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Lo stile italiano, ipocrisia e vanagloria

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Striscione Vesuvio wash it


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In strada per una partita di calcio, a casa per i propri diritti

Trombe, trombette e tromboni ormai tacciono dopo la finale del campionato europeo di calcio di domenica 11 luglio.

Le polemiche sono in parte sopite, almeno il clamore che da queste è derivato.

A bocce ferme, o parzialmente, ci vengono alcune riflessioni, in particolare ci ricordiamo di un’affermazione di Churchill.

Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.
Winston Churchill

Non importa se le partite siano vinte o perse. Per gli italiani sono molto più importanti delle guerre.

Ma se in campo calcistico ogni tanto si può registrare qualche ‘italica soddisfazione’, le guerre si perdono sempre. Tutte, quelle combattute in trincea, in campo politico o economico.

Potremmo citare i tassi di disoccupazione, quelli di competitività sui mercati internazionali, quelli di lettura, di libertà della stampa, di analfabetismo funzionale.

Rischieremmo di dipingere un ritratto desolante.

Ciò che ci interessa, piuttosto, è il dato sociale e, di conseguenza, culturale.

Sempre più palesemente, i social sono lo specchio di questi aspetti.

Tralasciando la qualità dell’italiano, in caduta libera, emergono provincialismo e ipocrisia.

La prima polemica nasce sull’opportunità o meno di inginocchiarsi.

Tutti hanno detto la loro, senza sapere, spesso, come, dove e quando nasce questa forma di protesta.

Posto che, e lo ribadiamo per l’ennesima volta, siamo contro ogni forma di discriminazione, che possa avere come oggetto il colore della pelle, religioni o spiritualità, abitudini sessuali, provenienza geografica, appartenenza politica, scelta di vaccinarsi o meno, marca di birra o ricetta della carbonara, ribadiamo la nostra avversione anche per le strumentalizzazioni.

Possiamo girarci attorno, ma l’Italia è un paese dove dilagano i rigurgiti razzisti.

Se per gli striscioni da stadio la cosa può essere etichettata come becero campanilismo, lo stesso non si può dire quando certe affermazioni arrivano da politici, giornalisti o presunti tali.

Zaia può definire i meridionali fannulloni e cialtroni che mangiano tutto quello che produce il nord.

Feltri può dire che i meridionali sono in molti casi inferiori.

Così come insultare i napoletani su un social con post tipo ‘scappano anche i cani’, rispetta gli standard della community.

Ma oggetto di discriminazioni sono anche i sardi.

Però nessuno si inginocchia per un cagliaritano o un barese.

Le polemiche più forti si scatenano, però, in occasione della finale.

Già giorni prima.

Gli inglesi sono extracomunitari, quindi l’Italia ha già vinto, ancor prima di giocare.

Non importa che non si tratti dei campionati UE, ma europei, che il concetto geografico di Europa sia un po’ più ampio di quello comunitario.

Magari gli stessi ‘intellettuali’ poi si scagliano contro l’Europa.

Ulteriore risentimento deriva, poi, da qualche fischio all’inno nel pre-partita.

Che vergogna!

Già, va bene solo quando sono gli integerrimi italiani a fischiare l’inno altrui, come nel caso di quello argentino nel mondiale del 1990.

Potremmo malignare che se un certo Diego Armando Maradona avesse giocato in una squadra del nord magari ci sarebbe stato qualche fischio in meno. Ma non ci rassegniamo ad essere cattivi, parafrasando un cantautore che citiamo spesso.

Poi, alla ricerca del pelo nell’uovo, le medaglie tolte subito dopo la premiazione.

Che però non fanno altrettanto scalpore se lo fa Ronaldo.

O Conte.

Antonio Conte

O la Roma dopo una finale di Coppa Italia persa con la Lazio.

O ancora, il Milan che nel 1991 abbandona i quarti di Champions League con il Marsiglia dopo un guasto all’illuminazione, la Juventus che nel 1998 diserta la premiazione della supercoppa italiana, il Napoli che nel 2012 abbandona la premiazione della stessa competizione.

Ciliegina sulla torta qualche tafferuglio ripreso dopo la partita.

Che barbari questi inglesi!

In Italia gli scontri sono fatti meglio, nelle migliori tradizioni della guerriglia urbana.

Ma del resto sono cose che capitano anche all’estero.

In Germania

o in Francia

L’esasperazione dei campanilismi, però, sembra essere una matrice della società occidentale, ormai avviata al declino in una crisi bloccata di cui non si vede soluzione.

Anche se, in controtendenza, l’Italia in questo caso fa da precursore, anticipa ed amplifica quello che è allo stato embrionale altrove.

Campioni, sì, ma di ipocrisia.

Stile sì, ma caduta dello stesso.

Ma che senso ha un atteggiamento del genere in un contesto in cui si tende all’omologazione, all’annullamento delle differenze e delle identità?

Le ipotesi possono essere diverse.

Da un lato la storia ci insegna che talvolta le discriminazioni hanno un’origine economica. Poi la contrapposizione può essere nei confronti di una classe, di una colonia interna, di uno stato estero.

Le stesse teorie di superiorità di una razza possono avere la funzione di giustificazione ideologica per la tratta degli schiavi, per impedire a zone del paese di intraprendere o per una persecuzione più generica.

Possiamo anche ipotizzare il tentativo residuo di colmare dei vuoti di coesione sociale.

Gli italiani, forse, non sono mai stati fatti. Forse nemmeno l’Italia. L’unica parvenza di unità diventano le partite di calcio, quando però gioca la nazionale.

Perché, poi, quando ricomincia il campionato, le divisioni emergono tutte, in modo sempre più stridente, diffuso, dilagante.

Ulteriore paradosso di spinte solo apparentemente contrastanti.

Da un lato l’appiattimento culturale, dall’altro l’affermazione di meccanismi di alterità, di dinamiche di in-group – out-group.

Ma è proprio la crisi di identità a mettere in moto tentativi estremi di compensazione, magari su settori marginali, come quello della competizione sportiva, che possono servire da valvola di sfogo o da mascheramento di conflitti economici.

Le distinzioni, ormai, in una progressiva cancellazione delle radici, si giocano solo sul vile denaro.

Motivo per il quale molti movimenti indipendentisti sono destinati a fallire.

Cancellata la storia, le tradizioni, le lingue, l’unica possibile coscienza potrebbe essere sulla incompatibilità di interessi, ma la stessa è occultata, mimetizzata.

E chi il gioco lo scopre, è isolato, viene trattato da pazzo, vittima del politically correct e delle aberrazioni del pensiero unico che vuole accomunare vittime e carnefici, perché le prime dimentichino di esserlo e i secondi salvino le apparenze.

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Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.