Le Terramare nell’età del bronzo

Le Terramare nell’età del bronzo

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Terramara Parma


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Ultimi baluardi di un’organizzazione sociale orizzontale in Europa

Nell’Ottocento i contadini della pianura padana a sud del Po erano soliti concimare i propri raccolti con terra marna, in dialetto emiliano terra grassa, proveniente da alcune colline utilizzate come cave caratterizzanti l’allora paesaggio padano.

Quei piccoli promontori, nell’area che corrisponde alle attuali province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza hanno custodito, in realtà, per secoli, i villaggi palafitticoli, definiti dagli studiosi ottocenteschi Terramare.

Le Terramare si inseriscono da protagoniste nel quadro della protostoria europea, favorite in questo dall’aver rappresentato, geograficamente e culturalmente, una cerniera fra il Mediterraneo e l’Europa centrale. Il loro modello di organizzazione territoriale e socio-economica va ben oltre l’ambito regionale e appartiene ad un panorama più generale che vede nell’età del bronzo un momento di forte coesione culturale di gran parte del continente.

L’età del bronzo si configura in quella fase culturale caratterizzata dall’utilizzo di armi, utensili e oggetti ornamentali in bronzo, costituito dalla lega metallica rame-stagno.
In Europa come in Italia questa fase corrisponde al periodo che va dagli ultimi secoli del III millennio a.C. (ca. 2300 a.C.) e l’inizio del I millennio a.C..

Durante tutto questo arco cronologico le società protourbane furono investite da un ingente sviluppo tecnologico, economico e sociale che portò a notevoli cambiamenti negli assetti culturali accompagnati da radicali trasformazioni del territorio. Per facilitare lo studio evolutivo delle comunità appartenenti a questo periodo, l’età del bronzo viene convenzionalmente suddivisa in Bronzo antico, Bronzo medio, Bronzo recente e Bronzo finale.

In questa fase, l’Europa ingloba civiltà già entrate a pieno titolo in quella che definiamo fase storica per la comparsa e l’utilizzo della scrittura, quelle del Mediterraneo Orientale, e le altre civiltà che non la usano e che non sono governate da un potere centrale.

Queste diverse realtà comunicano costantemente tra loro, attraverso scambi commerciali di materie prime, oggetti di prestigio, idee e persone. Un esempio calzante di questo rapporto dialettico, durante l’età del bronzo, tra i diversi modelli societari è ben rappresentato dalla presenza degli empori micenei sulle isole e sulle coste dell’Italia meridionale abitate da popolazioni autoctone.

I viaggi a lunga distanza, lo sviluppo e la diffusione di tecnologie produttive, una nuova concezione di arti e simboli espressa attraverso una diversa iconografia che riflette la creazione mitologica, l’identità culturale, rappresentano in questo periodo nuovi strumenti di funzionamento sociale.

Società, quelle geograficamente stanziate nell’Europa centro-settentrionale, che funzionarono, per un notevole lasso di tempo, attraverso principi di orizzontalità, capaci di autoprodurre alimenti, autogestire risorse e materie prime, sfruttando le potenzialità territoriali.

A partire dal XVII-XVI secolo a.C., quella che viene definita media età del bronzo rappresenta da un lato l’apice dello sviluppo di queste società, tra cui quella terramaricola, dall’altro incarna la prima tappa epocale del declino del modello societario orizzontale: la quantità di metallo disponibile è elevatissima, gli oggetti in metallo producono un aumento esponenziale del surplus agricolo, la crescita demografica è veloce e gli abitati si allargano sul territorio a macchia d’olio.

Gli insediamenti, geometricamente ordinati, vengono circondati da palizzate e terrapieni, si realizzano complesse opere idrauliche.

È inevitabile pensare all’urgenza di istituire nuove trame relazionali tra gli individui, nuovi equilibri e nuovi ruoli per la gestione della vita delle comunità.

Altri indici di complessizzazione sociale per il rilevamento delle ineguaglianze sono costituiti non solo dalle forme architettoniche: case, abitati più o meno ampi, più o meno ricchi, ma anche dalle forme di sepoltura e l’eventuale presenza o assenza di corredi funerari più o meno ricchi quando presenti.

