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Nessuno tocchi Lombroso

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Scheletro Cesare Lombroso

Quella della scienza esatta, infallibile, in grado di racchiudere l’universo in una provetta ed analizzarlo per svelarne i più intimi segreti, è una leggenda metropolitana che abbiamo smesso di raccontarci da quasi un secolo.

Nell’era della iper-specializzazione, le più grandi scoperte rispondono alle domande più piccole, ma dispiegano un ventaglio di nuovi interrogativi che impegnano la ricerca a navigare verso sempre più lontane colonne d’Ercole. La scienza è un continuo divenire, ma soprattutto un metodo pronto ad ingranare la retromarcia per rettificare le “certezze” fornite giusto il giorno prima.

Verso la metà del 1800, in Europa, il pensiero positivista guardava l’orizzonte ad occhio nudo e quasi credeva di poterlo toccare con mano. Memori delle varie rivoluzioni industriali e del secolo dei lumi, pensatori e scienziati eressero un totem antropocentrico in cui la ragione sarebbe stata l’unica livella in grado di discernere il vero dal fasto e, peggio ancora, la giustizia dallo sbaglio.

Proprio in questi anni, il medico veronese Cesare Lombroso, non prese alla leggera il ciclone positivista che anche in Italia soffiava con gran forza e spazzava via ogni dubbio. Cultore di storia naturale, botanica ed etnologia, Lombroso esordì come medico militare durante una campagna anti-brigantaggio.

Durante il suo studio anatomico, pur se giustificato da ignobili motivazioni demagogiche, scoprì una piccola anomalia nel cranio di un detenuto del carcere di Pavia, un certo contadino di nome Giuseppe Villella, arrestato per furto, morto dietro le sbarre nel 1864 e ingiustamente passato alla storia come “olotipus” del brigante.

In sostanza l’anomalia cranica consisteva in una deformità della fossetta occipitale mediana che racchiude il verme del cervelletto, la quale sarebbe dovuta essere bilobata, invece di presentare una depressione unica. Dato che il teschio di molti altri primati presenta una forma simile, Cesare Lombroso dedusse che si trattava di un “atavismo”, ovvero di una malformazione genetica che faceva comparire caratteri ancestrali nell’uomo moderno.

In un periodo in cui Dio era bianco, la donna un vassallo e la fisiognomica, pur se catalogata come pseudo-scienza, aveva ancora forti influenze sulle scelte giudiziarie, la scoperta della fossetta occipitale mediana, portò Lombroso ad estrarre un ingenuo sillogismo: Giuseppe Villella presenta un atavismo; Giuseppe Villella è un brigante; l’atavismo è la prova ed il tratto anatomico del delinquente nato. Secondo l’autore, dunque, la predestinazione a commettere atti criminosi, di qualsiasi genere era dovuta ad una forma di inversione evolutiva che trascinava l’uomo verso la delinquenza, ovvero alla sua presunta e darwiniana natura selvaggia.

Oggi sappiamo bene che il DNA umano non contempla il codice penale italiano, ma la scienza positivista, oltre a gridare Eureka il più in fretta possibile, confondeva ancora le scienze naturali con la psicologia e soprattutto il concetto di evoluzione con la levatura morale.

Al di là del teschio di Villella, l’antropologo non trovò altre ossa con lo stessa fossetta, ma si addentrò nella ricerca del delinquente nato, misurando meticolosamente i tratti somatici, in vivo, di ogni detenuto (e non solo) che gli capitava. Cesare Lombroso ideò quindi una matrice in cui, a seconda del tipo di fisionomia, era possibile capire a quale reato sarebbe stato dedito l’individuo. Ad esempio, il ladro aveva caratteristiche, sempre frammiste a valutazioni di tipo qualitativo o morale, molto particolari:

In genere, i ladri hanno notevole mobilità della faccia e delle mani; l’occhio piccolo, errabondo, mobilissimo, obliquo di spesso; folto e ravvicinato il sopracciglio; il naso torto o camuso, scarsa la barba, non sempre folta la capigliatura, fronte quasi sempre sfuggente. Tanto essi come gli stupratori hanno sovente il padiglione dell’orecchio che si inserisce quasi ad ansa sul capo.

Diversamente, i criminali dediti ai reati predatori, ovvero gli “aggressori” avevano tratti somatici diversi, più mascolini e probabilmente commisurati alla loro stazza:

Le anomalie rilevabili facilmente all’ispezione di un criminale, e che in questi sono molto frequenti, si possono ridurre allo sviluppo esagerato della mandibola, barba scarsa, seni frontali, sguardo bieco, capelli folti, orecchie ad ansa.

Dedusse, infine, Cesare Lombroso, nel tentativo di cercare un comune denominatore di tutte le umane malefatte:

I più fra i delinquenti nati hanno orecchi ad ansa, capelli abbondanti, scarsa la barba, seni frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro o sporgente, zigomi allargati, gesticolazione frequente: tipo, insomma, somigliante al Mongolico o qualche volta al Negroide. Gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile, qualche volta sanguigno o iniettato; il naso spesso aquilino, adunco o meglio grifagno, sempre voluminoso.

