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Intervista al restauratore e scultore Arturo Serra Gomez

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Arturo Serra Gomez


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Da Colombo a Fumo, un excursus nell’opera dei due grandi artisti

Arturo Serra Gomez, restauratore e scultore, nato in Spagna, precisamente a Murcia nel 1970, laureato in Belle Arti con specializzazione in restauro all’Università di San Carlo di Valencia.

Ha viaggiato molto nel Sud dell’Italia per osservare le meravigliose opere dello scultore Giacomo Colombo; nello specifico è stato in Puglia e in Campania per visitare sia i monumenti che le chiese e palazzi storici ove si trovano i capolavori del celeberrimo scultore.

Giacomo Colombo nasce ad Este, Padova, nel 1663 e si trasferisce a Napoli a soli quindici anni. Ottimo scultore in marmo, legno policromo e stucco, disegnatore insigne d’argenterie sacre e di incisioni. La sua formazione artistica ha inizio a Napoli e la sua poliedrica attività si sviluppa nel contesto dell’ambiente dove gli artisti sperimentano, nel medesimo tempo, diverse espressioni, incominciando dalla tradizione lignea policroma barocca per evolversi entro il primo decennio del Settecento a risultati unici nel suo genere di gusto rococò.

Realizza opere di grande valore artistico sia nell’Italia Meridionale che in Spagna. Un vero e proprio artista-imprenditore, così come Giotto nel XIV secolo. Gestisce una grande bottega di artisti grazie a cui soddisfa le varie richieste di manufatti ligne provenienti da quasi tutte le regioni meridionali; crea un’équipe di collaboratori in grado di diffondere il proprio linguaggio stilistico con risultati eccellenti ed è apprezzato ed amato dalla committenza dell’epoca.

Nella sua attività, viene aiutato dalla lunghissima e perpetua frequentazione del famosissimo pittore Francesco Solimena (1657-1747), detto l’Abate Ciccio, che gli suggerisce idee e, a volte, modelli compositivi e disegni che poi verranno rielaborati da Colombo in sculture di alto valore. Muore a Napoli nel 1731.

Il pittore Francesco Solimena è stato il mentore dello scultore Giacomo Colombo per quanto riguarda il disegno. Secondo lei è stato fondamentale per realizzare le sue opere?

Sono uno scultore e non so perché chi parla di disegno pensa che gli scultori siano privi di questa attitudine e richiedano l’ausilio dei pittori per poter realizzare le loro creazioni.
Gli storici hanno sempre cercato di spiegare le opere degli scultori attraverso il lavoro dei colleghi pittori e mai il contrario.
È la vecchia discussione sulla supremazia delle Arti, superiorità che gli storici hanno risolto in favore della Pittura.

Nel partenopeo, per esempio, secondo lo storiografo Bernardo de Dominici, per creare i suoi dipinti Francesco Solimena si serve di bozzetti e gruppi interi realizzati dallo scultore Lorenzo Vaccaro (1655-1706). Allo stesso modo, il pittore fornisce i suoi disegni al collega scultore. La relazione fra i pittori e gli scultori nella Napoli di quel tempo non solo è personale ma anche familiare, qualcosa che si sviluppa tramite la formazione di uno stile comune che scorre con normalità tra le arti.

Nel caso specifico della relazione fra Solimena, indiscussa autorità della pittura napoletana, e il nostro Colombo, anche lui pittore, è interessante ricordare, come testimoniano i documenti d’archivio pubblicati, ad esempio i deputati del Tesoro di San Gennaro nel 1707, che il modello per realizzare l’Immacolata in argento si debba affidare al Solimena oppure al Colombo.
Questo significa, palesemente, che fino al 1707 sia il pittore che lo scultore siano oramai considerati, da un committente così importante, come disegnatori di uguale e prestigioso valore.

Alcuni studiosi reputano le sculture dell’Eterno Padre e le allegorie laterali del Cappellone di San Domenico, eretto nel braccio sinistro del transetto della chiesa di Santa Caterina a Formiello, la sua maturità artistica. Secondo lei perché?

In quel periodo, 1717-1719, Colombo ha già cinquantacinque anni, quelle appena citate sono le opere migliori della parte finale della sua carriera. Sempre in marmo è il Carlo VI d’Austria della chiesa di Santa Teresa degli Scalzi, mentre del 1718 è l’Immacolata di Lucera, il SS. Salvatore Risorto di Meta di Sorrento, il Sant’Agostino di Troia, le due Immacolate di Ostuni.

