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Adiós Gabo

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di Valeria Serino

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17 aprile 2014. Morto a Città del Messico all’età di 87 anni lo scrittore colombiano Gabriel Garçia Marquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982 e maggiore esponente della corrente letteraria del realismo magico. Con tale termine si intende una struttura di romanzo in cui elementi magici si fondono col presente in maniera da invertire l’ordine spazio temporale, ovvero la causa e l’effetto con l’intento di isolare il lettore con una serie di dettagli sensoriali affinché tutto assuma l’aspetto di una metafora reale presente in ogni epoca ed in ogni mondo.
Ricoverato qualche giorno prima in un ospedale della capitale messicana per l’aggravarsi di una polmonite acuta, “Gabo” come lo chiamavano non solo gli amici, ha lasciato una profonda ferita nel cuore di tutti nonostante il suo precario stato di salute degli ultimi tempi lasciasse presagire una simile notizia.
Prima ancora che scrittore, Gabo è stato un grande giornalista, un attento cronista delle vicende storiche che hanno segnato l’inizio e la fine di nuove epoche per molti paesi; dalle rivoluzioni di Cuba e del Portogallo alla tragedia cilena, a Ernesto “Che” Guevara, ai cubani in Angola, ai montoneros, ai dittatori centroamericani, alla Spagna postfranchista di Felipe Gonzales. Uomo impegnato politicamente, Márquez è stato sempre rispettato e stimato anche da chi non ha condiviso le sue posizioni. Amico intimo e dichiarato del dittatore Fidel Castro (sia pure «sul piano personale e letterario»), simpatizzante del regime di Chavez in Venezuela, ma anche avversario dichiarato dei mercanti di droga e morte della sua Colombia. E amico-nemico di un altro grandissimo scrittore sudamericano, Nobel come lui ma di opinioni politiche opposte: il peruviano Mario Vargas Llosa, liberale e anche rivale in amore, capace di sfidarlo a pugni in una rissa, salvo poi lodarlo come un gigante della letteratura.
E in effetti, non si può non considerare Marquez con il suo realismo magico, insieme con l’altro gigante della letteratura sudamericana Borges come il capostipite di una serie di scrittori sudamericani di successo: da Isabel Allende a Skarmeta a Sepulveda a Manuel Scorza per citarne alcuni, hanno tutti un debito di gratitudine nei confronti di Gabo per avere contribuito al boom letterario del XX secolo vissuto dall’intera America latina.
Nato e cresciuto a Aracataca, in una casa grande, triste, con molte donne, Márquez, era un giovane irrequieto che bramava un riscatto intellettuale. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza senza però portare a termine gli studi. Abbandonò quindi la Colombia e si trasferì a Roma, dove lavorò come corrispondente di un giornale di Bogotà. Nella Città Eterna seguì i corsi di regia al Centro sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana. Si trasferì poi a Parigi mentre El Espectador, il quotidiano per cui lavorava veniva chiuso per ordine del governo militare. Tornò in Colombia e lì sposò la donna della sua vita, Mercedes, “il personaggio più sorprendente che abbia mai conosciuto”, come lui stesso dichiarò. Pochi anni dopo, partì di nuovo per recarsi in Spagna. Nel 1960-61 approdò all’agenzia cubana Prensa latina, per abbandonare il giornalismo due anni dopo e dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
Il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine, tradotto in 37 lingue e che ha venduto più di 60 milioni di copie, è stato scritto quasi interamente a Parigi, in un piccolo albergo sul boulevard St. Michel. Emblema delle capacità metaforiche lussureggianti di Gabo, il romanzo rispecchia le abitudini e i costumi di un mondo nuovo e ammaliante per gli occidentali, una realtà “esotica”, assolutamente da scoprire. Il lettore diventa anch’egli un visionario, viene immerso in abitudini simili a riti primordiali, magie e prodigi, conosce personaggi eroici che si esaltano per le profezie di uno stregone randagio, zingari abili in scritture esoteriche, vagabondi in figura di angeli o di demoni. Protagonisti del romanzo i componenti della famiglia Buendìa le cui “gesta” si svolgono nell’immaginario villaggio di Macondo, assurto a simbolo di un posto isolato agitato da rivolte, tentazioni autoritarie e feroci repressioni, il tutto in un’atmosfera ricca di dettagli sensoriali.

 A dargli l’ultimo saluto personaggi di spicco. L’ex presidente colombiano Uribe ha dichiarato: “Milioni di abitanti del pianeta si sono innamorati della nostra patria affascinati dai suoi libri”; Il presidente Obama: “Ha ispirato tanti a prendere in mano la penna”.  La cantante Shakira “La tua vita la ricorderemo come un regalo unico e irripetibile. La sua mancanza si sentirà”. Estro creativo e genio della narrazione senza eguali. Adiòs Gabo.. con la tua morte il mondo piangerà cento e mille anni di solitudine…

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