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‘Ranavuottoli’ o l’antifiaba, Cenerentola vista dalle sorellastre

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'Ranavuottoli'


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In scena al Piccolo Bellini l’amara favola per adulti di Roberto Russo e Biagio Musella

Un’antifiaba ironica, intelligente, a tratti toccante quella di ‘Ranavuottoli’ di Roberto Russo e Biagio Musella, regia di Lello Serao, in scena al Teatro Piccolo Bellini di Napoli fino al 19 maggio che vede protagonisti la meravigliosa Nunzia Schiano e il portentoso Biagio Musella.

Un’amara favola per adulti, che fa il verso a tante fiabe della nostra infanzia, dissacrandole, togliendone l’alone di magia, per far impallidire la narrazione fantastica di fronte all’irruzione del vero, della disillusione dell’età matura. Una rivisitazione originale di ‘Cenerentola’, in parte omaggio alla moderna ‘Gatta Cenerentola’ di Basile, in cui la Schiano, Genoveffa, e Musella, Anastasia, alla ricerca del proprio posto nel mondo, si denudano della loro corazza di perfidia mostrando le fragilità umane simbolicamente rappresentate dalla bruttezza.

Bruttezza morale e spirituale, che porta alla decadenza dell’anima, prima ancora che fisica. O forse, più semplicemente, segno evidente sul corpo delle batoste che si ricevono, giorno dopo giorno, nonostante si provi a barcamenarsi alla men peggio e si continui perennemente a sognare. O ancora, più semplicemente, una provocazione al mondo intero, un modo per protestare contro la stereotipata immagine del vincente a tutti i costi. Forse tutto questo, o forse niente di questo… o forse, forse una risposta definitiva non c’è e, in fondo, perché mai dovrebbe esserci…

Ed ecco che le situazioni inscenate, volutamente eccessive, esasperate, rese grottesche fino all’inverosimile, nascondono un grido soffocato di solitudine, di richiesta di considerazione, ma anche tanta dolcezza e tenerezza. Come a dire che a volte, cacciamo il peggio di noi solo per contingenze esterne e che se avessimo chi ci presta attenzione riusciremmo a splendere di luce nostra, invece che essere satelliti di una sorellastra a cui la vita ha donato tutto ciò di cui siamo privi: bellezza, ma soprattutto Amore.

Esilaranti gag in napoletano si alternano a fulminati battute in italiano, acute riflessioni che sfociano in momenti di poesia si mescolano a più basse analisi che fanno parte del quotidiano in un equilibrio piacevolmente compiuto.

L’interno della casa, curato fin nei minimi dettagli da Tonino Di Ronza, al contrario delle scenografie minimaliste cui tanto si punta oggi, è provvisto di porticine ed elementi mobili, magistralmente utilizzati, appunto, come supporto alla drammaturgia. Lo stesso palco, tranne un breve istante che fa presagire il peggio, sarà sempre coperto da un velo opaco che serve anche da impalpabile schermo per le proiezioni.

Genoveffa esordisce mostrando immediatamente il bisogno di compiacere e compiacersi nel confronto con Lo Specchio, personaggio in video interpretato da Giovanni Esposito, che con una simpatica incursione dalla fiaba di ‘Biancaneve’, disorienta giusto il tempo di far capire allo spettatore che la vicenda che si sta per raccontare non è di quelle classiche con finale scontato. Tutt’altro. Lo Specchio, troppo derisorio e pungolante per le orecchie di Genoveffa, dopo un vincente e serrato match verbale, per essere zittito definitivamente, sarà rotto dalla nostra antieroina, non prima, però di annunciarle i famosi 7 anni di disgrazia, che lei prontamente attribuirà all’acquirente originale.

Questo, però, non sarà il solo prestito fiabesco: durante il corso della pièce Anastasia si presenterà con oggetti che rimandano ad altre storie per bambini, debitamente adattati alla situazione specifica: gli stivali del gatto, da appendere al muro, la mela smozzicata di Biancaneve, il pisello della Principessa. Perché c’è sempre il risvolto della medaglia, perché la perfezione non esiste, perché la vita, nonostante tutte le rogne, i disagi e le negatività, riserva sempre lati comici, basta solo cambiare prospettiva finché non si trova l’ottica giusta.

Aspirazioni e desideri comuni quelli di Genoveffa come diventare un’eccellente master chef preparando quel che si crede un piatto sopraffino, seguendo, in verità senza molta pazienza ed attenzione, i consigli di pseudo esperti che, a ben guardare, ci stanno facendo passare una semplice zuppa di cavolfiore come il più succulento dei manicaretti, salvo poi rovinare il piatto facendo di testa propria perché manca l’ingrediente segreto, quella lingua biforcuta, in realtà onnipresente sulla scena.

