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Basta violenza sulle donne

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Oggi, martedì 25 novembre, è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Fu istituita nel 1999 dalle Nazioni Unite ed ogni anno si cerca di ricordare le vittime della cieca e folle violenza maschile, cercando di fare  anche un” bilancio” rispetto alla diffusione del  femminicidio, parola brutta ed inusuale, che è oramai diventata un vero e proprio fenomeno forse più mediatico che sociale.

Secondo uno studio della World Health Organization risalente al 2013, la violenza fisica e sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo e quella domestica, inflitta dal patner, fidanzato o compagno, è la forma più comune. Il Paese dove le donne sono più a rischio è il sud-est asiatico, dove quasi il 60% degli omicidi femminili avviene per mano dei mariti. A seguire troviamo i Paesi  ad elevato reddito, tra cui si colloca l’Italia ed infine l’Africa con il 40%.

L’analisi prettamente numerica e quantitativa rischia di ridurre il fenomeno e le persone coinvolte ad una grande massa informe e priva d’identità, un gigantesco automa. Per quanto i numeri possono e devono spaventare, bisogna concentrarsi sull’aspetto umano, etico e sociale di quello che potremmo definire, in modo forse un po’ azzardato, “una delle piaghe del XXI secolo”.

Con l’espressione “distinzione di genere” si indica l’appartenenza ad un genere sessuale, non sulla base di differenze di natura biologica o fisica, ma su componenti sociali, culturali e comportamentali. Questa definizione neutra, spesso nelle interazioni umane si configura come un’identificazione da parte dei singoli in stereotipi prestabiliti. Lo stereotipo stabilisce ruoli, comportamenti, diritti e doveri di un singolo rispetto alla comunità; determinate forme di pensiero vengono tramandate di generazione in generazione attraverso la semplice oralità, di cui si fanno garanti i membri della comunità. Questo, ovvero lo stereotipo di identità sessuale è un elemento fondante dei paesi arabi, dove il problema sul rapporto “donna- violenza”  è più che mai presente.

Le primavere arabe, che hanno infiammato le piazze e si sono scagliate contro i regimi politici che occupavano il potere, in realtà non hanno apportato migliorie alla situazione delle donne. Prendiamo ad esempio l’Egitto ed il suo simbolo piazza Tahir; ciò che viene raccontato dai giornalisti e reporter è raccapricciante: le donne che prendono parte alle manifestazioni vengono allontanate dai propri compagni, circondate da una massa di uomini che sono veri e propri gruppi di molestatori, i quali iniziano a molestarle, toccarle e strappare loro i vestiti. Parliamo di veri e propri gruppi organizzati che comparvero per la prima volta sotto il regime di Mubarak , appoggiati e creati dal governo ed erano chiamati baltagiyya.

Le donne che decidono di scendere in piazza sono oggetto di mirati e coordinati attacchi sessuali che hanno lo scopo di rimetterle al “loro posto” cioè la casa, così da non scavalcare i luoghi e le competenze degli uomini. Questo ci fa capire come la tradizione patriarcale non possa esser sradicata e come la violenza sessuale non venga concepita come un crimine, anzi molto spesso è la stessa polizia a commetterla: è solo un modo per rimettere “ogni persona al proprio posto”. Di questa mentalità sono però vittime non solo le donne, ma anche gli stessi uomini. Esplicativo è il caso Bou’ Aziz, venditore ambulante tunisino che si è tolto la vita perché una donna gli avrebbe tirato uno schiaffo. Questo è l’emblema del modello patriarcale dove l’elemento fondante è la figura dell’uomo, simbolo di forza, che in quanto tale deve esser rispettato. Ed è proprio di questo stereotipo, assalito dalla vergogna per esser stato umiliato da una donna, che è stato vittima Bou’ Aziz.

In Occidente la situazione si dovrebbe analizzare sotto punti di vista differenti, ma tenendo sempre come punto di riferimento non solo il concetto di uomo come primus, ma anche il sentimento di possesso, di proprietà privata che caratterizza l’uomo moderno. Sembra quasi che l’uomo più evoluto che ha creato il mondo a sua immagine, adattandolo alle sue esigenze e che usa le più avanzate tecnologie per conoscere nuovi mondi, si unisca ad un ritorno verso “la bestia”, in cui la forza bruta gli dà il dovere di dominare su esseri umani considerati “inferiori”.

Monica De Lucia

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Monica De Lucia

Autore Monica De Lucia

Monica De Lucia, giornalista pubblicista, laureata in Scienze filosofiche presso l'Università "Federico II" di Napoli.