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Boicottare la ‘tortura legalizzata’ degli allevamenti intensivi

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allevamenti intensivi

Un diritto dei consumatori

Esiste un sondaggio d’opinione, Eurobarometro, condotto dal Parlamento Europeo per “cogliere meglio le percezioni e le attese dei cittadini in merito alle sue attività e a quelle dell’Unione Europea nel suo insieme”. Uno di questi è stato sulle opinioni degli europei riguardo il benessere animale e ha rivelato un notevolissimo interesse per l’argomento.
La domanda principale è stata:

Vorreste avere maggiori informazioni sul modo in cui vengono trattati gli animali negli allevamenti del vostro paese?

L’80% degli italiani ha risposto sì, con una percentuale molto più alta rispetto al resto d’Europa. Questo sondaggio ha indicato che la stragrande maggioranza delle persone chiede di essere al corrente di come vengano allevati gli animali per produrre carne, latte e uova.

Il diritto di conoscere nel dettaglio la filiera di produzione e parlarne apertamente è il minimo che si possa fare per i propri clienti. Ma quando l’argomento sono gli allevamenti intensivi, quelli da cui viene la maggioranza del cibo sulle tavole degli italiani, c’è sempre un’informazione restia, che tende a sorvolare sulla realtà. La sofferenza degli animali, sia essa fisica o psicologica, è un segreto di stato per queste aziende di produzione intensiva e tutto questo è inaccettabile.

In Italia si allevano ogni anno quasi 600 milioni di animali, escludendo i pesci.
La retorica de “gli animali dovrebbero avere spazi e vite decenti prima di essere uccisi” non coincide con gli attuali ritmi di consumo perché non c’è spazio sufficiente per far mangiare carne ogni giorno a 60 milioni di persone e allo stesso tempo far stare bene gli animali.

Principalmente lo Stato dovrebbe occuparsi di fare informazione, spiegare agli italiani che mangiare carne tutti i giorni, oltretutto allevata in modo intensivo e dunque ricca di tossine, antibiotici ormoni e cloro, è l’abitudine peggiore che si possa avere.

La specie umana è innanzitutto onnivora, il che vuol dire che contempla l’assunzione di carne ma non in modo esagerato. A detta di nutrizionisti e medici oncologi del calibro di Umberto Veronesi, la carne andrebbe assunta massimo una volta a settimana, ed ecco che in questo modo sparirebbe la necessità di produrne così tanta. Ma le lobby dei produttori di carne sono più potenti di quelle del tabacco e vi sono in gioco interessi stratosferici.
Lo Stato continua a consigliare alimenti come il latte che invece risulta estremamente nocivo, soprattutto quello vaccino di mucca, per lo sviluppo normale del bambino.

Esiste uno studio scientifico molto preciso, “The Cina Study”, che mette in correlazione diretta l’assunzione delle proteine del latte con l’incremento di una massa tumorale. Nessun laboratorio di ricerca finanziato dalle lobby della carne è stato capace di smentirlo. Le carni secche, i salumi e gli insaccati, sono stati dichiarati dalla Comunità Europea cancerogeni certi; ma questa informazione non viene diffusa perché pare sia più importante tutelare le lobby alimentari che la salute dei cittadini.

Sempre dallo stesso Rapporto Eurobarometro emerge che ben l’86% degli italiani pensa che “il benessere degli animali negli allevamenti dovrebbe essere più rispettato di quanto lo sia adesso”.

Insomma, gli italiani sanno di non ricevere abbastanza informazioni su cosa accada negli allevamenti, ma la quasi totalità di loro è già consapevole che dietro a quelle porte chiuse gli animali soffrono enormemente.

Lo scrittore Philip Lymbery de “Il vero prezzo della carne economica” afferma riguardo gli allevamenti intensivi:

Devastanti per gli animali, per il Pianeta, per l’uomo, gli allevamenti intensivi si espandono sul suolo terrestre e nei mari come immense, spietate chiazze tossiche, divorando salubrità e risorse di ogni sorta. All’interno di essi, cardine dell’industria globale del cibo, finisce la metà degli antibiotici fabbricati al mondo, mentre le monocolture di cereali e soia, che da sé potrebbero nutrire miliardi di persone ma sono invece destinati al bestiame, causano deforestazioni e impoveriscono per sempre gli habitat naturali.

Quanto proviene dall’allevamento intensivo tutti noi lo paghiamo tre volte. La prima alla cassa, la seconda con gli enormi finanziamenti necessari a sostenere la zootecnia previsti in ambito europeo dalla Politica Agricola Comunitaria, la terza con la spesa imposta dagli interventi per rimediare all’inquinamento ambientale causato dagli allevamenti stessi, oltre a quella sanitaria provocata dagli effetti di un cibo di qualità sempre più scarsa.

La carne malsana, inoltre, provoca malattie gravi ma anche, apparentemente, banali.
Si stima che entro il 2030 metà degli americani adulti sarà obesa proprio a causa della carne industriale economica, poco nutriente e molto calorica, mentre i costi della salute legati all’obesità cresceranno di 48 miliardi di dollari negli USA e di circa un miliardo e 250mila sterline in Gran Bretagna.

