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Conflitti nel mondo. Più 40% dal 2020, molto oltre ai più noti

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Le guerre Russia – Ucraina e Israele – Palestina sono le più note, ma gli scontri cruenti sono molti di più. Di varia natura, il 97% della violenza è concentrata su 50 Paesi del mondo

Secondo i dati raccolti dal Conflict Index 2024, l’indice dei conflitti pubblicato annualmente dall’ACLED, Armed Conflict Location & Event Data Project, l’organizzazione non governativa che monitora i conflitti nel mondo, lo scenario globale che traspare a gennaio 2024 è alquanto tenebroso.
Nel 2023 i conflitti sono aumentati del 12% rispetto al 2022 e di oltre il 40% rispetto al 2020. Una persona su sei vive in un’area in cui vi è un conflitto attivo.

Dei 234 Paesi e territori analizzati, è di 168 la prevalente maggioranza che ha visto almeno un episodio di conflitto nel 2023.

In totale si registrano oltre 147mila eventi di conflitto, almeno 167.800 vittime e 50 i Paesi caratterizzati da conflitti definiti come “estremi”, “elevati” o “turbolenti”.

Il rapporto dell’Indice 2024 valuta i livelli di conflitto in base a quattro indicatori:
• mortalità
• pericolo per i civili
• diffusione geografica del conflitto
• frammentazione dei gruppi armati.

Nel file la classifica dei Paesi più turbolenti.

 

Di tutti gli eventi al mondo registrati nel 2023, il 97% è rappresentato da 50 Paesi e i primi 4 posti sono occupati da Ucraina, Palestina, Messico e Myanmar.

Nel quadro complessivo dei conflitti più cruenti, la violenza più impetuosa, in varie forme e intensità, si riscontra nei seguenti Paesi:

  • guerra Russia – Ucraina, con il maggior numero di vittime per la perdita di decine di migliaia di combattenti e l’elevato numero di caduti civili in Ucraina;
  • Palestina – Israele, conflitto molto diffuso sul territorio palestinese, con la più alta concentrazione di vittime nella Striscia di Gaza;
  • Yemen e Siria, in condizioni di instabilità critica ormai da decenni;
  • Myanmar, ha la più alta frammentazione di scontri dovuti a centinaia di piccole milizie formatesi per contestare il governo dopo il colpo di stato del 2021;
  • Nigeria e Sudan, con ulteriore peggioramento in quest’ultimo, sono costanti le uccisioni di massa;
  • Messico, è il Paese più pericoloso per i civili, presi di mira dalle violente competizioni delle organizzazioni del narcotraffico;
  • Brasile, Colombia e Haiti, imperversano conflitti multipli e mortali a causa di gruppi organizzati che usano la violenza quale strumento efficace nella conquista del potere e il controllo del territorio.

Secondo il Rapporto ACLED, per quanto sia diffusa la violenza, la maggior attenzione è centrata sulla rilevanza geopolitica internazionale che coinvolge stati belligeranti, e, ad oggi, prevalgono quello israeliano – palestinese e russo – ucraino.

In ascesa la tensione medio orientale:

  • il raid del primo aprile scorso contro una sede consolare iraniana a Damasco, presumibilmente voluto dallo stato di Israele, che ancora non lo ha riconosciuto, nell’intento di dimostrare che è in grado di colpire in modo mirato obiettivi considerati inviolabili, come le sedi diplomatiche all’estero;
  • la conseguente risposta dell’Iran di sabato 13 aprile, anche se avvenuta con una grande numerosità di droni e missili balistici quasi tutti distrutti prima di colpire, ha confermato che Teheran reagisce adeguatamente all’occorrenza;
  • la crisi del Mar Rosso dopo lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele del 7 ottobre 2023, vede militanti iraniani e Huthi a sostegno della Palestina, con ripetute minacce ad Israele.

Tirando le somme il numero di guerre attive e conflitti per instabilità di varia ragione, è in aumento nel 2024 rispetto agli anni precedenti.

La maggior parte delle conflittualità sono concentrate in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina con devastanti conseguenze sulle popolazioni civili, causando morti e feriti, molti dei quali militari.

Lo stato di guerra provoca altresì un elevato numero di sfollati e crisi umanitarie, e nonostante l’impegno della comunità internazionale per la risoluzione pacifica delle contrapposizioni, i risultati sono decisamente scarsi.

L’aspetto che maggiormente allarma è la rincorsa all’armamento nucleare, che ormai pare l’unico deterrente a fugare possibili attacchi da parte di Paesi nei confronti di altri.

Quasi come se l’unica via per evitare un conflitto fosse il possesso della bomba atomica. Ma non solo, poiché, come dimostra la situazione attuale sul fronte europeo, la Russia reitera frequentemente la propria disponibilità a servirsene se subisce interferenze militari direttamente sul territorio di conflitto con l’Ucraina.

Pare quasi che promettere la disponibilità d’uso di missili nucleari in grado di colpire in tutto il mondo, iniziando, così, la devastazione dell’umanità, sia la riduzione ai minimi termini verosimile alla minaccia di qualche sculacciata che autorevoli genitori devolvono ai bimbi monelli.

Paradigma assolutamente devastante, eppure auspichiamo che sia solo ostentazione, che perseveri lo stato di deterrenza, che la diplomazia raggiunga il buon fine e che la ragione prevalga sulla forza.

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Autore Adriano Cerardi

Adriano Cerardi, esperto di sistemi informatici, consultant manager e program manager. Esperto di analisi di processo e analisi delle performance per la misurazione e controllo del feedback per l’ottimizzazione del Customer Service e della qualità del servizio. Ha ricoperto incarichi presso primarie multinazionali in vari Paesi europei e del mondo, tra cui Algeria, Sud Africa, USA, Israele. Ha seguito un percorso di formazione al Giornalismo e ha curato la pubblicazione di inchieste sulla condizione sociale e tecnologia dell'informazione.