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La promessa

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Tutto passa. Passano le sofferenze e i dolori, passano il sangue, la fame, la pestilenza.
La spada sparirà, le stelle invece resteranno, e ci saranno, le stelle, anche quando dalla terra saranno scomparse le ombre persino dei nostri corpi e delle nostre opere. Non c’è uomo che non lo sappia. Ma perché allora non vogliamo rivolgere lo sguardo alle stelle? Perché?
Michail Afanas’evič Bulgakov

Ancora non sappiamo quanto il mondo di oggi uscirà cambiato dalla pandemia. Il virus è ancora tra di noi, forse modificato, forse più stanco, forse si sta ricaricando.

Eppure, qualcosa deve aver colpito questa umanità, deve aver spezzato un equilibrio già precario sul quale danzavamo sfrenatamente in attesa di cascare a terra. Eppure, un contraccolpo ci deve essere stato che ha mutato, almeno in una parvenza collaterale, il nostro essere, amplificando il delirio e il caos che ci portavamo dentro.

Partendo da quella quarantena forzata e anche prolungata da emergenza Coronavirus che ci ha costretti a fare i conti con noi stessi, con le nostre più segrete e silenziose urgenze del cuore.

Un minimo di contenuto da questa lunga riflessione introspettiva avremmo dovuto razionalizzarla. Abbiamo vissuto una duplice realtà: una virtuale e una reale.

Le abbiamo fuse e confuse allo stesso tempo, in un gioco di illusione che ha comportato una dilatazione del tempo, come se avessimo dovuto obbedire agli inganni della mente prima che al cuore.

Nel gioco di ombre abbiamo espresso una solitudine che, esasperata, ha cercato uno scambio emotivo inusuale e ha finito per mistificare ogni verità che avevamo costruito. Abbiamo paradossalmente demolito le certezze e le ambiguità che ci stavamo trascinando, irrompendo con schemi di improvvisata filosofia domestica.

Diciamolo che il rapporto del nostro tempo “covidiano” è stato controverso ma, forse, alla fine ci ha reso disarmati e quindi più leali con le nostre paure.

I fantasmi sono usciti dalle camere oscure della nostra anima con una concretezza simbolica che ha lasciato un imprinting sulla realtà esistenziale, facendo emergere da una socialità schiavizzata dal lockdown, un nuovo modello di comportamento: solitario, impersonale e percettivo o meglio ipersensibile alle urgenze sentimentali ed emotive della vita.

Abbiamo rifiutato la morte con il desiderio di tornare alla vita di sempre, che fosse amara, ordinaria e contraria. Abbiamo innescato un meccanismo di difesa per ritrovare la perdita della normalità, coinvolgendo ogni fattore che ritenevamo a rischio.

Il primo quell’autonomia tanto innocentemente offesa da una serie di normative atte a proteggere la vita di chiunque: quello stare a casa si è rivelato un comandamento innocuo ma forte, deciso che non ha concesso stimoli di corruzione.

Ci siamo avvinghiati a quella norma improvvisa che ci ha catapultato in un mondo che avremmo, altrimenti, vomitato fuori dalla nostra comune portata. E invece ci ha reso felici in quella ovattata situazione di disarmo sociale, con la pretesa di lasciare fuori alla porta ogni dolore e ogni pericolo. Cominciando, però, a guardare l’altro come un presunto nemico. Una suggestiva metafora di difesa indispensabile a non alterare quell’equilibrio evocativo che vuole in prima battuta far vincere il motto “vita mea mors tua”.

Ecco che la solitudine è divenuta la nostra camera dei segreti, quel confessionale necessario a far sdraiare sul lettino l’incompreso che in ognuno di noi. La solitudine è divenuto uno strumento fondamentale per analizzare il presente e comprendere quello che sarebbe accaduto dopo: un processo individuale che spesso non ha lesinato striscianti guerre interne e familiari, formulando nuove virtù e più indecifrabili impegni futuri.

“Io farò”, “io sarò”, sono stati i tormentoni che hanno caratterizzato la volontà di reagire ad un tempo confuso con una indeterminata fuga verso una serie di annebbiate decisioni che hanno preso la forma ma non la sostanza di un testamento personale. Un memo per i giorni che verranno e che, liberi da ogni collare, ci avrebbero resi quelli maturati e meditati nel pieno di una crisi collettiva.

Durante la quarantena, abbiamo imparato a gestire una coabitazione forzata. Dove si sono isolati gli affetti per permettere al proprio inconscio di farsi visita o di avere la visita più importante: quella nostra, intima. Ci siamo svegliati nudi, di fronte ad una solitudine non cercata, ci siamo svelati. E allora abbiamo cercato di vivere in questa misteriosa isola, inventandoci il personaggio migliore che eravamo e che potevamo interpretare.

In effetti, con il lockdown siamo andati contro il paradigma che si sopravvive se si sta insieme e abbiamo capito che, in questo caso, solo stando lontani possiamo sconfiggere il Covid-19.

È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia recente dell’uomo. Non era facile rispettare il canovaccio imposto e seguire un distanziamento oneroso in termini affettivi e di dinamicità della vita.

