aristotelica e tolemaica è stata sostituita da quella copernicana e newtoniana, quella newtoniana da quella einsteniana, la penultima conservando la sua applicabilità per velocità molto inferiori a quella della luce. Quindi, nella scienza, un fenomeno o un paradigma non sono mai definitivamente “veri”, ma solo molto verosimili, finché sono in accordo con l’esperienza.

3) Per un filologo, uno storico, una giuria, stabilire l’autenticità di un documento o di un’opera d’arte, il verificarsi di un evento o di un delitto, la ricostruzione di un testo corrotto, richiede una prassi codificata che ha lo scopo di fissare le tecniche con cui i vari documenti “intermedi” che portano al documento o all’evento in giudizio devono essere esaminati, ma anche un accordo della comunità degli esperti e delle regole che stabiliscano quali sono le condizioni minime per ritenere che quei documenti siano probanti e validi, possono esserci codici antichi interpolati e falsificati dagli amanuensi, intercettazioni telefoniche manipolate, video ricostruiti ad arte, false testimonianze, quadri dipinti da abili falsari, prove insufficienti o fuorvianti, etc..

Per un critico d’arte, ad esempio, oltre alle documentazioni e testimonianze sull’esistenza di una certa opera nel tempo, anche i materiali e le tecniche utilizzate in quell’opera sono essi stessi documenti probatori. Anche in questo caso, quindi, la verità non è mai una certezza, ma si tratta sempre di verosimiglianza. La ricostruzione di un fatto, o di un documento risalente a secoli prima è resa tanto più difficile quanto più cambiano nel tempo, in modo retroattivo, i criteri con cui leggiamo la realtà.

Alcuni aspetti del mondo, ritenuti fondamentali in epoche precedenti la nostra, vengono liquidati come “rumore di fondo” e ignorati da qualsiasi ricercatore del vero, e viceversa. In queste condizioni la nostra ricostruzione sarà viziata dagli “occhiali” che indossiamo, molto diversi da quelli indossati da chi visse nell’epoca in cui si verificarono i fatti. Ma questo è inevitabile. Utilizzando indici di lettura nuovi e diversi per reinterpretare un fatto, lo inseriamo in un contesto che riproduce quel fatto indebolendone l’aura, come direbbe Walter Benjamin. Uno stato di cose reinterpretato centinaia di anni dopo, con nuovi indici di lettura, sta al fatto originario come una riproduzione della Gioconda sta al quadro originario.

4) Per ciò che riguarda l’interpretazione dei sogni e dei fenomeni psichici vale, più che in qualsiasi altro campo del sapere, un criterio relativistico. Non esiste mai una sola interpretazione “vera” di un sogno. Esistono varie interpretazioni possibili, tra le quali si sceglie di solito quella che “parla” di più al sognatore, gli fornisce indicazioni utili per la sua evoluzione, entra in risonanza con la sua anima. Tuttavia, in altre epoche della sua vita, l’interpretazione di quello stesso sogno potrebbe essere stata diversa.

È precisamente quello che accadeva a simboli e miti nelle iniziazioni ai Misteri del mondo antico. Lo stesso mito, lo stesso simbolo, potevano assumere significati molto diversi nei Grandi e nei Piccoli Misteri. Anche i fenomeni psichici e le motivazioni profonde che ci spingono ad agire sono soggetti a questa strana duttilità.

La coscienza, l’individuazione del Sé, procede secondo un cammino spiralico piuttosto che rettilineo, riportandoci più e più volte su una stessa tematica che, in differenti momenti della vita, ci appare sotto una luce sempre diversa. Si potrebbe, forse, sostenere che la verità dei sogni e dei fenomeni che riguardano la psiche e l’anima è legata al loro hic et nunc, al momento e al luogo in cui vengono esaminati, viene costellata di significato dalla psiche secondo una legge legata al caleidoscopio della nostra ricerca.

5) Verità dei “gesti”. Durante una leggendaria conversazione in treno tra Piero Sraffa e Ludwig Wittgenstein, al filosofo austriaco che gli spiegava le teorie su linguaggio e rappresentazione espresse nel suo Tractatus logico philosophicus, l’economista italiano oppose il gesto tipicamente levantino di unire le dita a grappolo ed agitare il polso avanti e indietro per comunicare: “ma cosa stai dicendo?” e sfidò Wittgenstein a far rientrare quel gesto nella sua costruzione teorica. Sembra che il filosofo ne fosse profondamente turbato e che fosse stato anche questo piccolo episodio a fargli rimettere in discussione l’intero impianto del Tractatus

6) Tutte le nozioni di “verità” fin qui esaminate privilegiano, senza ombra di dubbio, una sola delle quattro funzioni junghiane: la funzione Intelletto. Nessun filosofo si è mai avventurato nell’impresa difficilissima di forgiare una nozione di “verità”, da tutti utilizzabile, fondata sulla funzione Sentimento, o sulla Intuizione, o sulla Sensazione. Eppure, tutte le persone che hanno una di queste tre funzioni come preponderante, la utilizzeranno più o meno esplicitamente per arrivare alle loro “verità”.