Per riassumere, sono tutti lavori di altissima qualità e referenza della sua carriera, tuttavia può essere fuorviante parlare di maturità, quando la Pietà di Eboli risale a vent’anni prima, dunque possiamo far riferimento ad una maturità del Colombo molto allungata.

I documenti ritrovati nell’Archivio Fondazione Banco di Napoli e pubblicati nella Raccolta notizie per la Storia, Arte, Architettura di Napoli e contorni dell’architetto Aldo Pinto riguardanti il Cappellone di San Domenico sono fondamentali per la ricostruzione storica delle vicende costruttive di quel cantiere?

Sì, certo. Alla luce delle nuove scoperte si potranno individuare perfettamente le opere dei diversi professionisti che hanno lavorato nel cantiere del Cappellone di San Domenico, come si è potuto documentare di altre realizzazione di questa dimensione e importanza.

Sicuramente attribuiscono a Colombo non solo le già conosciute due allegorie sulle porte ed il Padre Eterno, ma anche i quattro capitelli delle colonne. Cosa molto particolare, perché si tratta di una mansione che normalmente è delegata ai marmorai.

Che in questo caso sia stata affidata ad uno scultore del prestigio e della fama di Colombo può indicare l’alta qualità pretesa dei committenti, o essere stata rivolta come richiesta a Colombo per non aver realizzato appieno ciò che aveva indicato in precedenza. Il rilievo della pala centrale, inoltre, è stato realizzato dal pittore Giacomo del Po.

Cosa pensa riguardo l’opera “La Pietà di Eboli” realizzata da Giacomo Colombo? Perché è così importante?

La Pietà ebolitiana è molto interessante da diversi punti di vista, artisticamente può essere senza dubbio considerata come una delle migliori opere di Giacomo Colombo, se non la migliore in assoluto; la qualità tecnica compositiva e lo studio del nudo di Cristo sono veramente straordinari.

Documentariamente si evidenzia la tipica personalità dello scultore che opta una modalità di pagamento per la Pietà, procedura abbastanza in uso, che però è una sorta di farsa in cui, per poter addebitare molto più per il lavoro, asserisce che il prezzo finale sarà demandato alla perizia di altri tre scultori, Giacomo Bonavita, Domenico di Nardo, il suo presunto maestro, e Vincenzo Ardia.

Naturalmente questi hanno un rapporto di amicizia molto stretto con Colombo e, ovviamente, firmano quello che in precedenza hanno già concordato, forse in cambio di generosi incentivi da parte dello stesso scultore.

I tre indicano “casualmente” la medesima cifra di 1250 ducati, assolutamente esorbitante per l’epoca, che permette a Colombo, nella riduzione del prezzo a 800 ducati finali, di avere il buon gesto, falsamente generoso, di condonare il resto.

Inoltre, quest’opera solleva il grave problema che colpisce il patrimonio artistico e religioso nell’Italia meridionale, ovvero quello dei furti. Nel caso specifico della Pietà di Eboli, nel 1984 è stata privata dei due angeli che portavano gli strumenti della passione e dei due cherubini originali, attualmente sostituiti da copie che non eguagliano quelle dello stesso Colombo.

Ci può spiegare la diversa fortuna vissuta fra le opere dei due grandi scultori attivi a Napoli, Fumo e Colombo, nel nostro e nel suo paese, e come hanno potuto influenzare la scultura spagnola?

La scultura lignea proveniente da Napoli è sempre stata apprezzata in Spagna e ha avuto grande fortuna nel mio paese, come dimostrano molti degli scambi commerciali dell’epoca.
In generale, c’è sempre stato un grande interesse da parte dei committenti spagnoli per le opere provenienti dalla città partenopea, considerate come articoli di gran lusso che tutti bramano donare o possedere nelle collezioni private, cappelle, oratori e conventi. L’arte napoletana è considerata come segno di prestigio sociale.

La diversa fortuna vissuta dei due celeberrimi scultori attivi a Napoli in quel momento, Nicola Fumo e Giacomo Colombo, si evidenzia nel numero di opere presenti o perdute. Il catalogo di lavori di Fumo, presenti, documentati e non trovati oppure perduti nel territorio spagnolo, supera ampiamente il numero delle opere dello scultore di Este presenti nel mio territorio.
Queste ultime sono solo tre: il Cristo alla Colonna a Madrid, adesso ad Almudena, la Santa Teresa del convento delle trinitarie di Madrid, L’Immacolata del Museo di Bilbao e la Sagrada Familia con la Vergine per Cadice, poi perduta a Madrid.

