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Affascinante messa in scena di ‘Allora sono cretina’

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Splendida trasposizione teatrale dell’opera di Barbara Napolitano

Napoli, 4 febbraio, ore 20:30, Teatro Galleria Toledo, abbiamo avuto il piacere di assistere alla pièce ‘Allora sono cretina tratta dall’omonimo successo letterario del 2013 di Barbara Napolitano.
Il progetto, presentato da ‘Archinauta’ e ‘Le pecore nere srl’, ha come protagonisti gli eccelsi Lorena Leone, che impersona Bianca, Sergio Di Paola, Franco, Bruno Tramice, Stefano, Irene Grasso, Pandora, Rosario Campese, Lallo e Antonella Morea, Milly. Ineccepibile regia di Peppe Miale. Lo spettacolo sarà in scena fino a domenica 7.

Opera riuscitissima, equilibrata, divertente, profonda, empatica, umana.
Il tutto viene affrontato con quella dolce leggerezza che aiuta ad andare avanti nella vita, a non rimanere per forza ingabbiati nello status delle convenzioni sociali.

Coinvolgente e denso di significati l’intreccio, intense le rappresentazioni dei personaggi.
Deliziosa la scelta anticonformistica del titolo che parla di una donna ‘comune’ desiderosa di cambiamenti.
S’instaura, fin da subito, quel filo sottile di comunicazione e di emozioni che dal palco alla platea appassiona e coinvolge totalmente.

Si ride e tanto, ma si è portati anche a riflettere e, a tratti, a commuoversi, come è successo a noi, e durante tutta la rappresentazione viene continuamente alla mente il celeberrimo testo di Bergson ‘Il riso. Saggio sul significato del comico’ nel definire il complesso rapporto tra comicità e dramma.

Il processo di immedesimazione nei tratti caratteriali è naturale ed immediato.
Il non detto permea in modo pregnante. I sotto-testi risultano altamente significativi.
La mimica facciale lascia perfettamente trasparire gli stati d’animo che, inevitabilmente, rapiscono lo spettatore.

Il registro linguistico utilizzato è adeguato e rispondente al quotidiano. I monologhi, profondi e rivelatori di quell’essenza interiore per troppo tempo negata. E ciò che superficialmente è considerata eccentricità, risulta invece avere una connotazione specifica e funzionale.

In questo contesto, la scelta delle luci appare in totale sintonia con l’evolversi della trama, diventandone parte essenziale. Allo stesso modo la musica, come quando il suono della batteria elettrica interviene a scandire in modo simbiotico la corsa di Bianca.

Gli attori riescono a rendere perfettamente quel microcosmo di sentimenti e caratteri sapientemente rappresentati anche dalla scelta dei costumi dall’alto valore simbolico.

Bianca, la protagonista dall’animo creativo, è vestita di quel bianco, combinazione di tutti i colori dello spettro elettromagnetico, che segna il confine e l’inizio della fase vitale e crea, attorno a sé, un arcobaleno di colori di cui è avvolto il cast.

Franco, il cognato, iridato, con predominanza di blu, verde, giallo e grigio, a sottolineare le varie fasi del suo percorso di conoscenza, il coacervo di sensazioni e la complessità del reale che lo porta finalmente alla coscienza di sé e al risveglio interiore.

Milly, la suocera, di giallo, simbolo di luce solare, dell’oro filosofico, ma anche di conoscenza e di energia, sia dell’intelletto che nervosa, che si spiegherà in modo sublime nel suo vibrante monologo finale.

Pandora, l’amica e collega, di rosso, energia vitale sia mentale che fisica. Nonostante gli iniziali discorsi frivoli e superficiali rivelerà una profondità insospettabile. Il suo nome profetico lascia intuire, da subito, che sarà determinante per la protagonista, ‘donandole’ gli elementi per ‘aprire gli occhi’ e capire che vita vuole condurre, senza trincerarsi dietro inutili scuse di figli che soffrirebbero, perché se si ama davvero si continua a dare e ricevere amore.

Lallo, l’amico e capo, di blu, colore che incarna dolcezza, gentilezza, sensibilità, ma soprattutto armonia nella sfera emotiva. Personaggio positivo e piacevole, farà inconsapevolmente da Cupido tra la sua ‘vecchia’ tata e la ‘nuova’ tata, per lui ancora punti di riferimento obbligato. E farà di Milly la sua ‘opera d’arte’ in una mostra nella galleria.

Stefano, il marito, di blu e grigio. Quest’ultimo denota intelligenza, riflessione, riserbo di chi difficilmente si lascia coinvolgere dalle situazioni, così come accadrà, forse solo per autodifesa e negazione, di fronte all’ammissione di infedeltà della moglie che gli comunica di lasciarlo per l’amante.

Si tratta di storie di quotidiana normalità, di fragilità, di calore e di colori. Di innumerevoli incastri di cui è fatta la vita; piccoli e frammentati pezzi di puzzle che vanno uniti nel modo giusto affinché abbiano un senso completo.
Di persone ordinarie, normali e proprio per questo ‘vere’.