Ebbene, l’esempio delle terramare può essere calzante per la comprensione della peculiarità di un modello societario che, se da un lato espande i propri abitati grazie alla floridezza procurata dalla tecnologia del bronzo, creando in questo modo i presupposti per una necessaria riorganizzazione socio-politica, dall’altro resta legata ai suoi principi di uguaglianza.

Nel Bronzo medio il rituale dell’incinerazione si diffonde in gran parte d’Europa, coesistendo spesso con l’inumazione; dal XIII secolo a.C. diventerà ovunque il rituale prevalente, tanto che le culture dell’Europa centrale del Bronzo recente vengono denominate Civiltà dei Campi d’Urne.

Tra i due rituali funerari vi è una profonda diversità di concezione: l’inumazione riflette una credenza di sopravvivenza nella tomba, che si esprime nel deporre accanto al morto i suoi beni, simboli dello status sociale del  defunto in vita, e denota un rapporto del defunto con la divinità non diverso da quello intrattenuto dai vivi.

Nell’incinerazione, invece, il defunto è equiparato da una vittima sacrificale, che il fuoco libera dalla materialità e trasferisce nella sfera ultraterrena in cui si colloca il divino.
La forma più coerente del rito è quella praticata nelle terramare: non prevede la deposizione di un corredo funebre, ovvero, non vi sono elementi distintivi del defunto in vita rispetto agli altri individui, né la preoccupazione di tramandare il ricordo del suo ruolo sociale.

Anche le case terramaricole, costruite su un impalcato ligneo e disposte in file regolari, non mostrano alcun tratto distintivo tra loro.

Ovviamente l’omogeneità complessiva e culturale e che per circa quattro secoli caratterizzò la società terramaricola fu favorita in primo luogo dal territorio. In Italia, la Pianura Padana attraversata da un’importante rete fluviale concesse scambi sistematici e intense comunicazioni.

Una condizione di privilegio che nell’area terramaricola, di per sé priva di giacimenti minerari, originò la più importante produzione metallurgica della protostoria, a testimonianza della intensa circolazione dei modelli, della materia prima e dei manufatti.

Un crocevia senza eguali capace di rendere accessibili risorse provenienti dalle zone d’Oltralpe, dal Baltico, dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale.

Questa enorme spinta economica, dovuta a una spontanea concomitanza di fattori, permise alle piccole comunità terramaricole uno sviluppo economico fuori dalla loro portata.

Impulsi economici così forti implicano, solitamente, la complessizzazione socio-politica e strutturale delle società, si guardi alle società statali mesopotamiche o all’Egitto di quel periodo.

Prova del fatto che il complesso sistema produttivo terramaricolo non godesse di una forma forte di direzione politica è praticamente dimostrato dalla rapidità e dall’impatto della crisi che in poco tempo lo travolsero.

Molto probabilmente, motivo della crisi che intorno al 1200 a.C. spazzò letteralmente via le terramare dalla pianura padana, fu la costante crescita demografica che superò alla fine del Bronzo recente la soglia della capacità produttiva dei suoli agricoli, provocando il collasso delle strutture politiche e così dell’organizzazione produttiva delle comunità.

L’aumento esponenziale della popolazione unito a un fenomeno regionale di siccità che aveva determinato l’abbassamento del livello del Po, potrebbe aver costituito il detonatore del collasso del sistema territoriale delle terramare, messo a dura prova, contemporaneamente, dall’aumento della pressione sulle risorse agricole.

La storia delle terramare, così come quella di Rapa Nui, isola di Pasqua, insegnano che lo sviluppo di una società non può avvenire senza un giusto equilibrio tra forze e risorse correttamente orientate.

Come sempre l’organizzazione sociale e l’intelligenza politica si dimostrano necessarie e trainanti per lo sviluppo di qualsivoglia civiltà.

Terramara

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Marilena Scuotto

Autore Marilena Scuotto

Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale on-line ExPartibus.