Home Territorio Eccellente debutto al Cilea di Napoli del ‘Godot’ di Massimo Andrei

Eccellente debutto al Cilea di Napoli del ‘Godot’ di Massimo Andrei

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'Aspettando Godot'


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L’artista partenopeo mette in scena una geniale rivisitazione dell’opera di Beckett, affiancato in scena da uno strabiliante Lello Arena

Ogni cultura ha un suo peculiare modo di vivere il tempo. Di percepirlo, misurarlo. Di scandirne i passaggi. Di ingannarlo. Anche di gestire l’attesa.

Napoli, nella sua unicità, lo vive in modo assolutamente peculiare, quasi unico, nella fusione tra una dimensione mitica ed una quotidiana.

Nei rapporti personali, nel mettere in scena i piccoli, grandi drammi di un’esistenza. Nella sofferenza, come nella ripetitività di giorni sempre uguali.

In un monotono replicarsi di giorno e notte, di stagioni, incolori al punto di confondersi, di stemperarsi in un presente identico a ieri, al giorno prima, a quello prima ancora.

Scialbi al punto di essere dimenticati nello spazio di un nulla, fino a creare l’illusione della novità.

L’esistenza come un percorso da un buco ad un altro, con in mezzo un tragitto in cui c’è la vita, in tutte le sue sfaccettature.

È un ‘Godot’, quello di Massimo Andrei, che da un lato recupera la brillantezza del testo del drammaturgo irlandese, nella stessa dizione del nome, non declamato alla francese, ma con l’accento sulla prima o e la t pronunciata in modo chiaro, distinto.

Ma dall’altro la sua rivisitazione prende i personaggi dell’opera di Beckett e da un non luogo li trasporta a Napoli. Da un non tempo li colloca ai giorni nostri, con la presenza di cellulari e un traliccio dell’alta tensione, che si vede chiaramente nella foschia autunnale di un paesaggio di campagna.

Gli stessi costumi, azzeccatissima scelta di Michele Esposito, giocano su più piani temporali, sovrapponendo periodi diversi, e contribuendo ad alimentare quell’ambiguità che è sostanza stessa della pièce.

La scenografia, di Roberto Crea, poetica e malinconica, non restituisce un paesaggio di desolazione totale, ma cede il passo alla speranza, complice anche il puntuale e sobrio gioco di luci, merito di Mario Esposito.

Ma la genialità dell’operazione non si sostanzia certamente in questo.

Troppe sono le mediocri presunte rielaborazioni di classici del teatro che hanno come unico elemento ‘originale’ l’ambientazione partenopea e la traduzione in napoletano di qualche passaggio, come se bastasse semplicemente questo per renderli in qualche modo contemporanei, per riproporli sotto una luce nuova.

Ovviamente con Andrei siamo nell’Iperuranio, e non solo rispetto al dilettantismo di cui parlavamo.

Sebbene lui stesso rifiuti con forza l’aggettivo coraggioso per la sua messa in scena, è innegabile che lo sia. E nel senso più alto del termine.

È innanzitutto coraggioso per un autore del suo calibro confrontarsi con un capolavoro così importante del Teatro dell’assurdo.

Ma lo è specialmente la sua opera di trascrizione in chiave ‘popolare’ dello stesso.

Non c’è nulla di più rivoluzionario che il prendere un testo complesso come ‘Aspettando Godot’ e renderlo fruibile alle masse, ai non addetti ai lavori, al purtroppo sempre più ristretto numero di cultori del teatro di nicchia.

Di farlo senza snaturarlo e soprattutto senza banalizzarlo.

Semplice non è necessariamente sinonimo di banale, anzi. Sicuramente non lo è in questo caso.

E così il sottotesto è esplicitato dai dialoghi, anche con l’aggiunta di personaggi che non facevano parte dell’opera originale.

La panchina a cui ancorarsi, rendendo più confortevole l’eterna attesa e riflettere l’unione di due metà, si sdoppia, ennesima moltiplicazione dell’io come metafora della flessibilità.

Le sedute, stavolta, sono poste non sotto l’albero, ma sotto un lampione con tanto di crocifisso, in un dialogo immaginario con quell’unica opportunità della vita a cui aggrapparsi ancora, a dispetto di tutto.

Sul palco, anche una giovane coppia che, se in disparte nel primo atto, a rimandare a quell’isolamento sociale a cui ogni individuo è relegato, nel secondo, interagirà direttamente con i due protagonisti, evidenziando le incongruenze della realtà e le difficoltà del quotidiano.

