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Neo-ottomanesimo in azione: la Turchia prende il controllo della Libia

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Bandiera della Libia


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Le ambizioni turche potrebbero ostacolare i programmi energetici di Italia e UE

In attesa che sia possibile tenere libere elezioni, la Turchia continua ad aumentare la propria influenza militare, politica ed economica in Libia e nonostante la comunità internazionale si stia impegnando fortemente affinché tutte le truppe straniere abbandonino il Paese, Ankara ha fatto sapere che non intende far sgombrare i suoi mercenari.
Il serio pericolo è che, all’indomani delle elezioni presidenziali e parlamentari, il nuovo Governo libico possa avere un profilo ancora più radicale e filo-turco di quello attuale, con gravi conseguenze negative per i programmi energetici dell’Italia nella regione.

La Turchia aumenta la propria influenza in Libia

In queste settimane la Libia sta organizzando le tanto attese elezioni presidenziali e parlamentari, che in un primo momento avrebbero dovuto tenersi il 24 dicembre e che, per ora, sono slittate a gennaio.

Il Paese, di fatto, è ancora diviso in due, nonostante le Nazioni Unite abbiano favorito la nascita di un Governo di Unità Nazionale, GUN, che avrebbe dovuto costituire una soluzione di compromesso in attesa delle votazioni.

In realtà, il GUN, come già il Governo di Accordo Nazionale, GNA, guidato da Fayez al-Sarraj, si è dimostrato incapace di essere considerato rappresentativo da tutte le fazioni libiche in gioco.

Non a caso, lo scorso settembre, la Camera dei Rappresentanti libica, il cosiddetto Parlamento di Tobruk, guidata da Aguila Saleh, aveva votato una mozione di sfiducia contro l’esecutivo presieduto da Abdel Hamid Dbeibeh, cui imputava la sottrazione di cospicue somme dal bilancio pubblico, ancora da approvare, e la sottoscrizione di contratti che avrebbero determinato grossi debiti a danno delle casse statali.

La Turchia di Erdogan ha continuato a garantire, nonostante tutto, il proprio sostegno al GUN, che, non a caso, ha ereditato dal precedente Governo di Accordo Nazionale di Serraj i memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione militare con Ankara, in virtù dei quali oggi essa si rifiuta di ritirare i propri uomini armati.

La qualità dei rapporti tra i due Governi è confermata anche dai recenti incontri che il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha avuto con il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico Khalid Almishri, considerato vicino ai Fratelli Musulmani.

Proprio per ribadire la volontà di continuare a mantenere le proprie forze armate nel Paese nordafricano, la Turchia ha disertato i colloqui del 6 – 8 ottobre a Ginevra, dove è stato ribadito il principio della smobilitazione di tutti i gruppi armati legati a potenze straniere dalla Libia come tappa indispensabile del processo di pacificazione.

Secondo il SOHR, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, però, i mercenari siriani finanziati da Erdogan continuano a stazionare nelle basi turche in Libia, che vedono addirittura aumentare i propri effettivi, contravvenendo alla tabella di marcia delle Nazioni Unite per la soluzione del conflitto libico.

Le iniziative del governo turco nell’area rischiano di determinare effetti molto negativi per l’Europa, perché ogni escalation militare in Africa finisce per provocare l’aumento del flusso dei migranti irregolari nell’UE, che, come dimostra l’esito del recente Consiglio europeo, fatica a trovare una posizione condivisa che possa risolvere il problema alla radice, cominciando dalla normalizzazione della situazione in Libia.

Il fantasma della crisi energetica

Ovviamente la soluzione del conflitto libico è essenziale per l’Italia che dal Paese trae una parte molto importante del proprio fabbisogno energetico, grazie agli stabilimenti dell’ENI, che resta il principale operatore del business petrolifero locale.

Se Tripoli dovesse finire sotto la completa tutela diplomatica e militare di Ankara, questo potrebbe avere ripercussioni sugli interessi italiani, anche perché la Turchia ha dimostrato più volte di essere in grado di condizionare le scelte politiche dei paesi dell’Unione Europea grazie alle sue manovre spregiudicate.

Accanto al ricatto turco legato al controllo dei flussi migratori, condizionato allo stanziamento di risorse da parte dell’UE, l’affermarsi di una classe dirigente libica fortemente filo-turca potrebbe complicare le relazioni bilaterali tra Tripoli e Roma nel settore energetico, riconoscendo ad Ankara voce in capitolo.

In tal senso, la capacità di manovra dell’Italia è piuttosto limitata: se per assurdo l’approvvigionamento di idrocarburi dalla Libia subisse una battuta d’arresto, la principale alternativa sarebbe costituita dal Gasdotto Trans Adriatico, il TAP, grazie al quale giunge sulle coste pugliesi il gas dall’Azerbaijan, non prima, però, di aver attraversato l’intera penisola anatolica.

In sostanza, oramai la Turchia è in grado di condizionare la politica energetica non solo dell’Italia, ma di diversi paesi dell’Europa meridionale e questo proprio in una fase particolarmente delicata per il mercato energetico, con i prezzi delle materie prime in vertiginoso aumento.

Lasciare questioni così cruciali interamente nelle mani dei capricci e dell’incostanza nelle relazioni internazionali di un personaggio come Recep Erdogan appare tutt’altro che una soluzione auspicabile.

Come finirà il caos pre-elettorale?

Le elezioni libiche sono ormai dietro l’angolo, ma le tensioni politiche non fanno che aumentare e la Turchia sembra essere disposta a scontrarsi anche duramente con i paesi europei pur di mantenere la propria influenza nel Paese.

Mantenere le proprie truppe sul territorio, significa per Ankara che chiunque sarà il futuro presidente libico, persino il generale Khalifa Haftar, dovrà venire a patti con lei per governare il Paese.

Non tutti sono disposti, però, a cedere ad una simile prospettiva e se il processo elettorale subisse una battuta d’arresto, è probabile che il Governo di Unità Nazionale di Dbeibeh finirebbe per trasformarsi da “provvisorio” in “permanente”, come già accaduto con il GNA di Sarraj, provocando una reazione a catena che trascinerebbe nuovamente la Libia nella frammentazione e nella guerra civile.

 

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Autore Redazione Arabia Felix

Arabia Felix raccoglie le notizie di rilievo e di carattere politico e istituzionale e di sicurezza provenienti dal mondo arabo e dal Medio Oriente in generale, partendo dal Marocco arrivando ai Paesi del Golfo, con particolare riferimento alla regione della penisola arabica, che una volta veniva chiamata dai romani Arabia Felix e che oggi, invece, è teatro di guerra. La fonte delle notizie sono i media locali in lingua araba per dire quello che i media italiani non dicono.