Sogni più romantici quelli di Anastasia, come trovare la propria anima gemella e sabotare sistematicamente il bagno di casa, togliendo un tubo, pur di chiamare, di volta in volta, un idraulico diverso, l’ottimo Enzo Esposito, da sedurre sistematicamente, sperando sbocci un sentimento vero. La sua continua richiesta d’amore, a ben guardare, dipende dal fatto che ha sempre elemosinato attenzioni dal padre, che a loro due, invece, ha preferito Cenerentola.

Da quel grigiume a sprazzi colorato, però si può uscire. O meglio, si deve provare a farlo, indipendentemente dal risultato: mai darsi per vinti, piuttosto, continuare a raccogliere le sfide, chissà che non sia la volta buona che il sogno si avveri.

E Cenerentola in tutto questo dov’è? Relegata in un cantuccio, non apparirà mai sul palco, ne sentiremo solo a tratti la voce, quella di Claudia Puglia, la risata, il pianto.

Ed ecco l’annuncio del Ciambellano, intervento video di Niko Mucci, che informa che tutte le ragazze in età da marito sono attese al castello dal Principe Azzurro, che in modo assolutamente democratico, non baderà a bellezza, stile o rango sociale per scegliere la sua futura sposa al ballo organizzato per l’occasione.

Anastasia, in fibrillazione, intravista la possibilità di una vita a due, rispolvera gli abiti più eleganti e, seppur per un brevissimo istante, contagia con il suo entusiasmo persino la sorella facendole indossare un sontuoso vestito. Genoveffa, poi, sceglierà di non mettersi in gioco e restare a casa e solo quando proverà a sostituirsi a lei, nel buio più totale, illuminati solo i costumi da un bellissimo gioco di luci, ballerà con l’idraulico per prendere, infine, coscienza che ognuno deve vivere il suo sogno e non quello degli altri.

Sarà sempre Anastasia, inviperita ed invidiosa, a raccontarci che la sorellastra, aiutata da roditori di fogna, ha rimediato un incantevole vestito e una zucca – carrozza con cui recarsi alla reggia, catturando totalmente l’attenzione del principe che danzerà solo con lei finché non scapperà via, allo scoccare della mezzanotte, perché l’incantesimo sta per svanire.

Il feticista Principe Azzurro, Sergio Assisi, anche lui in video proiezione, non avendo guardato il volto della sua compagna di ballo per concentrarsi, invece, sui suoi piedi, si recherà, di casa in casa, alla ricerca della proprietaria della scarpetta perduta, che si rivelerà, appunto, Cenerentola. Vedremo la principessa solo per un breve istante in video, quando, dopo un solo mese di matrimonio con il Principe Azzurro, lascerà definitivamente ma con fierezza il palazzo reale per evidenziare che tutto può finire, anche l’amore, perché questa è la vita vera, in cui non sempre il lieto fine è assicurato.

L’opera si conclude in modo spassosissimo, con le due sorelle che, dopo una serie di riflessioni dal retrogusto amaro in cui finalmente disvelano la loro condizione, realizzano che, diversamente dalle fiabe, in cui la principessa bacia il ranocchio e lo trasforma in principe, può capitare che, invece, la persona baciata si trasformi in ranocchio, da cui però, trarre un buon brodo, ribadendo, per l’ennesima volta, e come messaggio finale, che la realtà illumina le brutture della vita, ma che dalle stesse si può trovare comunque qualcosa di positivo.

Impeccabile la regia che gestisce a dovere non solo gli attori, ma le stesse videoproiezioni o altri elementi in scena come il letto, in realtà inesistente, che, in posizione verticale, con una sapiente alternanza di luci diventa assolutamente credibile.

Splendidi i costumi, di Anna Zuccarini, che rimarcano, in modo appropriato, i differenti stati d’animo delle sorelle, così come la tuta dell’idraulico, che ricorda tanto il personaggio immaginario dei videogiochi Mario Bross.

Performance come sempre straordinaria, impeccabile e disarmante per bravura quella di Nunzia Schiano, così come assolutamente perfetta, inappuntabile e travolgente appare quella di Biagio Musella, anche quando, sceso in platea, coinvolge il pubblico nella rappresentazione.

Significativa la sottolineatura delle musiche che va da brani famosi, interpretati da Mina, a bellissime composizioni originali di Niko Mucci e Luca Toller che contribuiscono definitivamente a creare l’atmosfera disincantata e quasi surreale della pièce.

Prossimi appuntamenti con ‘Ranavuottoli’ stasera, 18 maggio, ore 21:15, e domani, 19 maggio, ore 18:30, al Teatro Piccolo Bellini di Napoli.

Musiche Niko Mucci e Luca Toller
Scenografie Tonino Di Ronza
Costumi di Anna Zuccarini
Grafica e videoproiezioni di Salvatore Fiore
Aiuto regia di Pino L’Abbate
Regia di Lello Serao
Trucco e parrucco Rossana Giugliano
Riprese video e post-produzione Luca Cestari e Salvatore Martusciello
Effetti visivi e proiezioni: Rebel Alliance
VFX Producer: Fabrizio Dublino
Progetto Grafico: Salvatore Fiore

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