Ad esempio, la funzione Sentimento è una funzione che emette giudizi di valore sul mondo che sono “veri” per definizione: non si limitano a “colorare” il mondo ma determinano una fortissima adesione ad un fatto o ad una tesi e orientando le scelte percettive. Il filosofo della scienza Paul Feyerabend in Contro il metodo ha cercato di dimostrare che Galileo ha “forzato” le sue osservazioni e non si è affidato solo alla razionalità scientifica per dimostrare la verità del sistema copernicano, di cui egli in realtà era già convinto a prescindere, per ragioni intuitive o sentimentali. Forgiare un criterio di verità adatto a ognuna delle tre funzioni junghiane “trascurate” dal mondo moderno sarebbe una sfida molto interessante.

In civiltà diverse dalla nostra, per esempio in culture che prevedono un percorso di tipo sciamanico, o religioso, o magico per arrivare alla verità, questa potrebbe essere concepita come una funzione che proviene dall’interno del ricercatore e non dalla bontà delle ipotesi che egli formula sulla realtà, dalla sua capacità di risvegliare i suoi corpi sottili e stabilire un contatto con l’essenza invisibile dell’Universo, stabilendo che “la verità” è la percezione dell’unità e del rispecchiamento tra Microcosmo umano e Macrocosmo.

Quindi, anziché iper sviluppare il proprio intelletto, il ricercatore di verità in una simile cultura dovrebbe, ad esempio, apprendere a controllare il proprio respiro, sottoporsi ad alcune discipline fisiche e psichiche, o a un apprendistato simile a quello raccontato da Carlos Castaneda nei suoi libri.

Ho accennato a “culture diverse dalla nostra”, ma l’idea di verità che ho appena esposto scorre in modo carsico nel pensiero occidentale: la ritroviamo sia nella mistica cristiana che in alcuni esponenti del movimento Rosacrociano, come Robert Fludd, Michael Maier o Heinrich Kunrath e in molti scritti alchemici.

Nel nostro mondo, dominato dalla Pubblicità e dalla manipolazione delle coscienze da parte dei Media o dei Social, ognuno dei criteri sopra esposti è completamente inutilizzabile ai fini di stabilire cosa sia “vero” e cosa “falso”. Il criterio di verità di una tesi sembra essere l’entità della massa critica di persone che vi aderiscono. Non c’è nulla di più terrificante dell’idea di una verità stabilita democraticamente a maggioranza perché, paradossalmente, quell’idea è l’anticamera dei regimi totalitari e delle dittature.

Lo sbarco sulla luna non è mai avvenuto? L’attentato delle torri gemelle è stato organizzato dagli stessi americani? La storia dell’umanità è pilotata dal Priorato di Sion o dagli Illuminati di Baviera? Paul McCartney è morto e dal 1966 il suo posto è stato preso da un sosia? Metà dell’umanità è in realtà costituita da rettiliani in incognito? Cristo non è mai stato crocefisso e il sang real, il Santo Graal, è la sua discendenza da Maria Maddalena, i cui ultimi rampolli sono ancora tra noi? Le crisi economiche che devastano l’occidente sono in realtà state programmate da intelligentissimi operatori della finanza internazionale, tra cui spicca l’ormai centenario Soros, e non sono il frutto della mancanza di visione e dell’improvvisazione dei politici? I programmi TV e alcuni film sono programmati a tavolino per instupidire l’umanità e ipnotizzarla e alcuni fotogrammi contengono istruzioni da eseguire in stato postipnotico? Con il vaccino anti Covid ci vengono inoculati anche dei chip che permetteranno di controllarci? Siamo vittime di un complotto scientifico: in realtà la terra è piatta e la NASA ce lo nasconde?

Il motivo per cui non siamo disposti a credere a nessuna di queste assurde affermazioni è che ci appaiono ridicole, oltre che destituite di ogni fondamento. Ma per ognuna di esse esiste una ristretta comunità dalla quale quella affermazione è considerata oro colato.

Del resto, cosa spinse il 18 novembre 1978 centosessantasette seguaci del Tempio del popolo del Reverendo James Jones ad un suicidio di massa in Guyana, ingerendo cianuro e aranciata? Jones li aveva convinti che nell’Al di là li attendeva un mondo idilliaco…

Nel mondo moderno, quindi, come in ogni altra epoca, la risposta alla domanda “esiste la verità?” è subordinata alla nostra capacità di resistere alla manipolazione e alla pressione del senso comune.

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Autore Alessandro Orlandi

Alessandro Orlandi (1953) matematico, museologo, curatore per 20 anni dell'ex museo kircheriano, musicista, saggista ed editore della Lepre edizioni, è autore di numerosi articoli e libri riguardanti la matematica, la museologia scientifica, la storia delle religioni, la tradizione ermetica, l’alchimia, le origini del Cristianesimo e i Misteri del mondo antico.