Lo stesso albero non è un elemento statico, ma è trasportato in una sorta di carrettino da Didi, uno straordinario Lello Arena, che lo colloca lui stesso in scena.

Segno, forse, di una soggettività della percezione del tempo, del vissuto stesso della sofferenza e dell’attesa, che diventa fortemente partenopeo, dal soave canto della sola presenza femminile, lamento dei mali dell’umanità, alle scaramucce tra Gogo, interpretato dallo stesso Massimo Andrei, e Didi, ai vivaci diversivi costituiti dall’arrivo di Pozzo, il proprietario terriero, e Fortunato, l’intellettuale – schiavo, che, anche in questo adattamento, perderanno il primo la vista e il secondo la parola.

Tutti eventi non – eventi che fanno passare prima un tempo che sarebbe passato lo stesso.

Dell’attesa di un Godot, che, anche ora, non è ben definito.

Non si sa cosa o chi sia.

O meglio, anche qui viene incarnato in una connotazione fortemente soggettiva.

Godot è l’operatore telefonico annunciato dalla voce anonima di una registrazione che ci invita a non desistere per non perdere la priorità acquisita.

Il posto di lavoro o magari la tranquillità economica della coppietta che l’aspetta per potersi sposare.

La semplice passeggiata per le strade di Pollena Trocchia di Gogo; anche questo un modo di ‘partire’.

O forse il nuovo giorno, che rimanda alla biblica domanda:

Sentinella, quanto resta della notte?

Con un’intensità da brividi, Massimo ripete in scena:

Questa è la vita, non tutti sono capaci di partire.

Il partire, in ogni senso lo si voglia intendere, anche metaforico.

Il partire come la ricerca di una vita che è sempre altrove, come nel romanzo di Kundera.

Eterna insoddisfazione comune al genere umano, incapace di decidersi anche rispetto al proprio stato di felicità o di infelicità.

Nonostante l’attesa costante, nessuno dei personaggi riesce a dirsi realmente infelice.

Così come Gogo non si deciderà ad impiccarsi, anche se continua a lamentarsi della sua misera esistenza, o a lasciare definitivamente Didi, pur dichiarandone più volte il proposito.

Andrei non trascura nemmeno gli aspetti surreali di Beckett, li elabora e li armonizza nel contesto della sua riscrittura, accentuando la vena ironica, umoristica.

Nel suo Godot si ride di più, in maniera sempre intelligente, spesso amara.

Ma è un’amarezza che si stempera, nel ricordo, nei rapporti umani.

Che evade dal claustrofobico labirinto di Beckett, lasciando acceso un lumicino di speranza.

Didi entra in scena nel secondo atto cantando.

L’albero che porta con sé, dallo ‘streppone’ rachitico e spoglio del primo atto, diventa verde e pieno di foglie nel secondo, invertendo la successione data da Beckett.

Se non bastasse tutto questo, la messa in scena è impreziosita dalle strepitose performance degli attori.

L’inedito duo Andrei – Arena raggiunge vette sublimi. Tempi e intese sembrano quelle di una coppia collaudata da anni, per come sono impeccabili, perfette.

Così come è inappuntabile Vincenzo Leto, nel ruolo di Pozzo, e assolutamente straordinario Angelo Pepe, che interpreta Fortunato, il Lucky di Beckett, che tutto è tranne che l’intellettuale favorito dalla sorte.

Convincente Esmeraldo Napodano, il messaggero con il compito di annunciare che Godot “oggi non verrà, ma verrà domani“, negando, in entrambi gli atti, di essersi presentato prima ed averli mai incontrati.

Talentuosi, infine, Carmine Bassolillo ed Elisabetta Romano, ulteriore valore aggiunto di questa rappresentazione, a ribadire che quel cambiamento, anche se solo in potenza e mai realizzato, può traghettare, idealmente, in un altrove positivo.

Una regia eccellente, minuziosa, capace di arricchire la magica complessità di un testo immortale come questo.

Decisamente una messa in scena tra le migliori a cui abbiamo assistito in assoluto.

Così come la collochiamo tra le più geniali rivisitazioni di un classico.

Lo spettacolo sarà ancora in scena al Teatro Cilea di Napoli, il 3 e 4 febbraio, ore 21:00, e il 5 febbraio, ore 18:00.

Per info e prenotazioni:

Teatro Cilea
Via San Domenico, 11 – Napoli
081-7141801
www.teatrocilea.it

 

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Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.