L’errore di Lombroso

Facendo particolare attenzione ai tratti somatici degli aggressori è facile intuire che un reato di pura violenza fisica debba con maggiore probabilità essere perpetrato da un uomo robusto o quanto meno abbastanza forte. Nel 2007 intrapresi uno studio sui tratti somatici, che adoperai poi come tesi di laurea in Antropologia alla facoltà di Scienze Naturali, per capire se la descrizione del Lombroso fosse una pura svista positivista, oppure avesse riscontro nell’anatomia delle persone.

A tale scopo, adoperai Napoli, la mia città, come un laboratorio dal quale estrarre fotografie e dati statistici.

Mettendo a confronto due gruppi di persone, notai che a seconda del quartiere di Napoli preso in considerazione, la descrizione lombrosiana dei volti si presentava con percentuali diverse: circa il 50% in alcune zone popolari, Forcella, Sanità, Quartieri Spagnoli, Cavone, contro il 12% in tutti gli altri quartieri.

Eppure la presenza di fisionomie più marcate, non ha nulla a che vedere con la delinquenza: la causa più probabile, sembra essere il fatto che quei tratti somatici si siano sviluppati in abbondanza in zone particolarmente chiuse e isolate, socialmente e geograficamente, dove la cristallizzazione di un dato carattere sia più facile.

In alcuni di questi quartieri, vigeva un regime di povertà e abbandono da oltre 400 anni e quindi vi era un maggiore rischio di insorgenza criminale, rispetto ad altri quartieri della stessa città.

Il contesto sociale contribuisce alla vita delinquenziale, mentre i tratti somatici si limitano ad esistere ed essere trasmessi da genitori che abitano, si conoscono e si sposano nello stesso quartiere, da centinaia di anni. Solo in questi termini si può parlare di “ragioni di Lombroso” e soltanto per l’esistenza, in molti esseri umani, di tratti somatici come la glabella e le arcate prominenti, la mandibola prognata e qualche volta gli zigomi larghi e sporgenti.

Non chiudiamo il Museo Lombroso

Chiarito l’equivoco, l’opera di Cesare Lombroso resta un mausoleo al positivismo, oltre che un vano tentativo di svelare il giudizio morale celato dietro alla nuda anatomia.

I resti di Giuseppe Villella sono oggi custoditi nel museo Lombroso di Torino, assieme a tantissimi reperti e manufatti di detenuti, oltre alle opere minori dello scienziato, estremamente di rottura per quei tempi, come “Perché i preti si vestono da donna”, “Il delinquente e il pazzo nel teatro moderno” e “Ricerca sulle origini del bacio”. Il museo ospita ovviamente anche lo scheletro intero di Cesare Lombroso, che egli stesso chiese di scarnificare e sezionare dopo la sua morte: un modo per fotografare il vero volto del positivismo ed affermare che la scienza e la morte ignorano le differenze sociali.

Negli ultimi 4 anni ci sono state molte manifestazioni, petizioni e richieste per la chiusura del museo Cesare Lombroso che viene visto come un monumento ad uno scienziato dalle intenzioni quasi naziste che redasse una teoria appositamente per inaugurare l’odio razziale anti-meridionale.

Una delle ultime iniziative è stata il Comitato NO-Lombroso, che oltre alla chiusura del museo richiede la restituzione del cranio di Giuseppe Villella al paesino di Motta Santa Lucia, affinché venga sepolto. L’ultima parola spetta alla Corte di Appello di Catanzaro che il prossimo Settembre dovrà decidere le sorti del teschio bicentenario e dimostrare, nel caso, che anche noi abitanti del Sud Italia siamo soggiogati dal fascino della “ruspa”.

Non saprei dire se, dopo tanti anni, un cranio possa essere considerato una spoglia o un reperto museale, ma di sicuro in seguito a tali vicende è – a pieno titolo – un oggetto semioforo. Quell’osso può raccontare la vera storia delle teorie sbagliate di Cesare Lombroso, rappresentando all’interno del museo, l’ago della bilancia tra gli orrori e gli errori commessi dalla scienza. Soprattutto può essere un testimone di quanto la demagogia non abbia mai mutato forma cercando, tanto nelle scienze quanto nelle religioni, dei detonatori di odio capaci di fomentare addirittura i pigri italiani.

Se decidessero di rimpatriare il cranio di Villella o di chiudere il Museo Lombroso, dovremmo considerare la censura di ogni museo che accoglie le macchine per la tortura; dovremmo eliminare chiese, moschee e tutte le teorie sull’evoluzionismo, poiché in mani e periodi sbagliati, hanno prodotto ogni genere di efferatezza.

Oppure possiamo semplicemente ammettere che dietro ogni teoria esista una specifica intenzione. Estraendo un segnamento di teoria dall’universo lombrosiano, resta l’ossessiva curiosità di uno scienziato nei confronti della natura umana: una natura che egli di certo non odiava, anzi, sentiva di farne parte, pur se ibernato nel suo periodo storico ed ora esposto all’ingresso del museo a lui dedicato.

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