Intanto che piccole popolazioni indigene come i Toba in Argentina vengono spazzate via assieme alla vegetazione, per far posto alla coltivazione massiva di soia ogm, destinata a biocarburante e allevamenti intensivi. Nel 2009 la comunità internazionale ha prodotto più di 80 miliardi di tonnellate di pollo ricavate da circa 55 miliardi di animali i quali, se tenuti all’aperto, occuperebbero uno spazio pari alle intere Hawai.

Lymbery continua:

L’allevamento intensivo reca sofferenza agli animali e danno alle comunità locali, costrette a subirne inquinamento e cattivi odori. Gli stessi operai impiegati in simili strutture risentono di condizioni di lavoro estreme e degli elevati livelli di ammoniaca con cui entrano a contatto. Il livello di antibiotici che si usano per allontanare le malattie da ambienti così malsani contribuisce alla proliferazione di superbatteri antibiotico resistenti, ciò nonostante il sistema intensivo continua a prevalere. Sono in gioco enormi interessi che permettono introiti straordinari grazie a una formula pensata proprio per i grandi profitti, anziché per nutrire le persone in modo dignitoso. I governi perseguono apparenti successi sul breve periodo, senza prendere atto del danno a lungo termine: l’allevamento intensivo non è sostenibile per nessuno.

La California, ma non solo, è invasa dalle aziende del latte, mostri in cui sono stipate migliaia di mucche alla volta che a stento riescono a muovere un passo, intanto che i loro liquami avvelenati penetrano nel terreno e nei corsi d’acqua. Nel frattempo è stato stipulato nel 2011 un accordo con la Gran Bretagna che ha portato, sostenendo spese enormi, migliaia di maiali vivi negli allevamenti orientali, dove tutto è così automatizzato che un uomo solo può gestire tremila animali completamente da solo. Sono stati selezionati esemplari così grassi da non potersi reggere sulle zampe.

Lymbery racconta che:

L’allevamento intensivo si giova del supporto di stuoli di veterinari i quali non di rado hanno rinnegato l’originario approccio alla professione in favore di orari fissi di lavoro e poco intervento pratico, rarefatto anche allo scopo di non finire nei guai. La testimonianza di un veterinario inglese, sfociata in una vicenda giudiziaria, denuncia mancati stordimenti dell’animale sezionato e maltrattamenti gratuiti nei mattatoi commessi da operatori frustrati, ubriachi e drogati. In pochi trovano il coraggio di opporsi: “Sei circondato da morte, rumore, merda e cemento, ma ti ci abitui dopo un po’… se fermi la catena per qualche motivo indispettisci operai, manager, ispettori, persino i supermercati”.

Dichiara Annamaria Pisapia, direttore di CIWF Italia:

In questo momento 60 milioni di italiani condividono il loro territorio con 136 milioni di polli, 8.7 milioni di suini, 6.1 milioni di bovini, 73.5 milioni di conigli e 25.2 milioni di tacchini. Oltre il 50% dei cereali prodotti nella Penisola è utilizzato per nutrire gli animali e il 36% del terreno finalizzato alla coltivazione dei cereali è utilizzato in ultimo per nutrire gli animali.
Negli allevamenti tricolori viene somministrato il 71% degli antibiotici. Calcolando per ciascun chilogrammo di biomassa, gli animali ne consumano il doppio delle persone, e l’Italia si piazza al terzo posto in Europa come utilizzo di questi farmaci negli stabulari, dopo Spagna e Germania. Ogni giorno, nel nostro Paese, solo gli allevamenti di suini producono 52mila tonnellate di letame e il 79% delle emissioni di ammoniaca proviene dall’allevamento assieme al 72% delle emissioni di gas serra generati dall’agricoltura sono prodotti dall’allevamento.
Fonte ISPRA

Insomma in barba alla fame nel mondo spendiamo l’800% del cibo che produciamo per sfamare gli animali d’allevamento piuttosto che nutrircene noi!

Lymbery propone un compromesso:

Sostenere una produzione di cibo che sia in grado di rimettere gli animali all’aria aperta, al pascolo, anziché dentro capannoni; un allevamento estensivo connesso alla terra, in grado di fornire cibo più nutriente con metodi che risultano migliori sia per il territorio che per il benessere animale. I governi di tutto il mondo possono contribuire a migliorare la salute delle loro nazioni e salvaguardare le future scorte alimentari basandosi su risorse naturali come i pascoli. Cibo che insomma provenga da fattorie, e non da fabbriche.

Boicottare non è così difficile come si crede, basta cercare un allevamento di fiducia, vedere con i propri occhi come l’allevatore tratta, ama e rispetta i suoi animali; dopodiché bisogna comprarne un po’ di più e congelarla, ma soprattutto bisogna comprendere che, per la nostra salute, la carne va mangiata molto meno di quanto ci viene detto da chi con questo mercato ci guadagna davvero smisuratamente.

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Valeria Vaccaro
Valeria Vaccaro, biologa marina ed esperta in biodiversità e questioni ambientali, nasce a Napoli nel gennaio del ’88. È da sempre appassionata al mondo della divulgazione scientifica e, dai tempi dell’università, si è occupata con grande passione di far conoscere al grande pubblico i risultati delle ricerche e delle pubblicazioni scientifiche più interessanti.