Nelle situazioni di contatto abbiamo cercato di fare in modo che i momenti di scambio autentico, nei quali ci si poteva permettere di comunicare non solo emozioni e pensieri positivi, ma anche emozioni e pensieri negativi. Sempre nel rispetto delle differenze, cioè sempre con il pensiero che ciò che si stava provando e pensando non era necessariamente uguale, o consonante, con ciò che sentiva e provava chi ci era al fianco.

L’isolamento ha creato nuovi archetipi e, forse, nuove fobie; dando ai mostri interiori la libertà che non avevamo preventivato di affidare loro e consolidando le paure che ci frenavano.

L’uomo che esce dal post Covid non è un uomo nuovo né rinnovato. È instabile e confuso, ancora in una fase sua di addomesticamento al nuovo tempo. Ci ha spiazzato perché ci ha fatto comprendere che in una epoca considerata “invincibile”, l’umanità poteva essere annullata da un virus.

Ci siamo costruiti l’illusione di avere tutto sotto controllo e poi arriva un virus invisibile e ci fa accorgere di come in poche settimane potrebbe saltare tutto il sistema economico, finanziario, tecnologico su cui abbiamo contato. L’uomo, sconfortato, ha cominciato a sentirsi meno “guerriero” e, soprattutto, meno “dio in terra”.

Insomma, non ci si poteva attendere un’invasività e una virulenza tali da isolare tutto e tutti, da “isolarci” nelle nostre case, magari super-connessi con il mondo, ma pur sempre rinchiusi nel nostro forzato “isolamento”. È stata una solitudine in un mondo che, condizionato fortemente da ritmi frenetici e da un’impulsiva urgenza di relazionarsi, ci ha scavato nell’intimo e ci ha capovolto l’identità.

Nonostante una forte evoluzione tecnologica e la necessità di essere efficienti e produttivi abbiamo compreso di non essere più i padroni della nostra quotidianità. Si sono confuse la lentezza non voluta ma dovuta e forzata, con le urgenze o le interferenze della velocità della tecnologia.

Un disturbo in più che ha causato disagi evidenti. Siamo in pieno rischio di abituare la mente a fornire sempre più velocemente i riscontri che la società chiede. Un costante reality che live ci chiede prontezza e rapidità di esecuzione. E questo tempo è figlio di un tempo non più presente ma che deve sopravvivere in qualche modo ed essere già allineato al passo di un futuro poco paziente.

Non è un gioco di parole, ma la banale considerazione che dobbiamo fare dopo che ci siamo resi conto che non c’è mai un finale preciso a cui siamo sottoposti o che definisce la nostra storia, ma deve essere chiaro a tutti che, oggi più che mai, il futuro sta divorando la coda dell’ultimo presente. Lo stiamo vedendo nella natura: la velocità con la quale la essa è stata riportata alla sua bellezza è un messaggio di speranza.

Nulla è perduto e questa missione di salvaguardia dell’ambiente ricade esclusivamente sui decisori politici e sui cittadini di tutto il mondo. Gli ostacoli a priori apparentemente insormontabili al cambiamento appaiono ora irrisori se non ridicoli. Non è un ritorno alle origini ma un ritorno alla normalità. Un protocollo a cui attenersi per adattarci al mutamento sociale che sta avvenendo.

Oggi, difatti, possiamo affermare che è assai relativa la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi. Relative sono le informazioni che ci offrono i nostri sensi, relative anche le possibilità delle nostre funzioni cerebrali.

Non possiamo superare i limiti delle nostre possibilità cognitive, né confrontare i nostri limiti anche solo con la percezione della realtà che hanno tutti gli altri esseri viventi.
Ma possiamo sviluppare nuovi modelli di appartenenza sociale, grazie a quanto è accaduto.

Quello che possiamo essere è la promessa di un nuovo uomo. Non costruito in laboratorio ma capace di creare una religione sociale meno spietata e più consona alle reali opportunità ed esigenze.

La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. 
Albert Einstein 

È una simbiosi complessa ed infinita, che ci potrebbe condurre, anche, ad un paradosso: quello di comunicare meno per comunicare di più.

Cito l’affermazione del filosofo ed epistemologo Mauro Ceruti:

C’è un paradosso nella nostra società: più si comunica e meno si comunica, più piovono informazioni e meno siamo informati, più siamo interdipendenti e meno siamo solidali. Il morbo della semplificazione è andato di pari passo con la frammentazione dei saperi e delle discipline, che ha isolato gli “esperti” nelle rispettive “specialità”.

Al di là dell’aspetto scientifico, quello che ci deve interessare è una selezione delle informazioni e, quindi, della nostra comunicazione. Semplificando gli schemi finora adottati, filtrando quello che è significativo da quello che è marginale. Solo così si spazza l’incertezza e la frammentazione della conoscenza, della competenza e della comunicazione.

L’isolamento diviene una sponda su cui far atterrare il percorso evolutivo, misurando perbene la complessità dei fattori di rinascita ed espellendo quelli degenerativi.

È una bonifica naturale. Dobbiamo alimentare un profondo rinnovamento culturale e organizzativo, con la consapevolezza di un approccio sistemico, per salvaguardare i sacrifici e i grandi investimenti che abbiamo messo in atto per la fase di ripartenza.

È un esercizio a cui dobbiamo abituarci per non rassegnarci ad un futuro angosciante e precario. È la promessa che dobbiamo fare e mantenere.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.