È un’ironica e intelligente presa in giro della società attuale, con l’occhio sempre attento ai drammi più o meno piccoli con cui siamo costretti a fare i conti ogni giorno. Un rifiuto delle etichette imposte dalla collettività per riscoprire il senso autentico delle cose.

Bianca, tenace e insoddisfatta, nei suoi molteplici ruoli di moglie, madre, amante, lavoratrice, cerca di mandare avanti il suo ménage in un mondo in cui tutto è immagine, ma non sostanza. Lavora in una galleria d’arte, così come esposizione può essere intesa la rappresentazione di personaggi tanto diversi e dei vari aspetti della vita. Stanca dell’esistenza in cui è ingabbiata, si sente finalmente viva’ per la prima volta grazie all’amante, sposato, con cui vorrebbe uscire allo scoperto, che però non ha abbastanza spina dorsale per stare con lei alla luce del sole. Amante che ci verrà solo raccontato e non vedremo mai sulla scena.

Il cognato, Franco, una volta non riconosciuta più la sua immagine allo specchio, inizia a cercare se stesso e trova finalmente il suo posto nel mondo e la sua utilità aggiustando elettrodomestici abbandonati. Lascia così la professione di chirurgo per raccattare rottami e, grazie alla fantasia e all’ingegno, attraverso un transfert di energia vitale, dà loro una specie di supervita’. Tutti lo credono un disadattato che vive fuori dalla realtà, ma invece ‘vi è più addentro di chiunque altro’. Quando le unità sanitarie locali vogliono impedirgli di rastrellare e riciclare ad oltranza rifiuti tecnologici, fugge via senza lasciar traccia, gettando i parenti nel panico. Solo Bianca capisce il vero senso della sua fuga, un rifiuto delle convenzioni, un attaccamento alle tradizioni, una ricerca di autenticità, di purezza. Franco interverrà spesso nella rappresentazione, ma non insieme agli altri. Lo vedremo felice, soddisfatto e appagato della scelta fatta, nella sua nuova dimensione, alle prese con i rottami o con bolle di sapone. Parlerà solo nell’epilogo, quando il suo percorso iniziatico da virtuale sarà divenuto reale.

Il rimando a Pirandello è perenne, o almeno così ci sembra. Le maschere imposte dalla società che siamo costretti ad indossare, il nostro essere ‘Uno, nessuno e centomila’, la famiglia che intrappola, la seduta spiritica recitata con grande ironia interrogando parenti defunti per sapere se Franco sia morto che, riadattata, ricorda in parte, quella de ‘Il fu Mattia Pascal’. O, ancora, il ‘Tutto per bene’ che deve sovrastare tutto o La veste lunga’, quasi Franco fosse Didì che vaga nel mondo alla ricerca del suo paese di sogno.

Stefano, a differenza del fratello minore, conduce una vita ‘regolare’, scandita da normalità e ripetitività. Ci sembra di notare echi esistenzialisti che ci rimandano a Sartre e Camus. In crisi con la moglie ormai da anni, finge che vada tutto bene, un po’ per convenzione sociale, un po’ perché non reggerebbe ad un nuovo abbandono. Soffre ancora a causa della perdita del padre, avvenuta quando era adolescente, e dell’apparente rifiuto della madre che ha riversato su Franco tutte le sue attenzioni.

Lui che invece è l’unico a esserle rimasto accanto non sembra aver ricevuto lo stesso amore. Nonostante continui a sottolineare le stranezze di Milly la ama incondizionatamente e vorrebbe da lei il medesimo affetto.

Milly, infatti, straziata anni prima dal comportamento del marito, si è trascinata per mesi in un letto, incapace di reagire e come forma di protezione ha messo ‘un cuscino tra sé e il cuore per proteggersi dalla vita’ iniziando ad ammassare stracci e cose vecchie, oggetti di transizione caricati affettivamente, che assurgono a coperta di Linus. Spiegherà alla fine a Stefano l’importanza focale che ha per lei, restituendogli la stessa forza, speranza e fiducia che lui da ragazzino le ha donato e di cui ora ha bisogno, racchiusa nella splendida frase: ‘Alla fine ce la faremo, ce l’abbiamo sempre fatta’.

Niente lieto fine, invece, nella storia d’amore tra Bianca e l’amante che sceglie di restare con la famiglia. Lei non torna da Stefano perché sa che merita una donna che lo ami sinceramente.

Sulla scena, compare Franco, che per la prima volta parla, dato che ormai ha raggiunto quella sapienzialità di natura misterica che gli consente di progredire lungo il proprio viaggio. Spiega, infatti, che i suoi rottami riaggiustati rappresentano la sua rinascita, l’ordine ripristinato. Poi tace, apre l’ombrello e va via con una movenza che ricorda molto la famosa sequenza del film ‘Singing in the rain’.

Uno spettacolo, ‘Allora sono cretina’, decisamente affascinante, che merita di essere visto, anche più di una volta, per provare a scoprirne le innumerevoli altre chiavi di lettura.

I prossimi appuntamenti sono al Teatro Galleria Toledo dal 5 al 6 febbraio alle ore 20:30, il 7 febbraio alle 18:00.

Foto di Anna Camerlingo

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Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.