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Come pietra paziente, un film delicato nato da una leggenda araba

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Un mito viene tramandato da generazioni nei paesi arabi: si racconta che esista una pietra così paziente da ascoltare tutto ciò che le donne devono tacere, le loro confessioni e i segreti o semplici pensieri che le società patriarcali retrograde e oscurantiste non permettono di esprimere.

Ogni donna, una volta trovata la sua pietra paziente, può affidarle le proprie rivelazioni fino a quando questa non sarà talmente carica di dolore da esplodere, così da liberare colei che si è confidata rendendola alla stregua di un Profeta.

Partendo da questa leggenda Atiq Rahimi ha scritto un romanzo, ‘Pietra di pazienza’, per poi decidere di girarne la trasposizione cinematografica con il titolo ‘Come pietra paziente’.

La storia raccontata è quella di una giovane moglie che, ai piedi delle montagne attorno a Kabul, accudisce il marito, eroe di guerra, finito in coma per una pallottola sparatagli alla nuca da un compagno d’armi con cui aveva litigato.

Madre di due bambini, la giovane donna si preoccupa solo di tenerli al sicuro dalla guerra fratricida che imperversa per l’Afghanistan e di tenere in vita il marito attraverso delle flebo che, quando non riesce a comprare per mancanza di soldi, prova a realizzare con acqua, zucchero e sale.

I bombardamenti si fanno sempre più minacciosi e non è sicuro rimanere in quella casa, allora la giovane donna decide di portare i figli dall’unica parente che le è rimasta, una zia che, dopo vicissitudini di una vita di costrizioni, violenza e fughe ha messo su un bordello per mantenersi da sola.

Anche la madre potrebbe rimanere con i bambini nel rifugio sicuro offertole dalla zia, ma decide di tornare ogni giorno nella propria casa per accudire il marito: e questo la porta ad affrontare l’arrivo dei guerriglieri. Costretta all’amore da un giovane soldato a cui era stato fatto credere di essere al cospetto di una prostituta che lo potesse iniziare alle gioie del sesso, la donna, paradossalmente, prende coscienza del suo corpo e libera la parola per confidare al marito dormiente ricordi e segreti inconfessabili.

Con il passare del tempo, tutti i pensieri della donna diventano voce e tra preghiere, racconti, grida e canti pare riuscire a ritrovare sé stessa, o meglio, ad esprimere quello che di sé aveva sempre represso.

Nel marito privo di reazioni, parola, conoscenza la donna ha trovato, inconsapevolmente, la pietra paziente a cui affidare segreti, disgrazie, sofferenze…. e che potrà liberarla solo dopo esser andata in frantumi.

Lo scrittore e regista afgano Atiq Rahimi con l’aiuto di Jean-Claude Carriere ha scritto una sceneggiatura esemplare per un film tanto semplice quanto emblematico. Straordinario e toccante il racconto scarno scenograficamente in cui è il pensiero della protagonista a dettare i tempi di un’opera che non è altro che la storia di una donna che si rivela attraverso la parola.

L’intenzione, ambiziosa e riuscita, del regista era proprio di filmare la parola in una sorta di dialogo in cui ai racconti della donna rispondevano i silenzi del marito.

La necessità di mostrare l’evoluzione di un essere oppresso a livello sessuale, religioso, politico, culturale e sociale è dimostrata dai continui piani sequenza e da una macchina da presa che segue passo passo la protagonista e filmare i gesti simbolici che riguardano una donna che, nell’immobilizzazione del marito, riconosce, ad un certo punto, la possibile paralisi del regime dittatoriale ed oscurantista del suo paese, significa mostrare l’avvento di un’emancipazione che si avverte gradualmente durante la storia.

La bellissima protagonista è l’attrice iraniana Golshifteh Farahani che, nonostante fosse venerata come una star in patria, ha scelto di lasciare il proprio paese per conquistare una libertà che prima di tutto come donna, poi come attrice, non pensa avrebbe mai avuto nell’Iran attuale.

Non poteva esserci scelta più azzeccata per il ruolo di una donna afghana che scopre il peso del burka che è costretta a calarsi sul volto ogni volta che esce di casa e l’importanza della parola come simbolo di libertà e di liberazione dalla sofferenza.

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Paco De Renzis

Autore Paco De Renzis

Nato tra le braccia di Partenope e cresciuto alle falde del Vesuvio, inguaribile cinefilo dalla tenera età… per "colpa" delle visioni premature de 'Il Padrino' e della 'Trilogia del Dollaro' di Sergio Leone. Indole e animo partenopeo lo rendono fiero conterraneo di Totò e Troisi come di Francesco Rosi e Paolo Sorrentino. L’unico film che ancora detiene il record per averlo fatto addormentare al cinema è 'Il Signore degli Anelli', ma Tolkien comparendogli in sogno lo ha già perdonato dicendogli che per sua fortuna lui è morto molto tempo prima di vederlo. Da quando scrive della Settima Arte ha come missione la diffusione dei film del passato e "spingere" la gente ad andare al Cinema stimolandone la curiosità attraverso i suoi articoli… ma visto i dati sconfortanti degli incassi negli ultimi anni pare il suo impegno stia avendo esattamente l’effetto contrario. Incurante della povertà dei botteghini, vagamente preoccupato per le sue tasche vuote, imperterrito continua la missione da giornalista pubblicista.