Invece, Nicola Fumo gode di prestigio e fama molto più in Spagna che in Italia, se lo paragoniamo a Giacomo Colombo. L’opera napoletana rappresentata da Fumo per la bellezza formale, la maestria tecnica e la dolcezza delle forme e i volti sono una novità per il pubblico iberico, è questo il motivo della sua popolarità in Spagna, paese abituato, fino al quel momento, alla durezza e severità della propria scuola di scultura.

Di conseguenza, molti intagliatori, come Luis Salvador Carmona e Ignacio Vergara, adottano il suo stile, allineandosi al nuovo gusto partenopeo oramai presente nella penisola Iberica. Numerose sono le opere di questi maestri attribuite erroneamente a Fumo.

La contrapposizione tra Fumo e Colombo credo abbia una sua traduzione anche in un’altra delle mie molte passioni, l’opera. Mi riferisco alla nota rivalità fra le due grandi soprano del secolo passato, la Tebaldi e la Callas. I particolari della vera bellezza vocale, della raffinatezza, della perfezione impeccabile, priva di passione teatrale ci conducono al parallelismo Tebaldi – Fumo; l’interpretazione, il dramma, l’emozione della Callas, la rendono invece assimilabile a Colombo. Personalmente stimo molto la bellezza e la purezza squisita, pertanto preferisco la Callas.

Quando pubblicherà la sua monografia su Giacomo Colombo?

Questa è una buona domanda. Credo che tutti gli interessati della scultura napoletana di questo periodo storico, alla fine, desiderino scrivere una monografia su Colombo, l’interesse è eterno. Sto cercando tutti i dati, testi, documenti, informazioni ed immagini che posso trovare e, fino adesso, sono riuscito a catalogare più di trecento suoi lavori differenti, senza contare le molte attribuzioni assurde che sono assegnate senza nessuna ragione o come semplice ripetizione di vecchie attribuzioni non rivisitate seriamente.

In realtà, non sono interessato solo alle sue opere, visto che è necessario riconoscere come un artista facile da investigare e comprendere, per la grande quantità di testi che parlano di lui, per la grande produzione e fama, lo stile e la tecnica facilmente riconoscibili, ma la mia attenzione si estende ad altri grandi maestri scultori come Fumo, Patalani, Picano, Franzese, Bonovita, Venuta e Sarno, sempre del periodo che va dal Perroni a Giuseppe Picano.

Ha visitato Napoli per i suoi studi su Giacomo Colombo, cosa pensa del patrimonio artistico e culturale della città?

Ho avuto la fortuna di visitare Napoli negli ultimi due viaggi di relax durante l’estate. In realtà, il mio interesse per la scultura napoletana è iniziata circa due anni fa. Questa città possiede un patrimonio artistico infinito. In una sola chiesa di Napoli ci sono molte più opere che in tutta la regione in cui vivo.

Non si può descrivere come in pochi metri ci siano chiese piene di dipinti e opere d’arte di Luca Giordano, Francesco Solimena, Ribera, Caracciolo, Stanzione e sculture di Naccherino, Fanzago Ferrata, Bolgi Finelli, Sammartino e Fumo, capolavori che qualunque museo del mondo vorrebbe avere nelle proprie collezioni.

Non sempre i napoletani sono consapevoli del grande tesoro che possiedono, tesoro che hanno ricevuto dal passato, che devono preservare, diffondere e trasmettere alle nuove generazioni. Quest’anno non andrò in vacanza nella mia bella Napoli e devo dire che già sento la tristezza e malinconia. Se posso dirlo, mi sento cattolico, apostolico e molto napoletano.

Foto di Arturo Serra Gomez

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Antonio Russo

Autore Antonio Russo

Antonio Russo, studente universitario, classe 1992. Ricercatore della Fondazione Banco di Napoli. È stato l’allievo dello Storico dell’Arte Vincenzo Rizzo. Collabora con l’architetto Aldo Pinto alla raccolta notizie per la Storia, Arte, Architettura di Napoli e contorni disponibile on-line. Attualmente sta preparando una monografia sulla chiesa rinascimentale di Santa Caterina a Formiello di Napoli.